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Un matrimonio americano – Tayari Jones

Ammetto di aver scelto di prendere in prestito Un matrimonio americano di Tayari Jones soprattutto perché attratta dalla meravigliosa copertina del romanzo. Chi mi segue da un po’ ormai lo sa, le belle copertine esercitano su di me un fascino praticamente irresistibile, e quella di questo volume edito Neri Pozza è particolarmente suggestiva. Quello che non immaginavo, mentre portavo a casa dalla biblioteca il mio “bottino”, è che avrei passato tre giorni attaccata alle pagine, che la storia di Roy e Celestial avrebbe occupato tutti i miei pensieri e che non sarei riuscita a impegnare in modo diverso il mio tempo libero finché non fossi giunta alla sua conclusione.

“Un matrimonio americano” di Tayari Jones, Neri Pozza

Roy e Celestial sono due sposini (stanno insieme da circa un anno e mezzo) afroamericani di Atlanta. La loro vita sembra procedere nella giusta direzione: Roy ha un ottimo impiego e si concede il lusso di sperare in una nuova casa e in una famiglia numerosa, mentre Celestial è finalmente riuscita a coronare il suo sogno di diventare un’artista, realizzando e vendendo a facoltosi committenti delle meravigliose bambole da collezione rifinite nei minimi dettagli. La placida esistenza dei due giovani, tuttavia, è destinata a essere irreparabilmente sconvolta da un evento del tutto imprevedibile. Dopo una visita ai genitori di Roy, che abitano fuori città, lui e Celestial declinano la loro offerta di fermarsi a dormire e scelgono di trascorrere la notte in un hotel. Arrivati a destinazione, Roy decide di fare alla moglie un’enorme rivelazione inaspettata, scatenando un litigio. Nel tentativo di calmare le acque, l’uomo lascia la stanza con la scusa di andare a riempire il cestello del ghiaccio, e per puro caso incontra un’altra delle ospiti dell’albergo, una donna di mezza età con un braccio legato al collo, palesemente bisognosa di aiuto. Roy la accompagna in camera, la aiuta a sistemare una finestra che non vuole aprirsi e le fa notare che la porta della stanza non si chiude bene. Tornato in camera, viene accolto da Celestial, che sembra aver superato il momento di rabbia, e trascorre con lei quella che sarà la sua ultima notte di serenità. La mattina dopo, infatti, i due coniugi vengono svegliati dalla polizia, che fa irruzione nella stanza e arresta Roy, colpito da un’accusa pesantissima e infamante. Proprio la donna che la sera prima aveva aiutato, ha creduto di riconoscere in lui il responsabile dello stupro che ha subito nel corso della notte. A nulla valgono le parole di Celestial, che si affanna a giurare che il marito è sempre rimasto accanto a lei, di fronte alla forza di un pregiudizio radicato che associa uno specifico colore della pelle alla capacità di commettere un crimine. Per di più, Roy sapeva che la porta di quella stanza non si chiudeva bene, e questo fa sì che diventi il principale sospettato. Nonostante gli encomiabili sforzi del suo avvocato, l’uomo viene condannato a scontare dodici anni per un reato che non ha commesso.

Tramite l’alternanza di capitoli in cui i fatti vengono raccontati in prima persona rispettivamente da Roy e Celestial, l’autrice lascia la parola ai suoi personaggi e fa dello “show, don’t tell” il suo tratto distintivo. Tayari Jones ci mostra senza filtri in che modo un rapporto in apparenza solido possa cambiare e trasformarsi sotto i colpi inclementi di un fato avverso. Da un lato troviamo un uomo che si attacca con tutte le sue forze al ricordo del tempo felice trascorso insieme alla moglie e alla prospettiva degli anni che lo attendono con lei quando l’incubo avrà fine e potrà finalmente lasciare la prigione. Dall’altro vediamo una giovane donna in crisi, consapevole di amare il marito ma conscia del fatto che, in un anno e mezzo, avevano appena imparato a conoscersi e a capire cosa volesse dire vivere insieme e fare progetti. Osservando i suoi genitori e quelli di Roy, la ragazza non può fare a meno di pensare che lei e suo marito non hanno alle spalle un lungo percorso di vita condiviso, e che senza di esso sarà difficile trovare la forza per aspettarlo così a lungo.

“Se avessimo messo una moneta in un vasetto per ogni giorno in cui siamo stati sposati, e ne avessimo tolta una per ogni giorno che siamo stati separati, il vasetto si sarebbe svuotato molto tempo fa.”

Se prima della condanna di Roy era possibile pensare di porre rimedio a qualsiasi problema sorgesse tra loro e superare con facilità i momenti di debolezza, adesso la distanza e la solitudine rischiano di prendere il sopravvento, rendendo insormontabili anche i più piccoli ostacoli.

“Ero convinta che il nostro matrimonio fosse come un arazzo finissimo, fragile ma che si poteva riparare. Spesso lo strappavamo e lo rammendavamo, sempre con un filo di seta, bellissimo ma molto cedevole.

Uno dei momenti più intensi e toccanti del romanzo è rappresentato dallo scambio di lettere tra Roy e Celestial durante i primi anni di prigionia. La speranza, l’angoscia, l’amore e il tormento dei due protagonisti emergono con una chiarezza e una potenza che investono il lettore, che si ritrova ora a provare compassione e solidarietà per un uomo distrutto, ingiustamente costretto a rinunciare a tutto ciò che possedeva, ora a simpatizzare per una donna la cui lealtà viene messa a dura prova e che sente di non avere possibilità di scelta o vie di fuga.

