Recensioni, Romanzi

Less – Andrew Sean Greer

Finalmente, dopo una pausa fin troppo lunga, torno con una nuova recensione! Oggi voglio parlarvi della mia ultima lettura: Less di Andrew Sean Greer, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2018.

La trama del romanzo in breve (dalla scheda del libro): Problema: sei uno scrittore fallito sulla soglia dei cinquant’anni. Il tuo ex fidanzato, cui sei stato legato per nove anni, sta per sposare un altro. Non puoi andare al suo matrimonio, sarebbe troppo strano, e non puoi rifiutare, sembrerebbe una sconfitta. Sulla tua scrivania intanto languono una serie di improbabili inviti da festival ed editori di tutto il mondo. Domanda: come puoi risolvere entrambi i problemi? Soluzione: accetti tutti gli inviti, se sei Arthur Less. Inizia così una specie di folle e fantasioso giro del mondo in 80 giorni che porterà Less in Messico, Francia, Germania, Italia, Marocco, India e Giappone, riuscendo a frapporre migliaia di chilometri tra lui e i problemi che si rifiuta di affrontare. Cosa potrebbe andare storto? Tanto per cominciare, Arthur rischierà di innamorarsi a Parigi e di morire a Berlino, sfuggirà per un pelo a una tempesta di sabbia in Marocco e arriverà in Giappone troppo tardi per la fioritura dei ciliegi. In un giorno e in un luogo imprecisati, Less compirà i fatidici cinquant’anni: questa seconda fase della vita gli arriverà addosso come un missile, trascinando con sé il suo primo amore e anche l’ultimo.

“Less” di Andrew Sean Greer, edito La nave di Teseo.

Aspettative su questo romanzo? Altissime. Delusione? Parecchia. Attenzione, non posso dire che non mi sia piaciuto, perché si è comunque rivelato una lettura gradevole e leggera, ma di certo non mi ha lasciato granché e non diventerà mai uno dei miei libri del cuore. Perché? Innanzitutto ho avuto enormi difficoltà a empatizzare col protagonista, la cui storia viene raccontata dalla voce di un narratore la cui identità sarà svelata solo nelle ultime pagine e che mi è sembrato tremendamente anonimo e amorfo. So che in parte questo è voluto, e che Less è un personaggio che fin dal cognome non pretende di essere niente di eccezionale, che è sempre “da meno” degli altri e che vive una vita ordinaria, però…probabilmente sarebbe bastato poco per conferirgli quel minimo di personalità in più che non avrebbe certo guastato.

Le sue peregrinazioni lo portano a incontrare culture e persone diversissime da lui, eppure non sembra trarne nessun insegnamento, concentrato com’è sui ricordi e sulle mille paranoie che affollano la sua mente. Il viaggio diventa più una scusa per una serie di siparietti comici (la preparazione della valigia con un vestito per ogni paese, le difficoltà con le lingue e così via) che mi hanno strappato un sorriso, sì, ma non mi rimarranno certamente impressi. Più interessanti sono alcune riflessioni dal sapore agrodolce sui temi dell’amore e della vecchiaia, che però a parer mio sono rese un po’ meno credibili dal contesto entro il quale sono state inserite. Se infatti è plausibile che un personaggio si interroghi su queste tematiche o che magari ne parli con un amico nel corso di un confronto piuttosto “intimo”, è meno realistico pensare che un conoscente, incontrato per caso durante una festa nel corso di un viaggio, prenda da parte il personaggio per fargli lunghi discorsi sulla vita, sui sentimenti e sulla difficoltà di accettare l’avanzare dell’età.

“Ma sappiamo benissimo che il grande amore della vita non esiste. L’amore non è una cosa estrema come quella (il colpo di fulmine). E’ portare fuori il cazzo di cane così l’altro può continuare a dormire, è fare la dichiarazione dei redditi, è pulire il bagno senza prendersela. E’ avere un alleato nella vita. Non è fuoco né fiamme né fulmini.”

La cosa forse più interessante e apprezzabile del romanzo è la “normalizzazione” dell’omosessualità. Arthur vive le sue storie e le racconta senza alcun vittimismo, senza concentrarsi su problematiche come la discriminazione o il bullismo, con la stessa naturalezza con cui, di solito, vengono raccontate le storie eterosessuali, e trovo che questo dia un messaggio molto forte e molto positivo ai lettori. Altro elemento vincente è sicuramente lo stile dell’autore, capace di spaziare tra più registri (serietà, comicità, lirismo) e più linguaggi senza mai perdere di efficacia. Leggere Less mi ha permesso, se non altro, di vivere un primo approccio con uno scrittore di cui intuisco il grande talento, per cui sicuramente leggerò altro di Greer.

Giudizio complessivo? Direi 3/5 stelline.

Recensioni

L’educazione – Tara Westover

Se mi seguite su Instagram, la scorsa settimana avrete visto un numero esorbitante di stories riguardanti un libro che mi ha coinvolta e travolta in un modo che non mi sarei mai aspettata. Sto parlando di L’educazione di Tara Westover, un memoir che mi ha tenuta col fiato sospeso e incollata alle pagine per giorni interi, talmente avvincente e ben scritto da sembrare un romanzo. Non è dunque un caso se l’opera prima della trentaduenne Westover è riuscita a scalare agilmente tutte le classifiche di vendita americane e inglesi del 2017, trasformandosi in uno straordinario caso editoriale.
Ma cos’ha di così speciale L’educazione? Se dovessi definire questo libro con una sola parola, lo definirei sconvolgente. Non tanto e non solo perché racconta una realtà, quella delle famiglie mormone radicali, di cui in Italia si sente parlare molto poco e che si rivela dura e violenta più di quanto potremmo immaginare, ma anche perché, a partire dal racconto del tutto personale del suo ingresso nel mondo accademico, l’autrice riesce a scavare così in profondità nell’animo umano e a porre domande così complesse sul significato dell’esistenza da scuotere il lettore e costringerlo a interrogarsi sulla sua stessa vita.

Cover L'educazione Tara Westover
“L’educazione” di Tara Westover, Feltrinelli.

