Recensioni, Romanzi

Less – Andrew Sean Greer

Finalmente, dopo una pausa fin troppo lunga, torno con una nuova recensione! Oggi voglio parlarvi della mia ultima lettura: Less di Andrew Sean Greer, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2018.

La trama del romanzo in breve (dalla scheda del libro): Problema: sei uno scrittore fallito sulla soglia dei cinquant’anni. Il tuo ex fidanzato, cui sei stato legato per nove anni, sta per sposare un altro. Non puoi andare al suo matrimonio, sarebbe troppo strano, e non puoi rifiutare, sembrerebbe una sconfitta. Sulla tua scrivania intanto languono una serie di improbabili inviti da festival ed editori di tutto il mondo. Domanda: come puoi risolvere entrambi i problemi? Soluzione: accetti tutti gli inviti, se sei Arthur Less. Inizia così una specie di folle e fantasioso giro del mondo in 80 giorni che porterà Less in Messico, Francia, Germania, Italia, Marocco, India e Giappone, riuscendo a frapporre migliaia di chilometri tra lui e i problemi che si rifiuta di affrontare. Cosa potrebbe andare storto? Tanto per cominciare, Arthur rischierà di innamorarsi a Parigi e di morire a Berlino, sfuggirà per un pelo a una tempesta di sabbia in Marocco e arriverà in Giappone troppo tardi per la fioritura dei ciliegi. In un giorno e in un luogo imprecisati, Less compirà i fatidici cinquant’anni: questa seconda fase della vita gli arriverà addosso come un missile, trascinando con sé il suo primo amore e anche l’ultimo.

“Less” di Andrew Sean Greer, edito La nave di Teseo.

Aspettative su questo romanzo? Altissime. Delusione? Parecchia. Attenzione, non posso dire che non mi sia piaciuto, perché si è comunque rivelato una lettura gradevole e leggera, ma di certo non mi ha lasciato granché e non diventerà mai uno dei miei libri del cuore. Perché? Innanzitutto ho avuto enormi difficoltà a empatizzare col protagonista, la cui storia viene raccontata dalla voce di un narratore la cui identità sarà svelata solo nelle ultime pagine e che mi è sembrato tremendamente anonimo e amorfo. So che in parte questo è voluto, e che Less è un personaggio che fin dal cognome non pretende di essere niente di eccezionale, che è sempre “da meno” degli altri e che vive una vita ordinaria, però…probabilmente sarebbe bastato poco per conferirgli quel minimo di personalità in più che non avrebbe certo guastato.

Le sue peregrinazioni lo portano a incontrare culture e persone diversissime da lui, eppure non sembra trarne nessun insegnamento, concentrato com’è sui ricordi e sulle mille paranoie che affollano la sua mente. Il viaggio diventa più una scusa per una serie di siparietti comici (la preparazione della valigia con un vestito per ogni paese, le difficoltà con le lingue e così via) che mi hanno strappato un sorriso, sì, ma non mi rimarranno certamente impressi. Più interessanti sono alcune riflessioni dal sapore agrodolce sui temi dell’amore e della vecchiaia, che però a parer mio sono rese un po’ meno credibili dal contesto entro il quale sono state inserite. Se infatti è plausibile che un personaggio si interroghi su queste tematiche o che magari ne parli con un amico nel corso di un confronto piuttosto “intimo”, è meno realistico pensare che un conoscente, incontrato per caso durante una festa nel corso di un viaggio, prenda da parte il personaggio per fargli lunghi discorsi sulla vita, sui sentimenti e sulla difficoltà di accettare l’avanzare dell’età.

“Ma sappiamo benissimo che il grande amore della vita non esiste. L’amore non è una cosa estrema come quella (il colpo di fulmine). E’ portare fuori il cazzo di cane così l’altro può continuare a dormire, è fare la dichiarazione dei redditi, è pulire il bagno senza prendersela. E’ avere un alleato nella vita. Non è fuoco né fiamme né fulmini.”

La cosa forse più interessante e apprezzabile del romanzo è la “normalizzazione” dell’omosessualità. Arthur vive le sue storie e le racconta senza alcun vittimismo, senza concentrarsi su problematiche come la discriminazione o il bullismo, con la stessa naturalezza con cui, di solito, vengono raccontate le storie eterosessuali, e trovo che questo dia un messaggio molto forte e molto positivo ai lettori. Altro elemento vincente è sicuramente lo stile dell’autore, capace di spaziare tra più registri (serietà, comicità, lirismo) e più linguaggi senza mai perdere di efficacia. Leggere Less mi ha permesso, se non altro, di vivere un primo approccio con uno scrittore di cui intuisco il grande talento, per cui sicuramente leggerò altro di Greer.

Giudizio complessivo? Direi 3/5 stelline.

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Cat person – Kristen Roupenian

I successi editoriali, i libri chiacchieratissimi e instagrammatissimi, mi fanno sempre molta paura. Quando mi avvicino a un testo con queste caratteristiche temo che il mio giudizio sia condizionato, nel bene o nel male, dalle decine di pareri letti in rete e dal clamore mediatico che lo accompagna. Per questo, di solito, nei confronti di questi libri adotto due possibili atteggiamenti:

– li leggo quando ormai non se ne parla più da tempo

– li leggo quando non se ne parla ancora perché sono freschi di stampa.