Sebbene la tematica della discriminazione razziale venga sfiorata e sia alla base dell’arresto di Roy, “Un matrimonio americano” non è un romanzo di denuncia. Nonostante la presenza di un tribunale e di un avvocato, questo romanzo non è un thriller. Il focus della vicenda sono, e restano, i sentimenti dei suoi protagonisti. Attraverso i dubbi di Celestial e le paure di Roy, il romanzo ci pone degli interrogativi fondamentali sui rapporti umani e sui loro limiti. Fino a dove siamo disposti a spingerci per amore? Cosa siamo disposti a sopportare? Quanto siamo in grado di aspettare prima di pretendere di avere l’occasione di realizzare i nostri desideri? E a quanto siamo pronti a rinunciare per qualcuno che amiamo? Sullo sfondo, ad arricchire e complicare un quadro emotivo già complesso e stratificato, emergono pesantissimi segreti e inaspettate rivelazioni familiari, macigni con cui Roy e Celestial dovranno fare i conti proprio mentre lottano per rimettere insieme i pezzi di un puzzle scompaginato dalla violenza di una tempesta.

Sto volutamente omettendo un’enorme parte della trama, sorvolando anche su cose che probabilmente potrei raccontarvi senza cadere nel rischio di spoiler, perché se è vero che il libro si fonda sul concetto di amore e sulle sue possibili declinazioni, è altrettanto vero che questo romanzo vive di colpi di scena, per cui non voglio assolutamente guastarvi il piacere della lettura. Vi basti sapere che ho adorato il modo in cui l’autrice è riuscita a costruire dei personaggi talmente realistici da risultare quasi reali e a padroneggiare una materia umana ed emotiva tanto complessa utilizzando uno stile semplice e lineare e senza mai inciampare nel patetismo o lasciarsi andare a dialoghi melensi. In particolare, trovo che la Jones sia stata molto abile nel raccontare l’amore nella sua accezione più concreta e nel trasmettere al lettore la sofferenza e il calvario che si accompagnano alla sua perdita.

“A dormire sola non sono mica morta, allora, e non ne morirò adesso. Ma la perdita mi ha insegnato questo dell’amore. La nostra casa non è semplicemente vuota, la nostra casa è stata svuotata. L’amore si ricava uno spazio nella tua vita, si ricava uno spazio nel tuo letto. Inavvertitamente, si ricava uno spazio nel tuo corpo, reindirizza tutti vasi sanguigni e si mette a pulsare proprio accanto al tuo cuore. Quando se ne va, niente ha più la pienezza di prima.”

Consiglio caldamente la lettura di questo romanzo a chiunque sia in cerca di una storia da cui farsi conquistare, ma vi avverto: “Un matrimonio americano” vi rapirà e avvertirete il bisogno impellente di continuare a leggere, quindi prendetelo in mano solo se avete parecchio tempo a disposizione!

Recensioni, Romanzi

Un ragazzo d’oro

Questo romanzo è rimasto sul mio ebook reader per mesi prima che mi decidessi a leggerlo. Per quanto mi attraesse, infatti, sembrava che ci fosse sempre qualche altra lettura più urgente da fare, qualche altro libro più meritevole di attenzione. Ironia della sorte, alla fine mi sono ritrovata a divorare le sue 270 pagine nel giro di 24 ore proprio lo scorso 2 aprile, la Giornata Mondiale della sensibilizzazione verso l’autismo.

“Un ragazzo d’oro” di Eli Gottlieb

L’autismo, “lo spettro”, è il perno attorno al quale ruota l’intero romanzo. Il ragazzo d’oro del titolo è Todd Aaron, tranquillo e rispettoso lungodegente di Payton, la comunità di cura per pazienti affetti da disturbi mentali in cui vive ormai da quarantuno anni.

“Il Payton LivingCenter era il sesto posto in cui mi portava mia mamma, ma né io né lei sapevamo che ci sarei rimasto per sempre e per tutta la vita.”

La storia ci viene raccontata attraverso il punto di vista straniato e straniante dello stesso Todd, che osserva il mondo che lo circonda con lo sguardo insieme acuto e smarrito tipico di chi guarda alla realtà da una prospettiva solo apparentemente svantaggiata. Se è vero, infatti, che gli occhi di Todd non sono capaci di cogliere le tante sfumature del reale che sfuggono alla sua mente cristallizzata in un’eterna infanzia, è anche vero che il suo candore e la sua innocenza lo portano a vedere, e a raccontare, molto più di quanto riescano a vedere le persone “normali” che lo circondano.

Todd è diligente, prende sempre le sue medicine, ha un ottimo rapporto con Rayneke, l’operatrice che si prende cura di lui e che sa prevedere persino le sue scariche di volt, ed è molto curioso. Tra i suoi amici annovera il Signor B. e il Signor C., rispettivamente l’Enciclopedia Britannica e il computer, ai quali pone domande e dai quali riceve tante risposte. Un’altra passione di Todd sono le mappe sulle quali traccia, con precisione e costanza, un “fiume grigio di matita” che collega Payton alla sua città natale.

“Ho cominciato a fare la stessa cosa ogni giorno quando tornavo a casa dal lavoro e presto ho creato un fiume grigio di matita talmente scivoloso che la mano cominciava dalla villetta di Payton e poi automaticamente slittava di traverso sopra l’America e tornava a casa.”

“Casa” è il luogo in cui viveva con il padre, un uomo violento del tutto incapace di accettare le sue condizioni, il fratello, che per tutta l’infanzia lo ha bullizzato e deriso, e la madre, il suo punto di riferimento e il suo più grande amore. Della sua famiglia di origine, ormai, a Todd è rimasto solo suo fratello, un uomo impegnato e sfuggente che si limita a sostenere i costi del Payton (cosa che costantemente gli rinfaccia) e a telefonargli un paio di volte al mese, ignorando le sue insistenti richieste di poter andare a vivere con lui.

Nonostante la sua disabilità, Todd è un uomo sereno, che ha saputo adattarsi all’ambiente in cui vive e costruirsi una confortevole routine. La sua tranquillità, però, sarà ben presto turbata dall’arrivo di due persone nuove: Mike Hilton e Martine. Mike è un nuovo operatore del Payton che, come tutti gli uomini adulti, incute a Todd un certo timore, legato al ricordo del padre e delle percosse ricevute durante l’infanzia. Martine, invece, è una nuova paziente del centro, una paziente “ad alto funzionamento”, molto sveglia ed estremamente ribelle, verso la quale Todd proverà un’attrazione così forte da lasciarsi convincere ad abbandonare la retta via e smettere di prendere le sue medicine.