Tara è l’ultima dei sette figli di Gene e Faye Westover e trascorre la sua infanzia e la prima adolescenza in Idaho, ai piedi di una montagna che lei e i suoi familiari chiamano La Principessa. Il padre di Tara è quello che potremmo definire un “fondamentalista” della religione mormona, che in America è estremamente diffusa e che conta più di otto milioni di seguaci in tutto il mondo. Gene è convinto che lo Stato sia il male, che il sistema sanitario e quello scolastico siano controllati dagli Illuminati e che la fine del mondo (identificata con quello che tutti noi conosciamo col nome, assai meno minaccioso, di “millennium bug”) sia alle porte. Per questo motivo, Tara e i suoi fratelli non vanno a scuola, non sono mai stati visitati da un medico e non sono stati registrati all’anagrafe, per cui non conoscono neppure il giorno esatto della loro nascita. Gene si comporta come un padre-padrone e come un predicatore al tempo stesso, ergendosi sul pulpito che crede debba essere riservato al capofamiglia e dettando legge: tutti i suoi figli devono aiutarlo ad accumulare cibo, benzina, armi e munizioni in previsione dei “giorni dell’abominio”, e tutti devono contribuire al sostentamento della famiglia lavorando con lui nella discarica dove raccoglie lamiere da rivendere o nei cantieri in cui si occupa della costruzione di capannoni e fienili. Quanto alla moglie, Gene ha deciso che Faye, abile erborista nota in tutta la valle per il suo lavoro, debba apprendere il mestiere della levatrice, per liberare tutte le donne della comunità, nonché le sue stesse figlie, dalla necessità di ricorrere a un ginecologo o di affidarsi allo staff medico di un ospedale.

Questo è dunque il contesto socio-culturale in cui Tara Westover nasce e vive i primi anni della sua vita che, sebbene possa sembrarci quasi assurdo, trascorrono piuttosto serenamente. I problemi veri arrivano quando Tara si avvicina all’adolescenza e il fratello più grande, Tyler, quasi senza volerlo instilla in lei il seme della curiosità che, noi lettori lo sappiamo bene, è il primo passo verso il desiderio di costruirsi una cultura. Nonostante il difficile clima familiare e le rimostranze paterne, Tyler ama i libri e trascorre tutto il suo esiguo tempo libero leggendo e studiando, con l’obiettivo di iscriversi al college e cambiare vita. Arrivato a diciassette anni, il ragazzo riesce effettivamente a entrare al college, mentendo e affermando di aver sempre ricevuto un’eccellente educazione casalinga, e la sua partenza è il motore che mette in moto i desideri di Tara, che con il tempo si rende conto di voler seguire le sue orme.
Quello che a noi sembra del tutto naturale, studiare, informarsi, ambire a costruirsi una prospettiva di vita che vada oltre l’idea di lavorare in una discarica, per Tara si trasforma in una continua lotta con la sua famiglia e con se stessa. Da un lato, infatti, il padre la ostacola in ogni modo possibile e le difficoltà economiche da superare sembrano spesso insormontabili. Dall’altro, però, la peggior nemica di Tara è la sua coscienza, quella vocina che le sussurra che lei non sarà mai abbastanza, che non può tradire i precetti paterni in base ai quali è stata cresciuta anche se sente di cominciare a non condividerli, che se farsi una cultura significa perdere tutti coloro che ama forse allora non ne vale la pena.
A complicare le cose si aggiunge il fatto che, al suo arrivo al college, Tara si rende conto di aver vissuto tutta la sua vita dentro una bolla fatta di ignoranza e oscurantismo, e di non sapere niente del mondo o della storia occidentale al di fuori di quelle menzogne che il padre le ha raccontato o di quei pochi eventi che la fervida fantasia paranoica di Gene ha letto e reinterpretato per lei e i suoi fratelli. Emblematico è il caso della sua prima lezione di Storia dell’Europa occidentale, durante la quale alza la mano per chiedere cosa sia l’Olocausto e il professore la ignora sdegnato, credendo che la sua sia solo una battuta di cattivo gusto.
A far da contorno al racconto dei suoi anni universitari e delle innumerevoli difficoltà affrontate per riuscire a raggiungere i tanti agognati risultati accademici, c’è il ricordo delle violenze, fisiche e psicologiche, subite dall’irrequieto e scostante fratello Shawn, mai punito e sempre protetto dal silenzio del padre e dall’accondiscendenza della madre. E proprio la madre di Tara è uno dei “personaggi”, se di personaggi si può parlare trattandosi di un memoir, più controversi del libro: se infatti a tratti sembra che Faye sia una donna forte e che voglia prendere in mano le redini della sua vita, un attimo dopo la si ritrova totalmente succube del marito, incapace di opporsi alle sue idee folli e alle sue scelte avventate anche quando queste rischiano di fare del male ai figli. Nel corso dei suoi studi, Tara scoprirà che Gene ha verosimilmente un disturbo bipolare mai diagnosticato, eppure le sue parole e le sue strampalate teorie del complotto sono penetrate così a fondo nella mente di tutti i suoi familiari da condizionarli anche a distanza di anni, quando le loro vite hanno ormai preso un corso del tutto diverso.

“Tutti i miei sforzi, tutti i miei anni di studio mi erano serviti ad avere quest’unico privilegio: poter vedere e sperimentare più verità di quelle che mi dava mio padre, e usare queste verità per imparare a pensare con la mia testa. Avevo capito che la capacità di abbracciare più idee, più storie, più punti di vista era un presupposto fondamentale per crescere come persona.”

L’educazione è la storia di una ragazza che combatte per conquistare un’indipendenza, innanzitutto di pensiero, che per troppo tempo le è stata negata, ma è anche una storia universale che ci spinge a riflettere sul modo in cui i nostri desideri più profondi possono spingerci a scelte estremamente difficili e radicali. Arriverà un momento in cui Tara sarà costretta a scegliere tra la propria famiglia, alla quale si sente comunque legata nonostante riesca finalmente a percepirne gli enormi limiti, e la possibilità di diventare una persona del tutto nuova, forse migliore, forse felice.
Ma è davvero possibile emanciparsi del tutto dalla propria famiglia di origine? Quanta forza è necessario possedere per abbandonare tutto ciò che conosciamo e scegliere l’ignoto? E quale prezzo saremmo disposti a pagare per realizzare i nostri sogni e avvicinarci all’immagine della persona che vorremmo diventare?

“Cosa deve fare una persona, mi chiedevo, quando i suoi doveri verso la famiglia si scontrano con altri doveri – verso gli amici, la società, verso se stessi?”

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Un matrimonio americano – Tayari Jones

Ammetto di aver scelto di prendere in prestito Un matrimonio americano di Tayari Jones soprattutto perché attratta dalla meravigliosa copertina del romanzo. Chi mi segue da un po’ ormai lo sa, le belle copertine esercitano su di me un fascino praticamente irresistibile, e quella di questo volume edito Neri Pozza è particolarmente suggestiva. Quello che non immaginavo, mentre portavo a casa dalla biblioteca il mio “bottino”, è che avrei passato tre giorni attaccata alle pagine, che la storia di Roy e Celestial avrebbe occupato tutti i miei pensieri e che non sarei riuscita a impegnare in modo diverso il mio tempo libero finché non fossi giunta alla sua conclusione.