Cat person di Kristen Roupenian rientra nella seconda casistica, dato che ho iniziato a leggerlo il giorno della sua pubblicazione in Italia, quando ancora di recensioni in giro non se ne vedevano. Sapevo solo che l’hype per questa nuova uscita era tantissimo e che il racconto che dà il titolo alla raccolta aveva sollevato un polverone e fatto molto discutere nel 2017, anno della sua pubblicazione sul The New Yorker, diventando in breve tempo virale e raggiungendo lo status di “racconto con il maggior numero di condivisioni nella storia”, grazie anche alla sua attinenza con le tematiche contemporaneamente portate alla ribalta dal #metoo. Ci si chiedeva quindi se la raccolta, prima fatica letteraria della trentottenne Roupenian, sarebbe stata all’altezza delle aspettative, e se le altre undici storie qui raccontate sarebbero state incisive quanto quel primo glorioso racconto. Qual è la mia risposta a questa domanda? Decisamente sì.

“Cat person” di Kristen Roupenian, Einaudi.

Non è facile raccontare questo libro, ma la prima cosa che mi sento di dire è che mi ha messo addosso la stessa urgenza, la stessa fame, la stessa voglia di proseguire nella lettura che solitamente scatena in me un romanzo ben scritto. Le storie raccontate dalla Roupenian sono apparentemente respingenti, sicuramente spiazzanti e a tratti volutamente disturbanti, eppure catturano il lettore e lo avvincono. L’autrice ci trascina nel vortice vischioso delle relazioni umane, concentrandosi in particolare sui rapporti sentimentali e di potere tra i due sessi, e le sottopone alla lente impietosa di un microscopio che ne ingigantisce difetti e incoerenze. Tra favole dark (il notevolissimo “Il secchio, lo specchio e il vecchio femore”), storie che sfiorano il grottesco e altre che quasi sconfinano nell’orrorifico, l’autrice sovverte gli schemi e abbatte i tabù, liberandosi e liberandoci dal peso di qualsiasi morale. La Roupenian non vuole fornirci delle soluzioni, delle chiavi di interpretazione della realtà, ma condurci per mano negli abissi più torbidi delle relazioni interpersonali, fatte di giochi perversi, sfrenato erotismo e implacabile crudeltà.

Ho amato allo stesso modo tutti i racconti? No. Come spesso accade, alcune delle storie risultano meno efficaci di altre, eppure non per questo fuori posto. Tra i racconti più riusciti, oltre al già citato “Lo specchio, il secchio e il vecchio femore”, che racconta la storia di una principessa decisamente atipica, innamorata di un fantoccio che altro non è se non la rappresentazione esteriore della sua stessa indipendenza, annovero lo stesso “Cat person”, “Sardine” e “Look at your game girl”. Non vi racconterò nel dettaglio di cosa parlano perché, trattandosi di storie brevi, vi guasterei il piacere della lettura, per cui lascerò che siate voi a scoprire cosa si nasconde dietro questi titoli e mi limiterò ad aggiungere che il racconto che più di tutti mi ha lasciata indifferente è “Il corridore notturno”.

Pur avendo amato la raccolta e ritenendo che si tratti di un opera di alto livello, se proprio devo muovere una critica all’autrice le “rimprovero” il fatto di aver talvolta calcato la mano sui dettagli più scabrosi o impressionanti in un modo che sembra costruito a tavolino per scioccare il lettore. Voglio però pensare che questo “peccato” di scrittura, tutto sommato veniale, sia legato al fatto che si tratta di un’opera prima, e aspetterò di poter leggere qualcos’altro di suo prima di pronunciare un giudizio definitivo sulla sua penna. Credo che questa raccolta sia comunque destinata a dividere gli animi, e che questo sia uno di quei libri che suscitano nei lettori immediato amore o infinito odio senza mezze misure, spazzate via dalla durezza e dallo stile diretto dei racconti, che non fa sconti a nessuno e che può solo affascinare o repellere. Complessivamente, il mio voto è un 4/5, e vi consiglio vivamente di recuperare questa raccolta al più presto. Se invece l’avete già letta, sarei molto curiosa di sapere come vi è sembrata e se rientrate nel gruppo degli estimatori o in quello dei detrattori!

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Un matrimonio americano – Tayari Jones

Ammetto di aver scelto di prendere in prestito Un matrimonio americano di Tayari Jones soprattutto perché attratta dalla meravigliosa copertina del romanzo. Chi mi segue da un po’ ormai lo sa, le belle copertine esercitano su di me un fascino praticamente irresistibile, e quella di questo volume edito Neri Pozza è particolarmente suggestiva. Quello che non immaginavo, mentre portavo a casa dalla biblioteca il mio “bottino”, è che avrei passato tre giorni attaccata alle pagine, che la storia di Roy e Celestial avrebbe occupato tutti i miei pensieri e che non sarei riuscita a impegnare in modo diverso il mio tempo libero finché non fossi giunta alla sua conclusione.