“Nel 1177 Lancillotto pensava che su Ginevra splendesse sempre il sole. Pensava che lei fosse pura come la neve. Pensava che fosse una persona perfetta. Pensava che forse non era mai esistito nessuno più perfetto di lei in tutta la storia del mondo. Lancillotto ne era davvero convinto. Quello era amore.”

L’incontro con questi due personaggi innescherà una catena di eventi che condurranno Todd verso lo struggente finale; per ovvi motivi, però, non voglio dirvi di più.

Un ragazzo d’oro è un romanzo di una dolcezza e di una profondità disarmanti. Todd è un protagonista di cui è impossibile non innamorarsi, per l’ingenuità e la genuinità con cui racconta al lettore il suo piccolo mondo e per la forza dei ricordi che continua a custodire e coltivare nonostante i quarant’anni passati in una comunità, in un luogo-non luogo che non somiglia alla casa in cui è cresciuto e dove sogna di poter tornare, ma che è ormai l’unica casa che conosce. Insieme ai ricordi, Todd si porta dentro l’amore, imperituro e struggente, per quella madre che non è più accanto a lui, e che suo malgrado è stata costretta a rassegnarsi all’idea di “abbandonarlo” tanti anni prima.

Eli Gottlieb ci racconta l’autismo riuscendo nel difficile intento di sensibilizzare e commuovere il lettore senza mai cedere alle lusinghe del pietismo. Un plauso va alla sua scelta di cimentarsi con una prima persona particolarmente difficile da sostenere, dal momento che riuscire a calarsi nei panni di una persona “affetta” da autismo richiede di compiere un continuo sforzo di immaginazione per riuscire a ipotizzare quali possano essere i suoi pensieri di fronte a situazioni, oggetti e persone che, a chi non rientra nello “spettro”, appaiono del tutto ordinari.

“Io non guardo mai la televisione perché va troppo veloce e sembra che dentro si conoscano già tutti tra di loro.”

Il messaggio che Gottlieb intende trasmettere è un messaggio di accettazione e di inclusione che passa proprio attraverso le parole dello stesso Todd, pronto a ricordarci delle verità alle quali forse troppo spesso, per paura, non osiamo pensare. 

“Lo spettro è talmente ampio che dentro può starci praticamente chiunque. Una persona schizzinosa nel mangiare o amante della solitudine potrebbe essere all’interno dello spettro […] Queste persone nello spettro non devono prendere medicine o essere accompagnate con il pulmino a lavorare in una mensa scolastica […] Prendono l’ascensore insieme a voi e preparano il cibo che mangiate. Magari li avete addirittura sposati.

La “normalità” è dunque un concetto relativo, e questo esclude, o dovrebbe escludere, qualsiasi forma di intolleranza verso il prossimo. Intolleranza che, insieme alla tendenza a raggirare chi è almeno in apparenza più debole di noi, è comunque ben rappresentata dai modelli negativi del romanzo, il padre di Todd e Mike Hilton.

Lasciatevi rapire da una storia che non dimenticherete facilmente, e vi troverete a vivere la vostra giornata insieme a Todd, a tifare per lui, a sperare che il ragazzo d’oro ritrovi la pace e l’amore che merita.

Recensioni, Romanzi

Io so perché canta l’uccello in gabbia

Negli ultimi mesi ho preso l’abitudine di andare in biblioteca senza avere in mente un titolo preciso da prendere in prestito. Mi piace camminare tra gli scaffali, osservare le copertine e lasciare che mi chiamino, che i titoli evochino qualcosa e facciano scattare in me la scintilla della curiosità.

Prima di Natale, vagabondando tra i corridoi della biblioteca Venezia di Milano, mi sono imbattuta in un titolo affascinante: Io so perché canta l’uccello in gabbia di Maya Angelou. 

“Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou

In tutta sincerità, non avevo mai sentito nominare né il testo né la scrittrice, eppure è stato quasi un colpo di fulmine, sapevo di dover portare a quel libro a casa con me. Quello che non sapevo ancora era che avrei passato quasi quarantotto ore incollata alle pagine, senza rendermi conto dello scorrere del tempo, completamente rapita dal racconto dell’autrice.

Io so perché canta l’uccello in gabbia è il primo libro di memorie di una donna straordinaria, Maya Angelou, morta nel 2014 a 86 anni e ricordata non solo come poetessa e scrittrice, ma anche e soprattutto come simbolo vivente e baluardo della cultura afroamericana e della lotta contro la discriminazione e la segregazione razziale. Non a caso, nel 2011 la Angelou ricevette dall’allora presidente in carica Barack Obama la Medaglia della Libertà 2010, la più alta onorificenza civile americana. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1969 ed è tutt’ora unanimemente considerato dalla critica e dalle riviste letterarie come uno dei romanzi fondamentali del Novecento, nonché uno dei migliori mille libri di sempre. 

Il romanzo ci proietta immediatamente nell’America degli anni ’30, e si apre con l’arrivo di Maya, che allora aveva soltanto tre anni, e del suo fratellino Bailey, che ne aveva quattro, nella cittadina di Stamps. I loro genitori, emigrati nel Nord America in cerca di fortuna, hanno divorziato e hanno bisogno di riprendere le redini delle loro vite, per cui decidono di alleggerirsi del peso dei bambini affidandoli alla nonna paterna, Annie, affettuosamente chiamata Momma. Per dei bambini piccoli sentirsi rifiutati dalla propria famiglia è doloroso, certo, ma la fantasia e la creatività infantili permettono a Maya e Bailey, legati tra loro come fossero un’unica entità, di guardare al mondo che li circonda con entusiasmo; il retro dell’emporio gestito da Momma e dallo zio Willie diventa la loro casa, e il negozio, pieno di leccornie e dei più svariati oggetti, si trasforma in una sorta di parco giochi personale. Nonostante tutto, però, non è facile avere la pelle scura e crescere nel profondo sud di un’America estremamente razzista e retrograda, e se gli eroi di Maya sono gli uomini e le donne che a testa alta lavorano nei campi durante il giorno e si radunano all’emporio di sera, i suoi incubi sono popolati da mostri che assumono la forma di quelle ragazzine bianche che si arrogano il diritto di deridere la sua gente e soprattutto sua nonna, un esempio di profonda tenacia e dignità, e di quegli uomini che, nascosti sotto i cappucci del Ku Klux Klan, fanno irruzione nei possedimenti dei neri, costringendo uomini come suo zio a fuggire e a nascondersi in mezzo al letame per evitarli. Il mondo, a Stamps, si divide in bianco e nero, e la differenza è così netta che la protagonista dovrà percorrere ottanta chilometri per trovare un dentista di colore disposto a curarla, perché il medico bianco della cittadina, che pure deve delle grosse somme di denaro a Momma, preferirebbe curare un cane piuttosto che essere costretto a infilare le mani nella bocca di un nero. 