“Un matrimonio americano” di Tayari Jones, Neri Pozza

Roy e Celestial sono due sposini (stanno insieme da circa un anno e mezzo) afroamericani di Atlanta. La loro vita sembra procedere nella giusta direzione: Roy ha un ottimo impiego e si concede il lusso di sperare in una nuova casa e in una famiglia numerosa, mentre Celestial è finalmente riuscita a coronare il suo sogno di diventare un’artista, realizzando e vendendo a facoltosi committenti delle meravigliose bambole da collezione rifinite nei minimi dettagli. La placida esistenza dei due giovani, tuttavia, è destinata a essere irreparabilmente sconvolta da un evento del tutto imprevedibile. Dopo una visita ai genitori di Roy, che abitano fuori città, lui e Celestial declinano la loro offerta di fermarsi a dormire e scelgono di trascorrere la notte in un hotel. Arrivati a destinazione, Roy decide di fare alla moglie un’enorme rivelazione inaspettata, scatenando un litigio. Nel tentativo di calmare le acque, l’uomo lascia la stanza con la scusa di andare a riempire il cestello del ghiaccio, e per puro caso incontra un’altra delle ospiti dell’albergo, una donna di mezza età con un braccio legato al collo, palesemente bisognosa di aiuto. Roy la accompagna in camera, la aiuta a sistemare una finestra che non vuole aprirsi e le fa notare che la porta della stanza non si chiude bene. Tornato in camera, viene accolto da Celestial, che sembra aver superato il momento di rabbia, e trascorre con lei quella che sarà la sua ultima notte di serenità. La mattina dopo, infatti, i due coniugi vengono svegliati dalla polizia, che fa irruzione nella stanza e arresta Roy, colpito da un’accusa pesantissima e infamante. Proprio la donna che la sera prima aveva aiutato, ha creduto di riconoscere in lui il responsabile dello stupro che ha subito nel corso della notte. A nulla valgono le parole di Celestial, che si affanna a giurare che il marito è sempre rimasto accanto a lei, di fronte alla forza di un pregiudizio radicato che associa uno specifico colore della pelle alla capacità di commettere un crimine. Per di più, Roy sapeva che la porta di quella stanza non si chiudeva bene, e questo fa sì che diventi il principale sospettato. Nonostante gli encomiabili sforzi del suo avvocato, l’uomo viene condannato a scontare dodici anni per un reato che non ha commesso.

Tramite l’alternanza di capitoli in cui i fatti vengono raccontati in prima persona rispettivamente da Roy e Celestial, l’autrice lascia la parola ai suoi personaggi e fa dello “show, don’t tell” il suo tratto distintivo. Tayari Jones ci mostra senza filtri in che modo un rapporto in apparenza solido possa cambiare e trasformarsi sotto i colpi inclementi di un fato avverso. Da un lato troviamo un uomo che si attacca con tutte le sue forze al ricordo del tempo felice trascorso insieme alla moglie e alla prospettiva degli anni che lo attendono con lei quando l’incubo avrà fine e potrà finalmente lasciare la prigione. Dall’altro vediamo una giovane donna in crisi, consapevole di amare il marito ma conscia del fatto che, in un anno e mezzo, avevano appena imparato a conoscersi e a capire cosa volesse dire vivere insieme e fare progetti. Osservando i suoi genitori e quelli di Roy, la ragazza non può fare a meno di pensare che lei e suo marito non hanno alle spalle un lungo percorso di vita condiviso, e che senza di esso sarà difficile trovare la forza per aspettarlo così a lungo.

“Se avessimo messo una moneta in un vasetto per ogni giorno in cui siamo stati sposati, e ne avessimo tolta una per ogni giorno che siamo stati separati, il vasetto si sarebbe svuotato molto tempo fa.”

Se prima della condanna di Roy era possibile pensare di porre rimedio a qualsiasi problema sorgesse tra loro e superare con facilità i momenti di debolezza, adesso la distanza e la solitudine rischiano di prendere il sopravvento, rendendo insormontabili anche i più piccoli ostacoli.

“Ero convinta che il nostro matrimonio fosse come un arazzo finissimo, fragile ma che si poteva riparare. Spesso lo strappavamo e lo rammendavamo, sempre con un filo di seta, bellissimo ma molto cedevole.

Uno dei momenti più intensi e toccanti del romanzo è rappresentato dallo scambio di lettere tra Roy e Celestial durante i primi anni di prigionia. La speranza, l’angoscia, l’amore e il tormento dei due protagonisti emergono con una chiarezza e una potenza che investono il lettore, che si ritrova ora a provare compassione e solidarietà per un uomo distrutto, ingiustamente costretto a rinunciare a tutto ciò che possedeva, ora a simpatizzare per una donna la cui lealtà viene messa a dura prova e che sente di non avere possibilità di scelta o vie di fuga.

Sebbene la tematica della discriminazione razziale venga sfiorata e sia alla base dell’arresto di Roy, “Un matrimonio americano” non è un romanzo di denuncia. Nonostante la presenza di un tribunale e di un avvocato, questo romanzo non è un thriller. Il focus della vicenda sono, e restano, i sentimenti dei suoi protagonisti. Attraverso i dubbi di Celestial e le paure di Roy, il romanzo ci pone degli interrogativi fondamentali sui rapporti umani e sui loro limiti. Fino a dove siamo disposti a spingerci per amore? Cosa siamo disposti a sopportare? Quanto siamo in grado di aspettare prima di pretendere di avere l’occasione di realizzare i nostri desideri? E a quanto siamo pronti a rinunciare per qualcuno che amiamo? Sullo sfondo, ad arricchire e complicare un quadro emotivo già complesso e stratificato, emergono pesantissimi segreti e inaspettate rivelazioni familiari, macigni con cui Roy e Celestial dovranno fare i conti proprio mentre lottano per rimettere insieme i pezzi di un puzzle scompaginato dalla violenza di una tempesta.

Sto volutamente omettendo un’enorme parte della trama, sorvolando anche su cose che probabilmente potrei raccontarvi senza cadere nel rischio di spoiler, perché se è vero che il libro si fonda sul concetto di amore e sulle sue possibili declinazioni, è altrettanto vero che questo romanzo vive di colpi di scena, per cui non voglio assolutamente guastarvi il piacere della lettura. Vi basti sapere che ho adorato il modo in cui l’autrice è riuscita a costruire dei personaggi talmente realistici da risultare quasi reali e a padroneggiare una materia umana ed emotiva tanto complessa utilizzando uno stile semplice e lineare e senza mai inciampare nel patetismo o lasciarsi andare a dialoghi melensi. In particolare, trovo che la Jones sia stata molto abile nel raccontare l’amore nella sua accezione più concreta e nel trasmettere al lettore la sofferenza e il calvario che si accompagnano alla sua perdita.