“Un matrimonio americano” di Tayari Jones, Neri Pozza

Roy e Celestial sono due sposini (stanno insieme da circa un anno e mezzo) afroamericani di Atlanta. La loro vita sembra procedere nella giusta direzione: Roy ha un ottimo impiego e si concede il lusso di sperare in una nuova casa e in una famiglia numerosa, mentre Celestial è finalmente riuscita a coronare il suo sogno di diventare un’artista, realizzando e vendendo a facoltosi committenti delle meravigliose bambole da collezione rifinite nei minimi dettagli. La placida esistenza dei due giovani, tuttavia, è destinata a essere irreparabilmente sconvolta da un evento del tutto imprevedibile. Dopo una visita ai genitori di Roy, che abitano fuori città, lui e Celestial declinano la loro offerta di fermarsi a dormire e scelgono di trascorrere la notte in un hotel. Arrivati a destinazione, Roy decide di fare alla moglie un’enorme rivelazione inaspettata, scatenando un litigio. Nel tentativo di calmare le acque, l’uomo lascia la stanza con la scusa di andare a riempire il cestello del ghiaccio, e per puro caso incontra un’altra delle ospiti dell’albergo, una donna di mezza età con un braccio legato al collo, palesemente bisognosa di aiuto. Roy la accompagna in camera, la aiuta a sistemare una finestra che non vuole aprirsi e le fa notare che la porta della stanza non si chiude bene. Tornato in camera, viene accolto da Celestial, che sembra aver superato il momento di rabbia, e trascorre con lei quella che sarà la sua ultima notte di serenità. La mattina dopo, infatti, i due coniugi vengono svegliati dalla polizia, che fa irruzione nella stanza e arresta Roy, colpito da un’accusa pesantissima e infamante. Proprio la donna che la sera prima aveva aiutato, ha creduto di riconoscere in lui il responsabile dello stupro che ha subito nel corso della notte. A nulla valgono le parole di Celestial, che si affanna a giurare che il marito è sempre rimasto accanto a lei, di fronte alla forza di un pregiudizio radicato che associa uno specifico colore della pelle alla capacità di commettere un crimine. Per di più, Roy sapeva che la porta di quella stanza non si chiudeva bene, e questo fa sì che diventi il principale sospettato. Nonostante gli encomiabili sforzi del suo avvocato, l’uomo viene condannato a scontare dodici anni per un reato che non ha commesso.

Tramite l’alternanza di capitoli in cui i fatti vengono raccontati in prima persona rispettivamente da Roy e Celestial, l’autrice lascia la parola ai suoi personaggi e fa dello “show, don’t tell” il suo tratto distintivo. Tayari Jones ci mostra senza filtri in che modo un rapporto in apparenza solido possa cambiare e trasformarsi sotto i colpi inclementi di un fato avverso. Da un lato troviamo un uomo che si attacca con tutte le sue forze al ricordo del tempo felice trascorso insieme alla moglie e alla prospettiva degli anni che lo attendono con lei quando l’incubo avrà fine e potrà finalmente lasciare la prigione. Dall’altro vediamo una giovane donna in crisi, consapevole di amare il marito ma conscia del fatto che, in un anno e mezzo, avevano appena imparato a conoscersi e a capire cosa volesse dire vivere insieme e fare progetti. Osservando i suoi genitori e quelli di Roy, la ragazza non può fare a meno di pensare che lei e suo marito non hanno alle spalle un lungo percorso di vita condiviso, e che senza di esso sarà difficile trovare la forza per aspettarlo così a lungo.

“Se avessimo messo una moneta in un vasetto per ogni giorno in cui siamo stati sposati, e ne avessimo tolta una per ogni giorno che siamo stati separati, il vasetto si sarebbe svuotato molto tempo fa.”

Se prima della condanna di Roy era possibile pensare di porre rimedio a qualsiasi problema sorgesse tra loro e superare con facilità i momenti di debolezza, adesso la distanza e la solitudine rischiano di prendere il sopravvento, rendendo insormontabili anche i più piccoli ostacoli.

“Ero convinta che il nostro matrimonio fosse come un arazzo finissimo, fragile ma che si poteva riparare. Spesso lo strappavamo e lo rammendavamo, sempre con un filo di seta, bellissimo ma molto cedevole.

Uno dei momenti più intensi e toccanti del romanzo è rappresentato dallo scambio di lettere tra Roy e Celestial durante i primi anni di prigionia. La speranza, l’angoscia, l’amore e il tormento dei due protagonisti emergono con una chiarezza e una potenza che investono il lettore, che si ritrova ora a provare compassione e solidarietà per un uomo distrutto, ingiustamente costretto a rinunciare a tutto ciò che possedeva, ora a simpatizzare per una donna la cui lealtà viene messa a dura prova e che sente di non avere possibilità di scelta o vie di fuga.

Sebbene la tematica della discriminazione razziale venga sfiorata e sia alla base dell’arresto di Roy, “Un matrimonio americano” non è un romanzo di denuncia. Nonostante la presenza di un tribunale e di un avvocato, questo romanzo non è un thriller. Il focus della vicenda sono, e restano, i sentimenti dei suoi protagonisti. Attraverso i dubbi di Celestial e le paure di Roy, il romanzo ci pone degli interrogativi fondamentali sui rapporti umani e sui loro limiti. Fino a dove siamo disposti a spingerci per amore? Cosa siamo disposti a sopportare? Quanto siamo in grado di aspettare prima di pretendere di avere l’occasione di realizzare i nostri desideri? E a quanto siamo pronti a rinunciare per qualcuno che amiamo? Sullo sfondo, ad arricchire e complicare un quadro emotivo già complesso e stratificato, emergono pesantissimi segreti e inaspettate rivelazioni familiari, macigni con cui Roy e Celestial dovranno fare i conti proprio mentre lottano per rimettere insieme i pezzi di un puzzle scompaginato dalla violenza di una tempesta.

Sto volutamente omettendo un’enorme parte della trama, sorvolando anche su cose che probabilmente potrei raccontarvi senza cadere nel rischio di spoiler, perché se è vero che il libro si fonda sul concetto di amore e sulle sue possibili declinazioni, è altrettanto vero che questo romanzo vive di colpi di scena, per cui non voglio assolutamente guastarvi il piacere della lettura. Vi basti sapere che ho adorato il modo in cui l’autrice è riuscita a costruire dei personaggi talmente realistici da risultare quasi reali e a padroneggiare una materia umana ed emotiva tanto complessa utilizzando uno stile semplice e lineare e senza mai inciampare nel patetismo o lasciarsi andare a dialoghi melensi. In particolare, trovo che la Jones sia stata molto abile nel raccontare l’amore nella sua accezione più concreta e nel trasmettere al lettore la sofferenza e il calvario che si accompagnano alla sua perdita.