All’improvviso, però, la vita di Maya e del suo fratellino sembra prendere una piega imprevista e sorprendente: il loro papà sta venendo a prenderli, li rivuole con sé e li porterà dalla madre. Increduli, dispiaciuti all’idea di abbandonare la nonna ma eccitati dalla prospettiva di incontrare una madre che ricordano a malapena, i bambini partono alla volta di St. Louis. Ad aspettarli troveranno una donna bellissima e solare, talmente diversa dalla taciturna, non particolarmente avvenente Maya da farle quasi dubitare che, sette anni prima, una simile creatura abbia potuto donarle la vita. I mostri, però, non sono stati confinati a Stamps e non sempre hanno la pelle bianca. Stavolta, infatti, il terrore assumerà  l’aspetto di Mr. Freeman, il compagno della madre, che ruberà l’innocenza e la voce a una Maya di appena otto anni, spingendola a un mutismo che si protrarrà per anni, motivato dal disperato bisogno di espiare la colpa di essersi macchiata del terribile torto di far gola a un uomo malato. Ancora una volta la madre di Maya stabilirà che il meglio per lei sia tornare a Stamps, accompagnata da Bailey, imbronciato e deluso per essere stato strappato all’abbagliante luce emanata dalla sua mamma e dal nord per essere rispedito verso la monotonia della vita di paese. 

Entrando a Stamps, ebbi l’impressione di oltrepassare le linee di confine della cartina per poi precipitare, senza paura, oltre l’orlo del mondo. Non poteva succedere altro, perché a Stamps non succedeva mai niente. Fu in questo bozzolo che mi rifugiai

Momma, che conosce ma finge di ignorare le ragioni dell’ostinato silenzio della nipote, la accompagnerà durante la sua crescita, e così farà anche il lettore, almeno fino a quando, giunta all’età di diciassette anni e pronta per affrontare una nuova sfida decisamente impegnativa, Maya non sceglierà di interrompere il suo racconto. 

Io so perché canta l’uccello in gabbia è la coraggiosa confessione di una donna che non ha paura di raccontare l’America delle luci spente e della discriminazione, e che per farlo sceglie un punto di vista totalmente personale, calandosi in prima persona nella vicenda. Come già tanti romanzieri prima di lei, inoltre, la scrittrice guarda alla realtà attraverso gli occhi di una bambina, che non ha filtri e descrive esattamente ciò che vede. E quello che la Maya bambina vede è un mondo in cui ciò non conta ciò che sei, in cui non importa quanto tu ti sia impegnato per raggiungere un obiettivo, perché se la tua pelle ha il colore sbagliato, se stai dal lato sbagliato dell’invisibile linea di demarcazione che qualcun altro ha tracciato per te, il tuo destino è segnato. Per fare emergere questa desolante consapevolezza non è necessario che gli scontri tra bianchi e neri vengano messi in scena tra le pagine del romanzo, e non è neanche necessario che i bianchi siano evocati o ricordati troppo spesso; è sufficiente sottolineare il fatto che i bianchi non chiamino Momma “Signora”, o il fatto che le ricche donne bianche del paese si sentano in diritto di cambiare il nome delle loro domestiche nere perché  non riescono a ricordarlo, per rendere immediatamente chiaro il quadro della situazione.

I bianchi, gente che detiene un potere che non ha fatto nulla per meritare, sono bravissimi a colpire la gente di colore nell’orgoglio, a ferirla con le parole, e Maya lo scoprirà a sue spese durante una delle scene più importanti e significative del libro: la scena del diploma. Maya è la migliore studentessa del suo anno, si è impegnata, ha studiato duramente ed è raggiante all’idea di aver raggiunto il traguardo. Raggiante, sì, fino al momento in cui due bianchi salgono sul palco e con le loro parole fanno a pezzi la sua convinzione di poter cambiare vita. Nonostante lo sconforto, però, Maya scoprirà di non essere disposta ad arrendersi a un fato che sembra più forte di lei, e proprio questa sua determinazione la trasformerà nella donna che ha spinto intere generazioni di giovani a lottare per i propri diritti. Ci si potrebbe chiedere se un romanzo come questo, a quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, sia ancora attuale. La mia risposta è sì, perché se è vero che la situazione storica è cambiata, è altrettanto vero che non è poi mutata quanto si potrebbe pensare, e che nessuno ha il diritto di dimenticare ciò che è stato, permettendo che accada di nuovo.

Anteprime, Recensioni, Romanzi

Il secondo ritorno

Lunedì scorso (il 12 novembre) ho avuto occasione di partecipare alla presentazione, organizzata appositamente per bookblogger e booktuber, del nuovo libro di Giuliano Gallini, “Il secondo ritorno” edito da Nutrimenti Edizioni. Quando la casa editrice mi ha contattata ho accettato l’invito con gioia, perché la trama del romanzo mi ha conquistata a prima lettura.