“A dormire sola non sono mica morta, allora, e non ne morirò adesso. Ma la perdita mi ha insegnato questo dell’amore. La nostra casa non è semplicemente vuota, la nostra casa è stata svuotata. L’amore si ricava uno spazio nella tua vita, si ricava uno spazio nel tuo letto. Inavvertitamente, si ricava uno spazio nel tuo corpo, reindirizza tutti vasi sanguigni e si mette a pulsare proprio accanto al tuo cuore. Quando se ne va, niente ha più la pienezza di prima.”

Consiglio caldamente la lettura di questo romanzo a chiunque sia in cerca di una storia da cui farsi conquistare, ma vi avverto: “Un matrimonio americano” vi rapirà e avvertirete il bisogno impellente di continuare a leggere, quindi prendetelo in mano solo se avete parecchio tempo a disposizione!

Varie

Top ten 2016

Il 2016 sta per concludersi ed è tempo di bilanci. Per questo motivo ho deciso di proporvi un post nel quale vi svelerò la top ten delle mie letture di quest’anno che, almeno dal punto di vista letterario, mi ha riservato molte piacevoli sorprese! Quella che segue naturalmente non è una classifica,  ma una semplice lista dei dieci titoli che ho amato di più 😉

1.Canto della pianura di Kent Haruf 

Vi consiglio questo romanzo, come gli altri due che compongono la ‘Trilogia della pianura’, perché Kent Haruf non è un autore che può essere ignorato. Con uno stile ben riconoscibile, caratterizzato in particolare dalla totale assenza dell’uso delle virgolette per marcare l’inizio di un dialogo, lo scrittore ci conduce per mano nella piccola cittadina di Holt. Fidatevi se vi dico che, quando sarete stati ad Holt per la prima volta, desidererete ritornarci, ritrovare l’atmosfera di una cittadina come tante che ospita personaggi come tanti alle prese con problemi assolutamente quotidiani che, però, riescono ad entrare nel cuore del lettore e a fargli sentire la loro mancanza non appena avrà girato l’ultima pagina. E proprio qui sta lo straordinario talento di Kent Haruf, il talento di trasformare l’ordinario in qualcosa di straordinario, il talento di commuovere e coinvolgere senza mai far leva sul pietismo o sullo sfoggio di erudizione. Bastano poche parole per dire tanto, bastano uno sguardo o un gesto per raccontare un’emozione e rendere evidente un sentimento.

Assolutamente imperdibile.

2.Rosemary’s baby di Ira Levin 

Questo romanzo mi ha davvero colpita. Non avevo mai letto nulla di Ira Levin e non avevo neppure mai visto l’omonimo film. Eppure, sempre a causa della mia solita ossessione per le copertine, mi sono ritrovata ad acquistare questa meravigliosa edizione della SUR e ne sono rimasta immediatamente affascinata.Probabilmente conoscerete questo libro come un romanzo horror, ma dietro e dentro  ‘Rosemary’s baby’ c’è molto più di questo. Il libro scava a fondo nella vita della middle class, portando alla luce le ipocrisie e bassezze da cui essa è caratterizzata e mostrando il vero volto del male che, paradossalmente, non è quello del diavolo. È l’uomo l’essere abbietto da cui bisogna guardarsi, è l’uomo il mostro capace di compiere le peggiori atrocità in nome di demoni che ben poco hanno a che fare con il soprannaturale e che portano nomi a noi noti come ‘ambizione’, ‘opportunismo’ e ‘slealtá’.

Non lasciatevi scoraggiare, insomma, dalla dicitura “horror” che troverete accanto al titolo su internet o in libreria. Date un’occasione ad un romanzo che ha molto da dire, anche se non siete estimatori del genere.


3.La sovrana lettrice di Alan Bennett

Ho ‘incontrato’ questo romanzo per puro caso la scorsa estate, senza averne mai sentito parlare e senza conoscere Alan Bennett. Già dopo poche pagine ho capito di essermi persa per anni un autore dalla verve ironica semplicemente irresistibile che, grazie ad un collaudatissimo ed efficace humour inglese, racconta una storia al limite del paradossale che ruota intorno all’amore per i libri. La protagonista, poi, pur essendo un personaggio ovviamente molto noto,  è descritta in un modo totalmente nuovo e decisamente unico, in una girandola di momenti esilaranti e di serie riflessioni sulla lettura che si concluderà con un finale inaspettato.

Consigliatissimo se avete voglia di una lettura breve e scorrevole che vi faccia sorridere.

4.Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey 

Questo romanzo è stato una scoperta. Ho deciso di leggerlo su consiglio del mio libraio di fiducia e non me ne sono mai pentita. La storia di Elyria, che inspiegabilmente decide di abbandonare una vita apparentemente perfetta per fuggire verso un ignoto che assume le sembianze della Nuova Zelanda, mi ha subito colpita e coinvolta. La scelta di Ellie è sicuramente estrema e forse folle, eppure chi di noi non ha mai sentito l’irrefrenabile ed improvviso bisogno di fuggire da tutto e da tutti, anche dalle persone che amiamo di più? Chi non ha quel ‘bufalo’ dentro di sé che si agita impetuoso e lotta contro le abitudini, la noia e la monotonia suggerendoci di mollare tutto? Con uno stile tanto fluido da rasentare spesso il flusso di coscienza, la Lacey ci racconta i pensieri, i ripensamenti e, perché no, anche le paranoie che attraverso la mente di Ellie mentre la ragazza cerca di ritrovare sé stessa o forse di smarrirsi per sempre, perché nessuno scompare davvero finché continua ad esistere per se stesso.


5. Room di Emma Donoghue 

Se conoscete la trama di questo romanzo almeno per sommi capi, potrete tranquillamente immaginare il motivo per cui questo libro mi ha colpita con la violenza di un pugno allo stomaco. La vocina di Jack, cinque anni appena, ci racconta un inferno non troppo lontano dai tanti e fin troppo reali casi di cronaca per i quali rabbrividiamo davanti alle nostre televisioni, seduti sui nostri comodi divani. Jack e Ma’ non hanno la possibilità di vivere una vita normale, dal momento che, sette anni prima, un orco di nome Old Nick ha rapito la ragazza e l’ha trasformata nella sua prigioniera, segregandola dentro uno squallido e ridicolmente piccolo capanno degli attrezzi. Jack, però, non conosce questa storia. Tutto ciò che sa è che la sua intera vita si è svolta dentro quel capanno, che lui chiama Stanza, e che Old Nick è l’unico ad avere accesso al mondo esterno, che per lui esiste solo in televisione.