“A dormire sola non sono mica morta, allora, e non ne morirò adesso. Ma la perdita mi ha insegnato questo dell’amore. La nostra casa non è semplicemente vuota, la nostra casa è stata svuotata. L’amore si ricava uno spazio nella tua vita, si ricava uno spazio nel tuo letto. Inavvertitamente, si ricava uno spazio nel tuo corpo, reindirizza tutti vasi sanguigni e si mette a pulsare proprio accanto al tuo cuore. Quando se ne va, niente ha più la pienezza di prima.”

Consiglio caldamente la lettura di questo romanzo a chiunque sia in cerca di una storia da cui farsi conquistare, ma vi avverto: “Un matrimonio americano” vi rapirà e avvertirete il bisogno impellente di continuare a leggere, quindi prendetelo in mano solo se avete parecchio tempo a disposizione!

Recensioni, Romanzi

Un ragazzo d’oro

Questo romanzo è rimasto sul mio ebook reader per mesi prima che mi decidessi a leggerlo. Per quanto mi attraesse, infatti, sembrava che ci fosse sempre qualche altra lettura più urgente da fare, qualche altro libro più meritevole di attenzione. Ironia della sorte, alla fine mi sono ritrovata a divorare le sue 270 pagine nel giro di 24 ore proprio lo scorso 2 aprile, la Giornata Mondiale della sensibilizzazione verso l’autismo.

“Un ragazzo d’oro” di Eli Gottlieb

L’autismo, “lo spettro”, è il perno attorno al quale ruota l’intero romanzo. Il ragazzo d’oro del titolo è Todd Aaron, tranquillo e rispettoso lungodegente di Payton, la comunità di cura per pazienti affetti da disturbi mentali in cui vive ormai da quarantuno anni.

“Il Payton LivingCenter era il sesto posto in cui mi portava mia mamma, ma né io né lei sapevamo che ci sarei rimasto per sempre e per tutta la vita.”

La storia ci viene raccontata attraverso il punto di vista straniato e straniante dello stesso Todd, che osserva il mondo che lo circonda con lo sguardo insieme acuto e smarrito tipico di chi guarda alla realtà da una prospettiva solo apparentemente svantaggiata. Se è vero, infatti, che gli occhi di Todd non sono capaci di cogliere le tante sfumature del reale che sfuggono alla sua mente cristallizzata in un’eterna infanzia, è anche vero che il suo candore e la sua innocenza lo portano a vedere, e a raccontare, molto più di quanto riescano a vedere le persone “normali” che lo circondano.

Todd è diligente, prende sempre le sue medicine, ha un ottimo rapporto con Rayneke, l’operatrice che si prende cura di lui e che sa prevedere persino le sue scariche di volt, ed è molto curioso. Tra i suoi amici annovera il Signor B. e il Signor C., rispettivamente l’Enciclopedia Britannica e il computer, ai quali pone domande e dai quali riceve tante risposte. Un’altra passione di Todd sono le mappe sulle quali traccia, con precisione e costanza, un “fiume grigio di matita” che collega Payton alla sua città natale.

“Ho cominciato a fare la stessa cosa ogni giorno quando tornavo a casa dal lavoro e presto ho creato un fiume grigio di matita talmente scivoloso che la mano cominciava dalla villetta di Payton e poi automaticamente slittava di traverso sopra l’America e tornava a casa.”

“Casa” è il luogo in cui viveva con il padre, un uomo violento del tutto incapace di accettare le sue condizioni, il fratello, che per tutta l’infanzia lo ha bullizzato e deriso, e la madre, il suo punto di riferimento e il suo più grande amore. Della sua famiglia di origine, ormai, a Todd è rimasto solo suo fratello, un uomo impegnato e sfuggente che si limita a sostenere i costi del Payton (cosa che costantemente gli rinfaccia) e a telefonargli un paio di volte al mese, ignorando le sue insistenti richieste di poter andare a vivere con lui.

Nonostante la sua disabilità, Todd è un uomo sereno, che ha saputo adattarsi all’ambiente in cui vive e costruirsi una confortevole routine. La sua tranquillità, però, sarà ben presto turbata dall’arrivo di due persone nuove: Mike Hilton e Martine. Mike è un nuovo operatore del Payton che, come tutti gli uomini adulti, incute a Todd un certo timore, legato al ricordo del padre e delle percosse ricevute durante l’infanzia. Martine, invece, è una nuova paziente del centro, una paziente “ad alto funzionamento”, molto sveglia ed estremamente ribelle, verso la quale Todd proverà un’attrazione così forte da lasciarsi convincere ad abbandonare la retta via e smettere di prendere le sue medicine.

“Nel 1177 Lancillotto pensava che su Ginevra splendesse sempre il sole. Pensava che lei fosse pura come la neve. Pensava che fosse una persona perfetta. Pensava che forse non era mai esistito nessuno più perfetto di lei in tutta la storia del mondo. Lancillotto ne era davvero convinto. Quello era amore.”

L’incontro con questi due personaggi innescherà una catena di eventi che condurranno Todd verso lo struggente finale; per ovvi motivi, però, non voglio dirvi di più.