"Il secondo ritorno" cover Giuliano Gallini Nutrimenti Edizioni
“Il secondo ritorno” di Giuliano Gallini, edito da Nutrimenti Edizioni

Tutta la costruzione del romanzo ruota attorno al racconto “Il ritorno” di Joseph Conrad. Lo scrittore polacco, protagonista di una delle due vicende sulle quali è imperniata la trama del libro di Giallini, visse un periodo di profonda crisi quando, nel 1897, la sua ultima fatica (“Il ritorno”, appunto) andò incontro a numerosi rifiuti da parte di diversi editori, oltre che ad aspre critiche da parte di amici e colleghi. Al testo sembrava mancare qualcosa, qualcosa di fondamentale che lo avrebbe elevato alle vette della vera letteratura, ma cosa? Il Conrad che vediamo in scena è un uomo tormentato, che sente di essere ormai costretto a muoversi solo sul terreno sicuro dell’avventurosa narrazione di viaggio, e che quasi si pente di aver osato entrare in punta di piedi nel mondo del racconto borghese, in cui la psicologia dei personaggi la fa da padrone.

“Per molti giorni la paura di non essere capace di scrivere che storie esotiche lo aveva svegliato nel pieno della notte. Non poteva accettare di essere uno scrittore di genere.”

“Il ritorno”, infatti, racconta la storia di una coppia, i coniugi Hervey, e prende le mosse dalla decisione, presa dalla moglie, di abbandonare il tetto coniugale. La donna, cui non è concesso il dono di un nome né quello di una vera personalità (è forse questo a disorientare critici e lettori?), sceglie di lasciare il marito con un biglietto, per poi pentirsene e decidere di tornare sui suoi passi, sperando che Alvan non abbia letto le sue parole e che tutta possa tornare come prima. Alvan, però, ha trovato il biglietto e lo ha letto, e per questo sottopone la moglie a un lungo e faticoso confronto, durante il quale lei non può che esprimersi a monosillabi, senza in effetti mai palesare le ragioni del suo gesto, della sua fuga. Gli Hervey vivono in un contesto sociale piuttosto asfissiante, fatto di convenzioni e di regole cui è obbligatorio conformarsi: una gabbia dorata. Non a caso Alvan, di fronte alla sparizione della moglie, non si preoccupa per lei e non si chiede dove sia finita, ma si dispera temendo che la gente possa pensar male di lui, e arriva addirittura a desiderare che la donna fosse morta, poiché essere vedovo sarebbe più onorevole che essere stato abbandonato. È dunque probabile che la donna, incapace di continuare a condurre un’esistenza così rigida e inautentica, abbia provato l’istinto di allontanarsene, salvo poi rendersi conto che, lontano da ciò che conosce e che ha rappresentato il suo unico orizzonte per più di cinque anni, non è in grado di ricostruirsi una vita. Fuori dalla gabbia, per lei, c’è il nulla. E il nulla, da sempre, ci terrorizza.

La seconda vicenda, che fa da specchio alla prima e rispetto ad essa procede in parallelo, è quella, ambientata nel 2017, che ha per protagonista Agnese, una giovane regista impegnata a mettere in scena una rappresentazione teatrale imperniata sulle vicende di Jessie e Joseph Conrad. Qualcosa nel rapporto tra i due coniugi, lontani per età e per cultura (Jessie era più giovane di ben sedici anni ed era un’umile dattilografa), la affascina al punto di decidere di portare la loro storia sul palcoscenico. La sua vena creativa, però, si sta inaridendo, piegata sotto il peso di una vita di coppia che da tempo non la soddisfa e che mette a dura prova la sua capacità di resistenza. Leo, suo marito, non pensa che al lavoro, e su di lei pende la spada di Damocle del “nuovo contratto” che lui sta per firmare, dopo il quale certamente tornerà alla carica insistendo perché mettano in cantiere un figlio, un passo che lei non si sente ancora pronta a compiere. Esasperata, anche Agnese decide di abbandonare la propria casa e l’uomo che da anni le sta accanto (da qui il titolo “Il secondo ritorno”), lasciandogli un biglietto in cui dice che è dovuta andare via e che per un po’ starà a casa di un amico. Un passo enorme questo per Agnese, che arrivata a casa di Salvo, col quale in passato c’era stato del tenero, decide frettolosamente di tornare sui suoi passi, augurandosi di arrivare a casa prima di Leo, prima che lui possa accorgersi della sua fuga e leggere quelle parole incerte scarabocchiate su un foglietto.

“Lasciare Leo significava lasciare un passato felice e una promessa di futuro; significava lasciare un mondo, non solo un uomo.”

Anche in questo caso, dunque, una donna sente di non avere più alternative, di essere costretta a vivere sotto una cappa fatta di aspettative sociali che non può o non vuole soddisfare, e prova a scrollarsela di dosso. Di nuovo, però, la donna non riesce a portare fino in fondo la propria decisione e si arrende al ritorno, alla paura dell’ignoto, al bisogno di certezze.

Autore del romanzo Giuliano Gallini Libreria Centofiori
L’autore del romanzo, Giuliano Gallini, durante la presentazione del libro presso la Libreria Centofiori di Milano.

Delle due donne del romanzo, la protagonista de “Il ritorno” e Agnese, si è discusso tanto durante l’incontro di lunedì. Le posizioni in merito erano sostanzialmente due: alcuni di noi sostenevano che la scelta di tornare sui propri passi fosse un atto di vigliaccheria, l’ammissione dell’incapacità di affrontare ciò che non si conosce, accontentandosi di rientrare nei ranghi di una quotidianità opprimente e a tratti insopportabile, eppure al tempo stesso rassicurante; altri, invece, vedevano nel ritorno la manifestazione di un’enorme forza d’animo, di quella resilienza e determinazione che spinge l’essere umano (la donna?) a lottare sempre e comunque per salvare il salvabile, per tenere in piedi ciò che è stato faticosamente costruito nel corso degli anni.