La forza della scrittura della Donoghue sta tutta nel fatto di aver scelto Jack come voce narrante, di aver fatto sì che noi conoscessimo la più feroce crudeltà umana attraverso lo sguardo ingenuo e curioso di un bambino, che la fa risaltare e la rende, se possibile, ancora più atroce.

6.Lolita di Vladimir Nabokov 

Questo romanzo ha suscitato in me sentimenti contrastanti. L’ho trovato bellissimo ed inquietante, affascinante e disturbante, scritto talmente bene da farci entrare nella mente del protagonista Humbert Humbert e di farci vedere la sua amata Lolita attraverso i suoi occhi. Peccato che Lolita abbia solo dodici anni e che l’uomo ne abbia quaranta e sia un appassionato di ‘ninfette’, ragazzine che a suo dire presentano una malizia ed una sensualità fin troppo pronunciate rispetto alla loro età che oscilla tra i dieci ed i quattordici anni. Peccato, inoltre, che la storia raccontata sia quella di un sequestro, di una fuga, di un amore malato ed impossibile da concepire per chi non abbia strane perversioni, sebbene Humbert oscilli tra il senso di colpa ed il tentativo di dare una giustificazione alle sue azioni. Sono le ninfette a provocare, tutto nasce da un trauma adolescenziale e dalla ricerca del suo primo amore perduto, non ha mai fatto mancare nulla a Lolita e l’ha amata come nessun altro. Giustificazioni che per le nostre orecchie suonano certamente inconsistenti e insufficienti. Eppure, nonostante l’argomento decisamente difficile, la meravigliosa scrittura di Nabokov rende impossibile abbandonare la lettura, rende impossibile abbandonare Humbert e Lo al loro destino, rende necessario arrivare fino alla fine del romanzo.

Un grande classico, da non tralasciare.

7.Preghiera per Cernobyl di Svetlana Alecsievic 

Un pugno nello stomaco, un libro che provoca un dolore quasi fisico, un toccante e devastante ritratto DEL ‘popolo di Cernobyl’, la cui vita, al pari di quella delle generazioni a venire, è stata irrimediabilmente compromessa dalla tragedia: l’esplosione di uno dei reattori della centrale nucleare della città. Senza mai intervenire in prima persona, lasciando che sia la gente del luogo a raccontare la sua Cernobyl, la sua storia, il suo lutto, la Alecsievic realizza uno straordinario reportage giornalistico destinato a scuotere le coscienze e a dar voce ad un’umanità ferita che necessita di far sapere al mondo ‘che questo è stato’ e che la sua Tragedia non può più essere ignorata.
8.Il paradiso degli animali di David James Poissant
Una raccolta di racconti in cui a far da protagonisti sono gli uomini e le loro paure. Ogni storia ruota attorno ad un personaggio che sta affrontando un dramma personale, che si tratti di un lutto, di un divorzio, di un rapporto finito o incrinato con una persona cara. I protagonisti non sono eroi, non sono persone speciali, sono uomini e donne che vivono, soffrono e falliscono esattamente come noi, e questo riflette la volontà di Poissant di regalare al suo lettore uno spaccato di vita reale, nel quale possa identificarsi e attraverso il quale, un po’ come ha fatto lui durante la stesura del libro, possa riuscire ad esorcizzare almeno in parte i suoi timori più profondi. E che ruolo hanno gli animali, direte voi? Sono metafore, sono catalizzatori, sono spunti che pervadono la raccolta e le donano linfa vitale.

Per me, una lettura imprescindibile.

9.On writing di Stephen King

Se, come me, amate scrivere e sperate di trasformare la vostra passione in un mestiere, questo è un libro che dovete assolutamente leggere. Il Re del brivido per eccellenza ci fa dono di fondamentali consigli sulla scrittura, sulla costruzione dei personaggi e sul modo migliore per sviluppare una storia, legandoli a doppio filo al racconto della sua vita di scrittore (ma non solo) e delle sue molteplici esperienze come narratore.

10.La vegetariana dii Han Kang

Non ho ancora finito di leggerlo, ma so già che rientra di diritto nella top ten di quest’anno.

Se pensate di trovarvi di fronte ad un libro che affronti la tematica del vegetarianesimo e/o della dieta vegetariana, siete decisamente sulla strada sbagliata. La protagonista decide, sì,  di diventare vegetariana, ma non lo fa per motivi socio-politici o etici; la sua scelta è, infatti, indotta da un sogno, la cui natura non ci verrà mai svelata se non per accenni o immagini abbastanza confusi. È chiaro che la sua decisione non è altro che una metafora, e che la scelta di tralasciare del tutti il suo punto di vista lasciando che siano gli altri (il marito,il cognato, la sorella) a raccontare la sua storia non sia altro che un modo di rafforzare questa metafora. Qual è la metafora? Dovrete aspettare la mia recensione completa per scoprirlo!
Spero di avervi incuriositi e di avervi dato qualche utile spunto per le prossime letture 😉 Fatemi sapere qual è la vostra top ten!

Romanzi

La sovrana lettrice 

copertina la sovrana lettrice
“La sovrana lettrice”, edito da Adelphi.

​L’immagine che tutti noi abbiamo della regina Elisabetta II è quella di un’anziana donna autorevole, compassata, sempre ben vestita, totalmente ligia ai doveri derivanti dal suo delicato ruolo istituzionale, perfettamente fedele ai dettami imposti dall’etichetta e costantemente misurata nei gesti e nelle parole. Il microcosmo che gravita  attorno alle mura di Buckingham Palace, fatto di valletti, ricevimenti, incontri con eminenti ospiti locali o stranieri e summit politici, sembra imporre alla regina un contegno impeccabile ed un totale self control che, in più di un’occasione, le è tornato utile per sedare ed alleggerire la costante pressione mediatica cui lei e gli altri membri della famiglia reale sono sottoposti da decenni. Ma cosa succederebbe se Elisabetta II, per un caso del tutto fortuito, scoprisse che oltre i cancelli del palazzo c’è molto di più? Cosa accadrebbe se scoprisse di essersi persa un intero universo di sensazioni ed emozioni, pur avendo vissuto una vita piena e, per molti versi, straordinaria?