Un ragazzo d’oro è un romanzo di una dolcezza e di una profondità disarmanti. Todd è un protagonista di cui è impossibile non innamorarsi, per l’ingenuità e la genuinità con cui racconta al lettore il suo piccolo mondo e per la forza dei ricordi che continua a custodire e coltivare nonostante i quarant’anni passati in una comunità, in un luogo-non luogo che non somiglia alla casa in cui è cresciuto e dove sogna di poter tornare, ma che è ormai l’unica casa che conosce. Insieme ai ricordi, Todd si porta dentro l’amore, imperituro e struggente, per quella madre che non è più accanto a lui, e che suo malgrado è stata costretta a rassegnarsi all’idea di “abbandonarlo” tanti anni prima.

Eli Gottlieb ci racconta l’autismo riuscendo nel difficile intento di sensibilizzare e commuovere il lettore senza mai cedere alle lusinghe del pietismo. Un plauso va alla sua scelta di cimentarsi con una prima persona particolarmente difficile da sostenere, dal momento che riuscire a calarsi nei panni di una persona “affetta” da autismo richiede di compiere un continuo sforzo di immaginazione per riuscire a ipotizzare quali possano essere i suoi pensieri di fronte a situazioni, oggetti e persone che, a chi non rientra nello “spettro”, appaiono del tutto ordinari.

“Io non guardo mai la televisione perché va troppo veloce e sembra che dentro si conoscano già tutti tra di loro.”

Il messaggio che Gottlieb intende trasmettere è un messaggio di accettazione e di inclusione che passa proprio attraverso le parole dello stesso Todd, pronto a ricordarci delle verità alle quali forse troppo spesso, per paura, non osiamo pensare. 

“Lo spettro è talmente ampio che dentro può starci praticamente chiunque. Una persona schizzinosa nel mangiare o amante della solitudine potrebbe essere all’interno dello spettro […] Queste persone nello spettro non devono prendere medicine o essere accompagnate con il pulmino a lavorare in una mensa scolastica […] Prendono l’ascensore insieme a voi e preparano il cibo che mangiate. Magari li avete addirittura sposati.

La “normalità” è dunque un concetto relativo, e questo esclude, o dovrebbe escludere, qualsiasi forma di intolleranza verso il prossimo. Intolleranza che, insieme alla tendenza a raggirare chi è almeno in apparenza più debole di noi, è comunque ben rappresentata dai modelli negativi del romanzo, il padre di Todd e Mike Hilton.

Lasciatevi rapire da una storia che non dimenticherete facilmente, e vi troverete a vivere la vostra giornata insieme a Todd, a tifare per lui, a sperare che il ragazzo d’oro ritrovi la pace e l’amore che merita.

Anteprime, Recensioni, Romanzi

Il secondo ritorno

Lunedì scorso (il 12 novembre) ho avuto occasione di partecipare alla presentazione, organizzata appositamente per bookblogger e booktuber, del nuovo libro di Giuliano Gallini, “Il secondo ritorno” edito da Nutrimenti Edizioni. Quando la casa editrice mi ha contattata ho accettato l’invito con gioia, perché la trama del romanzo mi ha conquistata a prima lettura.

"Il secondo ritorno" cover Giuliano Gallini Nutrimenti Edizioni
“Il secondo ritorno” di Giuliano Gallini, edito da Nutrimenti Edizioni

Tutta la costruzione del romanzo ruota attorno al racconto “Il ritorno” di Joseph Conrad. Lo scrittore polacco, protagonista di una delle due vicende sulle quali è imperniata la trama del libro di Giallini, visse un periodo di profonda crisi quando, nel 1897, la sua ultima fatica (“Il ritorno”, appunto) andò incontro a numerosi rifiuti da parte di diversi editori, oltre che ad aspre critiche da parte di amici e colleghi. Al testo sembrava mancare qualcosa, qualcosa di fondamentale che lo avrebbe elevato alle vette della vera letteratura, ma cosa? Il Conrad che vediamo in scena è un uomo tormentato, che sente di essere ormai costretto a muoversi solo sul terreno sicuro dell’avventurosa narrazione di viaggio, e che quasi si pente di aver osato entrare in punta di piedi nel mondo del racconto borghese, in cui la psicologia dei personaggi la fa da padrone.

“Per molti giorni la paura di non essere capace di scrivere che storie esotiche lo aveva svegliato nel pieno della notte. Non poteva accettare di essere uno scrittore di genere.”

“Il ritorno”, infatti, racconta la storia di una coppia, i coniugi Hervey, e prende le mosse dalla decisione, presa dalla moglie, di abbandonare il tetto coniugale. La donna, cui non è concesso il dono di un nome né quello di una vera personalità (è forse questo a disorientare critici e lettori?), sceglie di lasciare il marito con un biglietto, per poi pentirsene e decidere di tornare sui suoi passi, sperando che Alvan non abbia letto le sue parole e che tutta possa tornare come prima. Alvan, però, ha trovato il biglietto e lo ha letto, e per questo sottopone la moglie a un lungo e faticoso confronto, durante il quale lei non può che esprimersi a monosillabi, senza in effetti mai palesare le ragioni del suo gesto, della sua fuga. Gli Hervey vivono in un contesto sociale piuttosto asfissiante, fatto di convenzioni e di regole cui è obbligatorio conformarsi: una gabbia dorata. Non a caso Alvan, di fronte alla sparizione della moglie, non si preoccupa per lei e non si chiede dove sia finita, ma si dispera temendo che la gente possa pensar male di lui, e arriva addirittura a desiderare che la donna fosse morta, poiché essere vedovo sarebbe più onorevole che essere stato abbandonato. È dunque probabile che la donna, incapace di continuare a condurre un’esistenza così rigida e inautentica, abbia provato l’istinto di allontanarsene, salvo poi rendersi conto che, lontano da ciò che conosce e che ha rappresentato il suo unico orizzonte per più di cinque anni, non è in grado di ricostruirsi una vita. Fuori dalla gabbia, per lei, c’è il nulla. E il nulla, da sempre, ci terrorizza.