Poco fa ho scritto “(la donna?)” perché un altro dei temi forti emersi durante il dibattito è stato quello riguardante la figura femminile all’interno del romanzo. Le donne di Giallini (e di Conrad) sono donne che tornano, donne che, per paura o per inarrestabile forza d’animo, scelgono di rinunciare a una felicità potenziale per riappropriarsi del ruolo che la società, la famiglia o un uomo si aspettano che ricoprano. Ma è davvero una questione di genere? La donna sente davvero un atavico bisogno di solidità e certezze? È davvero incapace di lasciarsi andare e di inventarsi una vita del tutto nuova in un luogo diverso? E cosa sarebbe successo se a fuggire fosse stato l’uomo? Sarebbe mai tornato? È possibile che la donna, dopotutto, sia vittima di una sorta di “colonialismo di genere” che le ha fatto terra bruciata intorno impedendole di abbandonare una vita che la rende infelice?

Il romanzo di Giallini ha sollevato questi e tanti altri interrogativi. Durante la presentazione infatti si è parlato di letteratura, di donne, di uomini, di grandi autori, del bisogno di cercare se stessi dentro i libri e dell’inevitabile tentativo, compiuto da ogni aspirante scrittore, di portare un po’ dei libri che ha amato nei propri scritti. Al giorno d’oggi non è facile trovare un libro, per di più scritto da un “quasi esordiente”, che sia capace di far discutere, riflettere e che stimoli il confronto su temi così importanti. Biografia, fiction, noir (Alice Ticknor, chi era costei? Tenete bene a mente questo nome), “Il secondo ritorno” riesce a essere tutto questo, grazie a un sistema di scatole cinesi ben congegnato dall’autore. Per di più, la storia è estremamente godibile e piacevole, per cui ve ne consiglio vivamente la lettura.

Se vi va, fatemi sapere qual è la vostra opinione riguardo alle domande che ho posto sopra. Per voi provare a fuggire per poi tornare indietro è un atto di forza o è semplice codardia?

Non fiction, Recensioni

Lasciami andare, madre

Se qualcuno oggi mi chiedesse “Quale libro letto di recente farai fatica a dimenticare?”, la mia risposta sarebbe senza dubbio “Lasciami andare, madre” di Helga Schneider, edito da Adelphi nel 2001.

Racconto autobiografico, confessione, testimonianza. Lasciami andare, madre è tutto questo e molto di più. La Schneider, che ha dedicato la sua vita e la sua intera opera a ripercorrere gli eventi salienti della Seconda guerra mondiale e della Shoah, da lei vissute e osservate con lo sguardo della bambina che era all’epoca, affronta qui il più grande e il più temibile dei suoi fantasmi: sua madre. Una madre che ormai da mezzo secolo Helga non sente più come tale, una madre che non riesce a chiamare “mutti” (mamma) perché mamma non è mai stata, una madre che l’ha abbandonata senza rimorsi né rimpianti quando aveva solo quattro anni, nel 1941.

Cover di
“Lasciami andare, madre”, edito da Adelphi.

Più ancora dell’abbandono, a far male è la motivazione che ha spinto questa donna a lasciare i suoi due bambini per non fare mai più ritorno: il suo führer aveva bisogno di lei, più di quanto ne avessero i suoi figli. Nessuna debolezza era concessa alle donne che si mettevano al servizio di Himmler e decidevano di diventare guardie carcerarie ad Auschwitz-Birkenau. Solo le più rigide, le più dure, le più coriacee riuscivano a far carriera, e la madre di Helga era determinata a brillare. Tanta fierezza, nessuna pietà, nessun ripensamento.

Helga aveva già rivisto sua madre una volta, nel 1971, a trent’anni dal loro ultimo incontro, e aveva sperato di trovarsi davanti una donna diversa, forse pentita, sicuramente felice di conoscere il suo nipotino. La realtà, però, aveva fatto a pezzi le sue fantasie, ponendole di fronte una statua di ghiaccio, che aveva provato a riempirle le mani di oggetti in oro, certamente strappati ai deportati di Auschwitz prima di mandarli alle camere a gas, e aveva esibito con orgoglio la vecchia e consunta divisa delle SS, prezioso cimelio di un tempo ormai perduto. Sconvolta da tanta freddezza, Helga aveva deciso di non rivederla mai più. Eppure quando, nel 1998, un’amica di sua madre le telefona per dirle che la donna è ormai più che novantenne e preda di una demenza senile galoppante, Helga, che ormai vive in Italia da tempo e che in italiano scrive i suoi libri, prende un aereo per Vienna e parte verso la casa di riposo dove è ricoverata quella che per lei è un’estranea e che, al contempo, sente come sangue del suo sangue.

Oggi ti rivedo madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?                                     Rispetto? Solo per la tua veneranda età – ma per nient’altro. E poi?                         Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.”

Helga intraprende così un difficilissimo percorso di conoscenza, spinta da un’incontrollabile voglia di sapere, di capire, di domandare. A una madre che alterna momenti di lucidità a momenti di senile confusione la Schneider pone interrogativi che sempre di più scavano dentro di lei una voragine e la obbligano a chiedersi se sia possibile perdonare una madre che, senza mai dare il minimo segno di cedimento o tentennamento, ha contribuito in modo così massiccio allo sterminio di milioni di ebrei innocenti. Quali sentimenti è legittimo provare nei confronti di chi ha rifiutato il suo ruolo di genitore e i suoi stessi bambini in nome di ideali biechi e scellerati? Come approcciarsi a una donna che ha compiuto azioni quasi innominabili e che, a distanza di più di cinquant’anni, continua a difenderne la legittimità?

Volevo giurare! Volevo essere accettata come membro delle SS, lo volevo più di ogni altra cosa”.                                                                                                                       “Era più importante della tua famiglia?”.    

Annuisce. “Sì, ma tu non puoi capire. Nessuno può capire oggi…”

E se anche fosse possibile perdonare le colpe personali di un singolo individuo che ha agito mosso da folli e crudeli ideologie di massa, sarebbe possibile dimenticare le colpe storiche e umane di cui si è macchiato?

Quel pensiero mi insinuò un dubbio: non avevo mancato anch’io nel mio ruolo di figlia? Non sarebbe stato mio dovere comprendere, perdonare? Repressi uno strano impulso a coricarmi nel letto di mia madre. Le avevo forse perdonato?                               Con mia grande meraviglia, la risposta fu: sì. Le avevo perdonato il male che aveva fatto a noi, a suo marito, ai suoi figli… Ma quanto alle altre colpe dei cui si era macchiata, il diritto alla condanna o al perdono apparteneva esclusivamente alle sue vittime.