Queste sono le domande cui Alan Bennett prova a dare risposta con il suo La sovrana lettrice (Adelphi, 2007), nel quale l’autore immagina che un giorno la regina, durante la ricerca dei suoi cagnolini che scorrazzano indisciplinati nei cortili del palazzo reale, si imbatta inaspettatamente in un furgone simile a quelli usati per i traslochi, e che scopra con autentico stupore che il pesante automezzo altro non è se non una biblioteca. La biblioteca circolante del distretto di Westminster, come verrà a sapere di lì a poco, fa tappa a Buckingham Palace ogni mercoledì e il signor Hutchings, il suo bibliotecario-conducente, parcheggia puntualmente davanti alle cucine, sia per evitare di dar troppo nell’occhio, sia perché l’unico frequentatore abituale è Norman, un ragazzo dai capelli rossi che in quelle cucine lavora e che, avendo un aspetto non troppo avvenente, non può certamente ambire a far carriera come valletto. La sovrana, dall’alto della sua inattaccabile fedeltà alle norme stabilite dal galateo, non può impedirsi di salire i gradini ed entrare nel furgone stipato di libri, se non altro per scusarsi per il baccano provocato dai cani che non la smettono di abbaiare, lasciando tanto l’autista quanto Norman del tutto sbigottiti nel vederla comparire sulla soglia. La stessa cortesia che le ha imposto di salire a bordo, impone ad Elisabetta II di rispettare quel luogo e di prendere in prestito un libro, chiedendo consiglio al bibliotecario. Il signor Hutchings, questo il nome dell’uomo, le chiede gentilmente cosa le piaccia, per poterla indirizzare verso un volume che incontri i suoi gusti, ma la regina si rende conto di non saper rispondere, di non averci mai pensato veramente. Aveva sempre considerato la lettura come un hobby, e lei non aveva mai avuto tempo per questo genere di cose.

“No, gli hobby implicavano predilezione, e le predilezioni andavano evitate. Prediligere significava anche escludere, quindi lei non prediligeva. Il suo mandato le richiedeva di manifestare interesse, non di provarlo. Inoltre, leggere non era agire e lei era una donna d’azione”

Ciononostante, andarsene a mani vuote sarebbe inconcepibilmente scortese e darebbe al signor Hutchings l’impressione che voglia snobbare il suo lavoro e il suo catalogo, per cui la regina perlustra gli scaffali alla ricerca di un nome noto, individuando un romanzo di Ivy Compton-Burnett, che troverà noioso al limite dell’insopportabile. La settimana successiva, mentre si reca di nuovo alla biblioteca per restituire il libro, Elisabetta è quasi certa di non volerne prendere in prestito un altro, finché l’occhio non le cade su un romanzo di Nancy Mitford, “Inseguendo l’amore”, che la coinvolgerà a tal punto da scatenare in lei un’incontenibile passione per la lettura. L’irreprensibile sovrana, che mai avrebbe trascurato un impegno istituzionale o fatto tardi ad un appuntamento, comincia così a dedicare ogni momento della sua giornata alla lettura e a domandare a chiunque incontri se e cosa sta leggendo, suscitando l’irritazione della corte, dei politici e dei valletti, scontentati soprattutto dall’inarrestabile ascesa sociale compiuta da Norman, diventato prima consigliere personale della regina in ambito letterario, poi factotum ed infine valletto a sua volta, pur non possedendo il giusto physique du role. Sarà la generalizzata ostilità suscitata dal suo nuovo amore per i libri a far sì che la regina impari addirittura ad attrezzarsi per una lettura clandestina, arrivando persino a prediligere i tascabili, che più facilmente trovano spazio nelle tasche degli abiti.

Il mondo dei libri, un mondo fino ad allora quasi del tutto sconosciuto ad Elisabetta e da lei lungamente ignorato, si rivela finalmente in tutta la sua magnificenza, portando gradualmente alla luce emozioni rimaste silenti per troppo tempo e consapevolezze che porteranno la regal lettrice a sviluppare un pensiero sempre più critico nei confronti della realtà e del contesto fatto di regole, convenzioni e gerarchie entro il quale è stata abituata a vivere.

“L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. […] I libri non sono per nulla ossequiosi”

Il potere della lettura è innegabile. Grazie alle parole, i libri scavano dentro di noi, nella nostra mente e nella nostra anima, ponendoci di fronte ad aspetti della nostra personalità che avevamo sepolto e dimenticato o trasformando il nostro modo di vedere, liberando i nostri occhi da quella patina di conformismo che spesso li oscura. Un potere così grande, com’è ovvio, fa paura. Fa paura una regina che prende consapevolezza della vastità del mondo e della quantità di esperienze che si è persa e non potrà mai più recuperare, fa paura una regina che sviluppa empatia, interesse verso il prossimo, curiosità verso ciò che la circonda, fa paura il fatto che la lettura possa assorbire un sovrano al punto da distrarlo dagli impegni di governo. La paura porta i membri della corte a stigmatizzare la lettura, arrivando addirittura a giocare dei brutti scherzi ad Elisabetta, nella speranza di dissuaderla dal leggere, ma una paura di tipo molto diverso germoglia nel cuore della regina stessa, la paura di aver smarrito se stessa.

“Dovendo rispondere alla domanda se la lettura le avesse arricchito la vita, avrebbe risposto di sì, salvo aggiungere con altrettanta certezza che l’aveva anche vuotata di qualsiasi scopo. In passato era stata una donna risoluta che conosceva i suoi doveri e intendeva compierli fin quando possibile […] Leggere non era agire, quello era il problema. Anche a ottant’anni, lei era una donna d’azione”

E quale potrebbe essere il miglior compromesso tra il leggere e l’agire? Quale potrebbe essere l’attività che riesca a coniugare le due cose in un connubio perfetto? La scrittura, naturalmente. Si comincia con degli appunti a margine di un testo, piccoli frammenti di pensieri sparsi scarabocchiati su carta, per arrivare…dove arriverà la nostra sovrana lettrice?

Ho trovato questo libro veramente delizioso, un piccolo gioiello di appena 95 pagine infarcito di ironia e di un meraviglioso humour inglese che mi hanno fatto amare la scrittura di Alan Bennett benché, lo ammetto, mi fossi imbattuta in questo romanzo del tutto casualmente e non conoscessi affatto il suo autore. Il ritratto della regina che vien fuori dal racconto di Bennett è quello di una donna intelligente, spigliata, interessata a ciò che non conosce, divertente e capace di andare oltre i ristretti orizzonti entro i quali la sua corte vorrebbe rinchiuderla. Veramente adorabili sono i suoi tentativi di fare conversazione parlando di libri con dignitari e ministri palesemente imbarazzati, così come esilaranti sono i suoi battibecchi in carrozza col marito Filippo. La lettura di questo breve romanzo si porta via un paio di piacevolissime ore, strappando al lettore più di qualche risata e risultando quasi un inno alla bellezza dei libri, irresistibili richiami per il lettore appassionato che, come tutti noi ben sappiamo, vorrebbe avere a disposizione delle  giornate di 48 ore per poter leggere di più.