La seconda vicenda, che fa da specchio alla prima e rispetto ad essa procede in parallelo, è quella, ambientata nel 2017, che ha per protagonista Agnese, una giovane regista impegnata a mettere in scena una rappresentazione teatrale imperniata sulle vicende di Jessie e Joseph Conrad. Qualcosa nel rapporto tra i due coniugi, lontani per età e per cultura (Jessie era più giovane di ben sedici anni ed era un’umile dattilografa), la affascina al punto di decidere di portare la loro storia sul palcoscenico. La sua vena creativa, però, si sta inaridendo, piegata sotto il peso di una vita di coppia che da tempo non la soddisfa e che mette a dura prova la sua capacità di resistenza. Leo, suo marito, non pensa che al lavoro, e su di lei pende la spada di Damocle del “nuovo contratto” che lui sta per firmare, dopo il quale certamente tornerà alla carica insistendo perché mettano in cantiere un figlio, un passo che lei non si sente ancora pronta a compiere. Esasperata, anche Agnese decide di abbandonare la propria casa e l’uomo che da anni le sta accanto (da qui il titolo “Il secondo ritorno”), lasciandogli un biglietto in cui dice che è dovuta andare via e che per un po’ starà a casa di un amico. Un passo enorme questo per Agnese, che arrivata a casa di Salvo, col quale in passato c’era stato del tenero, decide frettolosamente di tornare sui suoi passi, augurandosi di arrivare a casa prima di Leo, prima che lui possa accorgersi della sua fuga e leggere quelle parole incerte scarabocchiate su un foglietto.

“Lasciare Leo significava lasciare un passato felice e una promessa di futuro; significava lasciare un mondo, non solo un uomo.”

Anche in questo caso, dunque, una donna sente di non avere più alternative, di essere costretta a vivere sotto una cappa fatta di aspettative sociali che non può o non vuole soddisfare, e prova a scrollarsela di dosso. Di nuovo, però, la donna non riesce a portare fino in fondo la propria decisione e si arrende al ritorno, alla paura dell’ignoto, al bisogno di certezze.

Autore del romanzo Giuliano Gallini Libreria Centofiori
L’autore del romanzo, Giuliano Gallini, durante la presentazione del libro presso la Libreria Centofiori di Milano.

Delle due donne del romanzo, la protagonista de “Il ritorno” e Agnese, si è discusso tanto durante l’incontro di lunedì. Le posizioni in merito erano sostanzialmente due: alcuni di noi sostenevano che la scelta di tornare sui propri passi fosse un atto di vigliaccheria, l’ammissione dell’incapacità di affrontare ciò che non si conosce, accontentandosi di rientrare nei ranghi di una quotidianità opprimente e a tratti insopportabile, eppure al tempo stesso rassicurante; altri, invece, vedevano nel ritorno la manifestazione di un’enorme forza d’animo, di quella resilienza e determinazione che spinge l’essere umano (la donna?) a lottare sempre e comunque per salvare il salvabile, per tenere in piedi ciò che è stato faticosamente costruito nel corso degli anni.

Poco fa ho scritto “(la donna?)” perché un altro dei temi forti emersi durante il dibattito è stato quello riguardante la figura femminile all’interno del romanzo. Le donne di Giallini (e di Conrad) sono donne che tornano, donne che, per paura o per inarrestabile forza d’animo, scelgono di rinunciare a una felicità potenziale per riappropriarsi del ruolo che la società, la famiglia o un uomo si aspettano che ricoprano. Ma è davvero una questione di genere? La donna sente davvero un atavico bisogno di solidità e certezze? È davvero incapace di lasciarsi andare e di inventarsi una vita del tutto nuova in un luogo diverso? E cosa sarebbe successo se a fuggire fosse stato l’uomo? Sarebbe mai tornato? È possibile che la donna, dopotutto, sia vittima di una sorta di “colonialismo di genere” che le ha fatto terra bruciata intorno impedendole di abbandonare una vita che la rende infelice?

Il romanzo di Giallini ha sollevato questi e tanti altri interrogativi. Durante la presentazione infatti si è parlato di letteratura, di donne, di uomini, di grandi autori, del bisogno di cercare se stessi dentro i libri e dell’inevitabile tentativo, compiuto da ogni aspirante scrittore, di portare un po’ dei libri che ha amato nei propri scritti. Al giorno d’oggi non è facile trovare un libro, per di più scritto da un “quasi esordiente”, che sia capace di far discutere, riflettere e che stimoli il confronto su temi così importanti. Biografia, fiction, noir (Alice Ticknor, chi era costei? Tenete bene a mente questo nome), “Il secondo ritorno” riesce a essere tutto questo, grazie a un sistema di scatole cinesi ben congegnato dall’autore. Per di più, la storia è estremamente godibile e piacevole, per cui ve ne consiglio vivamente la lettura.

Se vi va, fatemi sapere qual è la vostra opinione riguardo alle domande che ho posto sopra. Per voi provare a fuggire per poi tornare indietro è un atto di forza o è semplice codardia?

Non fiction, Recensioni

Lasciami andare, madre

Se qualcuno oggi mi chiedesse “Quale libro letto di recente farai fatica a dimenticare?”, la mia risposta sarebbe senza dubbio “Lasciami andare, madre” di Helga Schneider, edito da Adelphi nel 2001.