Un confronto, durato un paio d’ore, tra una madre e una figlia divise dalla storia ma ancora unite da un atavico legame “animale”, diviene lo spunto da cui partire per porci domande che investono le sfere della memoria storica e dell’etica personale.

Questo libro è un pugno nello stomaco, un doloroso promemoria dei tanti orrori perpetrati dai soldati e dalle guardie di Himmler ai danni di uomini, donne e bambini colpevoli solo di appartenere alla “razza” sbagliata. Questi orrori la Schneider ce li fa rivivere attraverso le parole di sua madre, che li racconta come vittorie suscitando in noi quello che sentiamo essere solo il pallido spettro di quello sdegno, del disgusto e della sofferenza che la stessa Helga deve aver provato nell’ascoltarla. Paradossalmente, immaginare la voce di una gracile vecchietta che racconta, senza colpo ferire, di aver torturato, derubato e ucciso delle persone, ci fa percepire in modo ancora più atroce l’assurdità di ciò che è stato. Ancora una volta, la “banalità del male” si manifesta in tutta la sua violenza.

Recensioni, Romanzi

La cena 

Oggi vi racconto La cena di Herman Koch, edito da Beat Edizioni. Questo romanzo, inquietante e drammaticamente attuale (o forse inquietante PERCHÉ drammaticamente attuale) nasconde dietro l’apparenza di una trama semplice, e neanche troppo originale, la profondità di una riflessione a 360° sulla società di oggi. 

Copertina de
“La cena” di Herman Koch, edito da Beat Edizioni

Paul e Serge Lohman sono fratelli, ma non potrebbero essere più diversi. Serge è un uomo pieno di sé, interamente concentrato sulla propria promettente carriera politica, appagato dalle piccole cortesie che la gente gli riserva in virtù della sua posizione. Il tavolo migliore del locale, il vino più pregiato, sorrisi e timide richieste da parte di chi vorrebbe una foto con lui, ma teme di infastidirlo. Babette, la sua bella moglie, ha tacitamente accettato di tramutarsi nell’ombra di quel marito invadente, sempre pronto ad appropriarsi dei riflettori. 

Eppure certe volte mi veniva da pensare […] che Babette avesse accettato a tavolino di vivere accanto a un politico di successo […] Come con un brutto libro, quando si è ormai superata la metà si arriva alla fine, anche controvoglia. Nello stesso modo Babette era rimasta accanto a Serge: magari si salvava nel finale. 

Paul, al contrario del fratello, è un uomo insicuro, che cova un fortissimo risentimento nei confronti del brillante Serge, e ambisce a distinguersi da lui nel costruire una “famiglia felice” (non a caso, una delle sue prime riflessioni include la citazione del celeberrimo incipit di Anna Karenina) insieme alla sua Claire e al figlio Michel, di sedici anni. Claire è la luce dei suoi occhi: una compagna che sa essere paziente, comprensiva, furba e brillante, senza che alcuna di queste qualità la spinga mai a far mostra di ritenersi superiore a qualcuno, men che mai al marito. 

La cena organizzata da Serge in un raffinato ristorante, cui Paul e consorte partecipano controvoglia, sognando una serata casalinga e tranquilla, procede tra chiacchiere superficiali sull’ultimo film di Woody Allen, commenti ironici sulle qualità di Serge come sommelier e progetti per le vacanze. In sottofondo, però, regna una tensione che i quattro commensali non riescono a nascondere e che li accompagna dall’antipasto al dolce. Qual è la ragione di tanta angoscia? I due figli coetanei di Serge e Paul, quei figli che erano il loro orgoglio e la loro speranza per il futuro, hanno commesso un atto di cieca violenza uccidendo una barbona, colpevole di aver impedito loro l’accesso alla cabina di un Bancomat con il suo misero sacco a pelo. Il tutto è stato registrato con un cellulare, e l’agghiacciante ripresa adesso circola su internet e sulle principali reti televisive. I volti dei ragazzi non si vedono, ma non è improbabile che presto qualcuno capisca che si tratta di loro. 

Ciò che ci si aspetterebbe, di fronte a una situazione del genere, è di ritrovarsi a leggere le strazianti riflessioni di quattro genitori alle prese con un difficile dilemma morale: denunciare l’accaduto, farsi odiare dai propri figli pur di salvarne la vita, o coprirli per sempre, rischiando che non riescano mai a cogliere davvero la gravità della cosa. Al contrario, quella a cui assistiamo è una scena che sembra tratta dal teatro dell’assurdo. La cena prosegue tra i silenzi, i non detti e gli scoppi di pianto di Babette. A tenere insieme le fila della narrazione sono i pensieri di Paul, che alterna considerazioni sul presente a flashback perfettamente inseriti tra un discorso e l’altro, tra una portata e l’altra, a mostrare luci ed ombre di quelle che sembrano due perfette famiglie olandesi. 

Incredibilmente, attraverso la voce di Paul, ci rendiamo gradualmente conto del fatto che proprio Serge, il politico senza scrupoli pronto a tutto per ottenere la sua prestigiosa poltrona, è l’unico che rinuncerebbe a tutti i suoi sacrifici per salvaguardare l’integrità morale del figlio, l’unico a preoccuparsi delle ripercussioni psicologiche che un atto del genere potrebbe avere sul giovane Rick. Attorno a lui, una moglie che non riesce a prendere posizione, un fratello debole e insicuro che si colpevolizza per il cattivo esempio dato al figlio, una cognata decisa a difendere a spada tratta il suo Michel, a costo di mistificare completamente la realtà. 