“Stava anche scoprendo che un libro tira l’altro; ovunque si voltava si aprivano nuove porte e le giornate erano sempre troppo corte per leggere quanto avrebbe voluto”

Sarei curiosa di sapere se la regina sia a conoscenza dell’esistenza di questo breve romanzo e se l’abbia mai letto perché sono certa che, se anche possedesse solo la metà dell’ironia e dell’intelletto del suo alter ego letterario, lo amerebbe anche lei. Consigliatissimo!

Romanzi

La meccanica del cuore

Meccanica copertina
“La meccanica del cuore”, edito da Feltrinelli.

Se avete letto anche solo qualcuna delle mie recensioni, avrete certamente capito che le copertine dei romanzi, specialmente quelle particolarmente curate, esercitano un grandissimo fascino su di me. Se la copertina di un libro è particolarmente bella, e se questa sua bellezza si unisce ad una sinossi intrigante, potete avere la certezza che la sottoscritta, prima o poi, acquisterà una copia del romanzo in questione. Per questo motivo, ormai da mesi, mi ritrovavo ad entrare in libreria e ‘corteggiare’ da lontano il tanto acclamato La meccanica del cuore (Feltrinelli, 2012) di Mathias Malzieu, che riporta in copertina una meravigliosa illustrazione dell’artista Benjamin Lacombe. Un ragazzo e una ragazza, tratteggiati con uno stile che non può non riportarci alle atmosfere un po’ fiabesche ed un po’ gotiche dei film di Tim Burton, sembrano quasi danzare sullo sfondo di una grigia cittadina e di una gigantesca ruota dentata. Il ragazzo, magro ed emaciato, con una ribelle chioma di capelli castani, si preme la mano destra sul cuore, mentre fissa con sguardo malinconico la bellissima ballerina al suo fianco, i cui capelli ondeggiano nel vento e la cui sensualità si intuisce già dall’elegante gesto del braccio e dalle armoniose pieghe del lungo vestito rosso, che rappresenta l’unico vero tocco di colore sulla scena. Una copertina del genere, non può che indurre un lettore ad osservare con attenzione il libro, a rigirarselo tra le mani, a fantasticare su quale incredibile storia d’amore, su quali delizie e tormenti possano aver vissuto insieme quei due protagonisti che, lo si intuisce già, hanno sincronizzato a lungo il ritmo dei loro passi e dei loro cuori, muovendosi a passo lento tra i pesanti ingranaggi e le rapide lancette che regolano l’inesorabile scorrere del tempo. Quando, finalmente, il romanzo è entrato in mio possesso, complici l’arrivo del mio compleanno ed un’amica che conosce molto bene i miei gusti letterari, non vedevo davvero l’ora di leggerlo, perché la trama, seppur brevemente riassunta sulla copertina posteriore, risultava non meno interessante e stuzzicante della stupenda immagine di Lacombe.

Il 16 aprile 1874 la neve cade fitta ed impietosa sulla città di Edimburgo. La gente, sofferente per l’arrivo inaspettato di questa ondata di gelo, comincia a pensare che si tratti del giorno più freddo del mondo. Gli alberi sono ricoperti da un manto bianco, mentre le fontane e i fiumi diventano distese di ghiaccio e persino gli uccelli ancora in volo si congelano per poi schiantarsi al suolo, producendo un rumore quasi dolce nel morire, come il violento tintinnio di un vaso di cristallo che vada in frantumi. Proprio il giorno più freddo del mondo vede la nascita del nostro protagonista, il piccolo Jack. Sua madre, una ragazza troppo giovane e impaurita per prendersi cura di un neonato, sfida il freddo e i dolori delle doglie per arrampicarsi su per la collina più alta di Edimburgo, Arthur’s Seat. Qui vive ed opera la dottoressa Madeline, una levatrice che aiuta ragazze in difficoltà e prostitute durante il parto e che, in un secondo tempo, si adopera per trovare una casa ai tanti bambini indesiderati venuti al mondo grazie alle sua abili mani. Madeline, però, non si limita certamente a questo, ma esercita anche una pratica medica alquanto singolare: la donna, infatti, ‘aggiusta’ le persone, impiantando loro delle protesi meccaniche che poi regolarmente controlla e revisiona con grande cura ed è, per questo, considerata dagli abitanti della città alla stregua di una strega. Nell’istante stesso in cui Jack viene al mondo, Madeline si accorge che qualcosa, in quel corpicino fin troppo piccolo, non funziona a dovere: il cuore del bambino si è congelato a causa del freddo eccessivo, e l’unico sistema per farlo tornare a battere come si deve è impiantare nel petto del neonato un orologio, un minuscolo cucù il cui ticchettio regolare permetterà a Jack di sopravvivere. Ogni ‘miracolo’ ha però il suo prezzo, e il nostro piccolo protagonista scoprirà presto che l’avere un orologio che sporge vistosamente dal torace ed emette un costante tic-tac non lo rende certo desiderabile agli occhi delle tante possibili famiglie adottive che, nel corso degli anni, i suoi giovani occhi vedranno sfilare avanti e indietro dalla casa di Madeleine, che ormai considera come una madre e che lo ama come il figlio che non è mai riuscita ad avere, ben consapevole del fatto che quel minuscolo ragazzino dalla salute malferma rimarrà con lei per molto, molto tempo. Dopo cinque anni, la dottoressa smette addirittura di mostrare il bambino ai suoi clienti, cercando di tenerlo il più possibile al sicuro dentro la sua dimora e di renderlo consapevole del fatto che il fragile e precario ingranaggio che regola il suo battito cardiaco non è adatto alle emozioni forti, non è ancora pronto ad affrontare una caotica realtà cittadina che potrebbe turbarlo e, soprattutto, deve evitare di incappare nel sentimento più intenso e sconvolgente di tutti, l’amore.

“Uno, non toccare le lancette.
 Due, domina la rabbia.
 Tre, non innamorarti, mai e poi mai.
 Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande
 lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle,
 le tue ossa si frantumeranno,
 e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi”

Jack è un bravo bambino, conosce ormai a memoria le regole così rigorosamente stabilite da Madeleine e tenta da sempre di rispettarle. Resistere alla potenza devastante dell’amore, però, è impossibile, ed è per questo che quando, il giorno del suo decimo compleanno, la dottoressa si lascia convincere a portarlo in città, Jack è immediatamente colpito come un fulmine dall’attrazione per una piccola e deliziosa cantante andalusa che si esibisce in un vicolo e che inciampa malferma sbattendo contro gli oggetti, come se la sua vista non funzionasse troppo bene. Mentre la sua ‘piccola cantante‘ si esibisce, Jack risponde alle parole della canzone intonandone altre in risposta, seguendo il ritmo della melodia che il suo cuore difettoso gli detta, mentre il tic-tac aumenta e l’orologio a cucù sembra volergli esplodere dentro al petto. Da questo momento in poi, tutti i suoi pensieri e i suoi desideri saranno rivolti verso la piccola attraente cantante così fragile e maldestra, che chiaramente non è conscia della sua travolgente bellezza e che, per questo motivo, risulta ancora più desiderabile agli occhi degli uomini. Non vi racconterò di più per non guastarvi la poesia e la tenerezza del viaggio che affronterete insieme a Jack, in lotta contro la delicata meccanica del suo cuore ed alla perenne ricerca di quello che, ormai ne è certo, è destinato ad essere il grande amore della sua vita.