Racconto autobiografico, confessione, testimonianza. Lasciami andare, madre è tutto questo e molto di più. La Schneider, che ha dedicato la sua vita e la sua intera opera a ripercorrere gli eventi salienti della Seconda guerra mondiale e della Shoah, da lei vissute e osservate con lo sguardo della bambina che era all’epoca, affronta qui il più grande e il più temibile dei suoi fantasmi: sua madre. Una madre che ormai da mezzo secolo Helga non sente più come tale, una madre che non riesce a chiamare “mutti” (mamma) perché mamma non è mai stata, una madre che l’ha abbandonata senza rimorsi né rimpianti quando aveva solo quattro anni, nel 1941.

Cover di
“Lasciami andare, madre”, edito da Adelphi.

Più ancora dell’abbandono, a far male è la motivazione che ha spinto questa donna a lasciare i suoi due bambini per non fare mai più ritorno: il suo führer aveva bisogno di lei, più di quanto ne avessero i suoi figli. Nessuna debolezza era concessa alle donne che si mettevano al servizio di Himmler e decidevano di diventare guardie carcerarie ad Auschwitz-Birkenau. Solo le più rigide, le più dure, le più coriacee riuscivano a far carriera, e la madre di Helga era determinata a brillare. Tanta fierezza, nessuna pietà, nessun ripensamento.

Helga aveva già rivisto sua madre una volta, nel 1971, a trent’anni dal loro ultimo incontro, e aveva sperato di trovarsi davanti una donna diversa, forse pentita, sicuramente felice di conoscere il suo nipotino. La realtà, però, aveva fatto a pezzi le sue fantasie, ponendole di fronte una statua di ghiaccio, che aveva provato a riempirle le mani di oggetti in oro, certamente strappati ai deportati di Auschwitz prima di mandarli alle camere a gas, e aveva esibito con orgoglio la vecchia e consunta divisa delle SS, prezioso cimelio di un tempo ormai perduto. Sconvolta da tanta freddezza, Helga aveva deciso di non rivederla mai più. Eppure quando, nel 1998, un’amica di sua madre le telefona per dirle che la donna è ormai più che novantenne e preda di una demenza senile galoppante, Helga, che ormai vive in Italia da tempo e che in italiano scrive i suoi libri, prende un aereo per Vienna e parte verso la casa di riposo dove è ricoverata quella che per lei è un’estranea e che, al contempo, sente come sangue del suo sangue.

Oggi ti rivedo madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?                                     Rispetto? Solo per la tua veneranda età – ma per nient’altro. E poi?                         Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.”

Helga intraprende così un difficilissimo percorso di conoscenza, spinta da un’incontrollabile voglia di sapere, di capire, di domandare. A una madre che alterna momenti di lucidità a momenti di senile confusione la Schneider pone interrogativi che sempre di più scavano dentro di lei una voragine e la obbligano a chiedersi se sia possibile perdonare una madre che, senza mai dare il minimo segno di cedimento o tentennamento, ha contribuito in modo così massiccio allo sterminio di milioni di ebrei innocenti. Quali sentimenti è legittimo provare nei confronti di chi ha rifiutato il suo ruolo di genitore e i suoi stessi bambini in nome di ideali biechi e scellerati? Come approcciarsi a una donna che ha compiuto azioni quasi innominabili e che, a distanza di più di cinquant’anni, continua a difenderne la legittimità?

Volevo giurare! Volevo essere accettata come membro delle SS, lo volevo più di ogni altra cosa”.                                                                                                                       “Era più importante della tua famiglia?”.    

Annuisce. “Sì, ma tu non puoi capire. Nessuno può capire oggi…”

E se anche fosse possibile perdonare le colpe personali di un singolo individuo che ha agito mosso da folli e crudeli ideologie di massa, sarebbe possibile dimenticare le colpe storiche e umane di cui si è macchiato?

Quel pensiero mi insinuò un dubbio: non avevo mancato anch’io nel mio ruolo di figlia? Non sarebbe stato mio dovere comprendere, perdonare? Repressi uno strano impulso a coricarmi nel letto di mia madre. Le avevo forse perdonato?                               Con mia grande meraviglia, la risposta fu: sì. Le avevo perdonato il male che aveva fatto a noi, a suo marito, ai suoi figli… Ma quanto alle altre colpe dei cui si era macchiata, il diritto alla condanna o al perdono apparteneva esclusivamente alle sue vittime.

Un confronto, durato un paio d’ore, tra una madre e una figlia divise dalla storia ma ancora unite da un atavico legame “animale”, diviene lo spunto da cui partire per porci domande che investono le sfere della memoria storica e dell’etica personale.

Questo libro è un pugno nello stomaco, un doloroso promemoria dei tanti orrori perpetrati dai soldati e dalle guardie di Himmler ai danni di uomini, donne e bambini colpevoli solo di appartenere alla “razza” sbagliata. Questi orrori la Schneider ce li fa rivivere attraverso le parole di sua madre, che li racconta come vittorie suscitando in noi quello che sentiamo essere solo il pallido spettro di quello sdegno, del disgusto e della sofferenza che la stessa Helga deve aver provato nell’ascoltarla. Paradossalmente, immaginare la voce di una gracile vecchietta che racconta, senza colpo ferire, di aver torturato, derubato e ucciso delle persone, ci fa percepire in modo ancora più atroce l’assurdità di ciò che è stato. Ancora una volta, la “banalità del male” si manifesta in tutta la sua violenza.