A raccontare tutto questo, un autore totalmente super partes, che non lascia trasparire la sua voce né la sua opinione in merito all’accaduto. Sembra quasi che Koch non voglia esporsi, suggerire che un approccio sia migliore dell’altro, far credere di avere delle risposte. Il libro costringe il lettore a fare i conti unicamente con la propria coscienza, ad “ascoltare” i pensieri di Paul e costruirne di nuovi, a crearsi un punto di vista sulla vicenda. Nel mio caso, l’angoscia e il fastidio non hanno fatto che crescere capitolo dopo capitolo, insieme al desiderio di scuotere i protagonisti, di urlare loro “Avanti! Fate qualcosa!”. 

Questo romanzo mi ha catturata dall’inizio alla fine ed è riuscito a suscitare tutte le sfumature della mia emotività, dalla tristezza alla rabbia, dall’incredulità all’indignazione, dalla disapprovazione alla rassegnazione. Un libro che riesce a fare tutto questo, è senza alcun dubbio un grande libro, per cui non posso far altro che consigliarvelo e invitarvi a farmi sapere cosa ne pensate. 

Recensioni, Romanzi

Diario di un killer sentimentale

Oggi vi parlerò di Diario di un killer sentimentale, breve racconto di Luis Sepulveda edito da Guanda. In appena 73 pagine, mescolando cinismo, ironia e suspense come fossero gli ingredienti di un buon dolce, il grande scrittore cileno ci regala una storia al limite del paradossale, dal ritmo incalzante e dalle tinte noir.

Copertina "Diario di un killer sentimentale"
“Diario di un killer sentimentale” di Luis Sepulveda, edito da Guanda

Il protagonista del romanzo svolge un lavoro quantomeno insolito: si tratta, infatti, di un killer professionista. L’uomo riceve i suoi numerosi e remunerativi incarichi da un misterioso committente, che lo chiama al telefono, ma che non ha mai incontrato.

Riconobbi la voce dell’uomo degli incarichi, un tizio che non ho mai visto né voglio vedere, perché così funzionano le cose tra professionisti, ma che, dopo averne sentito la voce, potrei riconoscere tra mille. 

L'”uomo degli incarichi” fa in modo che il suo sicario riceva periodicamente delle buste, all’interno delle quali troverà le foto che ritraggono la sua vittima designata, immortalata in uno scatto affinché lui possa memorizzare ogni singolo dettaglio di quel volto. Al killer non devono servire altre informazioni, non deve farsi domande e non deve conoscere le motivazioni che spingono il suo “datore di lavoro” a voler eliminare la persona ritratta in foto. Il suo coinvolgimento dev’essere minimo, perché un professionista serio non mischia mai il lavoro con le emozioni.
Eppure, da quando una donna è entrata nella vita del nostro protagonista, qualcosa in lui ha cominciato a cambiare. Perché adesso, mentre osserva i lineamenti del suo prossimo bersaglio, si ritrova a chiedersi chi sia quell’uomo? Cos’è quella nuova e malsana curiosità che lo porta a provare fastidio per il modo del tutto impersonale in cui la faccenda dell’omicidio viene gestita dal suo boss invisibile?
Forse l’amore, che per la prima volta fa affiorare in lui il sogno di una casa in Bretagna, di una spiaggia e di giornate trascorse in compagnia della sua “gran figa francese”, che gli avrebbe recitato poesie per lui incomprensibili, ma rese perfette dal fatto di essere pronunciate dalla sua bocca, lo ha cambiato più di quanto pensi.
I sogni, però, non sempre si avverano, e quando la sua donna lo abbandona annunciandogli, con un telegrafico messaggio via fax, di aver trovato l’amore in Messico durante un viaggio che lui stesso le aveva regalato per tenerla lontana dai guai, il killer sentimentale cerca di rimanere a galla sulle onde della sua atipica vita fluttuando sulle zattere offerte dal cinismo e dalla disillusione. Ma la lontananza della sua donna lo condurrà verso una serie di imperdonabili errori lavorativi, dalle conseguenze decisamente inaspettate…

A un lettore superficiale, questo breve racconto potrebbe apparire come un’apologia del distacco e della freddezza, un invito a separare la sfera professionale da quella amorosa e a non farsi mai coinvolgere troppo dalle persone che ci circondano, pena la dolorosa perdita di tutto ciò che si è faticosamente costruito fino a quel momento.

Un professionista vive solo, e per dar sollievo al corpo il mondo offre un’ampia scelta di puttane.

Queste sono le parole che il protagonista usa per raccontarsi durante il lungo dialogo che intrattiene con sé stesso e con i lettori attraverso le pagine di un diario che ripercorre le tappe dei suoi ultimi sette giorni da killer professionista. Sono parole apparentemente. prive di calore, le parole di un uomo che vive solo per eseguire degli ordini, incapace di provare sentimenti. Dietro le parole, però, si cela la sofferenza per un amore perduto, per una vita a malapena immaginata e già spazzata via da un laconico messaggio.
Dietro la definizione di “gran figa francese”, dietro il termine “incarico” che usa per indicare gli uomini contro i quali un giorno punterà una pistola, dietro il suo continuo rivolgersi alla propria immagine riflessa nello specchio, quasi gli fosse talmente estranea da costituire una personalità a sé stante, possiamo intravedere tutta la difficoltà di un uomo che non riesce più a concedersi una debolezza e che, per esorcizzarla, si costruisce attorno una fragile corazza.
Non a caso, solo dopo un’anonima notte di sesso trascorsa con una giovane Lolita parigina il protagonista troverà il coraggio di esprimere quei sentimenti che lo stanno consumando, sapendo che nessuno potrà ascoltare ciò che ha da dire.

Si addormentò abbracciata al mio petto, e allora le parlai chiamandola col nome della mia donna. Le dissi che la perdonavo, che dopo aver portato a termine il mio ultimo incarico l’avrei cercata in Messico e saremmo tornati insieme per vivere vicino al mare e lontano dalla morte.

Diario di un killer sentimentale è un libro che si legge tutto d’un fiato e che, anche se forse non brilla per imprevedibilità e colpi di scena, regala al lettore la piacevole sensazione di accompagnare il bizzarro protagonista in un viaggio lungo le strade di un amore illuso, deluso, arrabbiato, pronto a perdonare, certo, ma anche a chiedere vendetta. Leggetelo, non ve ne pentirete.