Se vi accingerete alla lettura di questo breve, ma delizioso racconto, non fatelo con l’occhio critico e cinico di chi cerca tra le righe di un romanzo descrizioni storiche accurate e costante verosimiglianza. Se vi avvicinerete a La meccanica del cuore, fatelo con la disposizione d’animo di chi sia pronto ad immergersi totalmente nei meandri di una una delicata ed emozionante favola dalle tinte un po’ dark e sia pronto a lasciarsi andare e a lasciarsi conquistare da una storia che coinvolge e commuove, che avvince ed ammalia. Siate anche pronti, però, a penare insieme al piccolo Jack, perché l’amore è un sentimento meraviglioso e crudele, che attrae e respinge, che consola e ferisce, che riscalda col suo calore un cuore malandato mentre già, quasi inconsapevolmente, gli infligge altro dolore. I due protagonisti sono appena dei bambini, eppure vivono il loro primo amore con un’intensità sconosciuta al mondo adulto, con totale abbandono e fiducia, travolti da una passione che cresce con loro, che li accompagna e li fa soffrire mentre si trasforma in gelosia, in dubbio, in domande senza risposta che turbano l’anima e costruiscono solidi muri di incomunicabilità. Anche i pensieri di Jack e della piccola andalusa contrastano con la loro età, il loro filosofeggiare sui sentimenti, le loro parole e le loro riflessioni sembrano provenire dalla voce e dalla mente di un adulto molto saggio che abbia conservato un aspetto infantile.

“Scopro la strana meccanica del suo cuore. E’ un sistema che funziona con un guscio autoprotettivo dovuto alla sua profonda mancanza di fiducia. Un’assenza di stima in lotta con una determinazione fuori dal comune […] Non ho ancora trovato
l’ingranaggio rotto”

A ‘condire’ con la giusta dose di bizzarria e di allegria questo meraviglioso quadro romantico, sono gli assurdi incontri di Jack con due personaggi, peraltro realmente esistiti, che appaiono come comparse durante le inenarrabili peripezie affrontate da Jack. Nel primo caso, il bambino si trova di fronte ad un suo ben poco rassicurante omonimo, Jack lo squartatore, nella cui losca figura si imbatte durante un tragitto in treno che lo condurrà a Londra. Il celeberrimo assassino, oltre a spaventare a morte il nostro timido protagonista, causandogli un ticchettio accelerato ed un tremore diffuso, offrirà a Jack un consiglio che, incredibilmente, gli sarà utile poco dopo, dicendogli “Non avere paura, ragazzo mio, imparerai molto presto a spaventare per esistere!”. Il secondo incontro, ben più confortante, è quello con il celebre George Méliès, uno dei padri fondatori dell’arte cinematografica, che qui ritroviamo in veste di illusionista al lavoro sulle immagini in movimento, nonché di orologiaio e nuovo ‘medico’ e compagno di viaggio del piccolo Jack, con il quale girerà mezza Europa alla ricerca di Miss Acacia (questo il nome della ‘piccola cantante’) dispensando consigli amorosi basati sulla propria, seppur fallimentare, esperienza.

Mathias Malzieu ha saputo miscelare con abilità tutti gli ingredienti necessari per creare una favola agrodolce, una romantica fiaba per adulti che mi ha ricordato molto Edward mani di forbice, non fosse altro che per la presenza di un protagonista dotato di una sensibilità e di una capacità di amare fuori dal comune, ma afflitto da un grande svantaggio fisico, cui tenta di sopperire grazie ad una protesi improvvisata, impiantata da una donna esperta di meccanica che gli fa anche da madre adottiva. E, proprio come il film di Burton, anche La meccanica del cuore ha suscitato in me la sensazione di aver appena assistito a qualcosa di bellissimo e surreale insieme all’amarezza di chi avverte, dietro la magia della narrazione fiabesca, l’incombente retrogusto amaro di una realtà che non perdona e che da sempre si accompagna al male e alla disillusione. Tutto questo è narrato dall’autore in modo, a mio parere sublime, con uno stile sempre estremamente delicato, mai volgare anche quando Malzieu si trova a dover descrivere i primi impacciati incontri erotici tra i due protagonisti. Probabilmente lo scrittore avrebbe potuto soffermarsi di più sulla caratterizzazione dei luoghi, che vengono per lo più lasciati all’immaginazione del lettore, ma credo si sia trattata di una scelta ben precisa, dettata dalla volontà di lasciare il centro del palcoscenico agli attori principali: i sentimenti e coloro che sono capaci di abbandonarvisi.

Mi sento di muovere una sola critica all’autore, che forse avrebbe dovuto concedere più spazio alle reazioni emotive di Jack di fronte ad alcuni avvenimenti dal forte impatto emotivo che si susseguono nel finale del romanzo (per ovvi motivi, non farò spoiler) e che, considerata la fortissima emotività del ragazzo, avrebbero dovuto quantomeno scatenare in lui delle reazioni di rabbia e sgomento, farlo sentire tradito e ingannato, scuoterlo e farlo reagire. Sembra quantomeno stravagante il fatto che un protagonista così sensibile e profondamente coinvolto dal sentimento dell’amore, rimanga invece quasi totalmente inerte di fronte ad eventi sconvolgenti come la morte, il tradimento, lo shock. La meccanica del cuore avrebbe, a parer mio, meritato quella cinquantina di pagine in più che avrebbero permesso a Malzieu di dilungarsi un po’ di più sugli eventi raccontati negli ultimi capitoli e avrebbero reso perfetto quello che, già così, è un piccolo gioiello narrativo.

Consiglio caldamente la lettura di questo romanzo a tutti voi, ma soprattutto ai grandi sognatori e a chi ami o abbia amato qualcuno con tutto se stesso, tanto intensamente da credere al per sempre, tanto profondamente da riconoscersi nelle parole, nei gesti e nella voglia di amare senza confini che caratterizzano un piccolo grande eroe di nome Jack.