Recensioni, Romanzi

La cena 

Oggi vi racconto La cena di Herman Koch, edito da Beat Edizioni. Questo romanzo, inquietante e drammaticamente attuale (o forse inquietante PERCHÉ drammaticamente attuale) nasconde dietro l’apparenza di una trama semplice, e neanche troppo originale, la profondità di una riflessione a 360° sulla società di oggi. 

Copertina de
“La cena” di Herman Koch, edito da Beat Edizioni

Paul e Serge Lohman sono fratelli, ma non potrebbero essere più diversi. Serge è un uomo pieno di sé, interamente concentrato sulla propria promettente carriera politica, appagato dalle piccole cortesie che la gente gli riserva in virtù della sua posizione. Il tavolo migliore del locale, il vino più pregiato, sorrisi e timide richieste da parte di chi vorrebbe una foto con lui, ma teme di infastidirlo. Babette, la sua bella moglie, ha tacitamente accettato di tramutarsi nell’ombra di quel marito invadente, sempre pronto ad appropriarsi dei riflettori. 

Eppure certe volte mi veniva da pensare […] che Babette avesse accettato a tavolino di vivere accanto a un politico di successo […] Come con un brutto libro, quando si è ormai superata la metà si arriva alla fine, anche controvoglia. Nello stesso modo Babette era rimasta accanto a Serge: magari si salvava nel finale. 

Paul, al contrario del fratello, è un uomo insicuro, che cova un fortissimo risentimento nei confronti del brillante Serge, e ambisce a distinguersi da lui nel costruire una “famiglia felice” (non a caso, una delle sue prime riflessioni include la citazione del celeberrimo incipit di Anna Karenina) insieme alla sua Claire e al figlio Michel, di sedici anni. Claire è la luce dei suoi occhi: una compagna che sa essere paziente, comprensiva, furba e brillante, senza che alcuna di queste qualità la spinga mai a far mostra di ritenersi superiore a qualcuno, men che mai al marito. 

La cena organizzata da Serge in un raffinato ristorante, cui Paul e consorte partecipano controvoglia, sognando una serata casalinga e tranquilla, procede tra chiacchiere superficiali sull’ultimo film di Woody Allen, commenti ironici sulle qualità di Serge come sommelier e progetti per le vacanze. In sottofondo, però, regna una tensione che i quattro commensali non riescono a nascondere e che li accompagna dall’antipasto al dolce. Qual è la ragione di tanta angoscia? I due figli coetanei di Serge e Paul, quei figli che erano il loro orgoglio e la loro speranza per il futuro, hanno commesso un atto di cieca violenza uccidendo una barbona, colpevole di aver impedito loro l’accesso alla cabina di un Bancomat con il suo misero sacco a pelo. Il tutto è stato registrato con un cellulare, e l’agghiacciante ripresa adesso circola su internet e sulle principali reti televisive. I volti dei ragazzi non si vedono, ma non è improbabile che presto qualcuno capisca che si tratta di loro. 

Ciò che ci si aspetterebbe, di fronte a una situazione del genere, è di ritrovarsi a leggere le strazianti riflessioni di quattro genitori alle prese con un difficile dilemma morale: denunciare l’accaduto, farsi odiare dai propri figli pur di salvarne la vita, o coprirli per sempre, rischiando che non riescano mai a cogliere davvero la gravità della cosa. Al contrario, quella a cui assistiamo è una scena che sembra tratta dal teatro dell’assurdo. La cena prosegue tra i silenzi, i non detti e gli scoppi di pianto di Babette. A tenere insieme le fila della narrazione sono i pensieri di Paul, che alterna considerazioni sul presente a flashback perfettamente inseriti tra un discorso e l’altro, tra una portata e l’altra, a mostrare luci ed ombre di quelle che sembrano due perfette famiglie olandesi. 

Incredibilmente, attraverso la voce di Paul, ci rendiamo gradualmente conto del fatto che proprio Serge, il politico senza scrupoli pronto a tutto per ottenere la sua prestigiosa poltrona, è l’unico che rinuncerebbe a tutti i suoi sacrifici per salvaguardare l’integrità morale del figlio, l’unico a preoccuparsi delle ripercussioni psicologiche che un atto del genere potrebbe avere sul giovane Rick. Attorno a lui, una moglie che non riesce a prendere posizione, un fratello debole e insicuro che si colpevolizza per il cattivo esempio dato al figlio, una cognata decisa a difendere a spada tratta il suo Michel, a costo di mistificare completamente la realtà. 

A raccontare tutto questo, un autore totalmente super partes, che non lascia trasparire la sua voce né la sua opinione in merito all’accaduto. Sembra quasi che Koch non voglia esporsi, suggerire che un approccio sia migliore dell’altro, far credere di avere delle risposte. Il libro costringe il lettore a fare i conti unicamente con la propria coscienza, ad “ascoltare” i pensieri di Paul e costruirne di nuovi, a crearsi un punto di vista sulla vicenda. Nel mio caso, l’angoscia e il fastidio non hanno fatto che crescere capitolo dopo capitolo, insieme al desiderio di scuotere i protagonisti, di urlare loro “Avanti! Fate qualcosa!”. 

Questo romanzo mi ha catturata dall’inizio alla fine ed è riuscito a suscitare tutte le sfumature della mia emotività, dalla tristezza alla rabbia, dall’incredulità all’indignazione, dalla disapprovazione alla rassegnazione. Un libro che riesce a fare tutto questo, è senza alcun dubbio un grande libro, per cui non posso far altro che consigliarvelo e invitarvi a farmi sapere cosa ne pensate.