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Cat person – Kristen Roupenian

I successi editoriali, i libri chiacchieratissimi e instagrammatissimi, mi fanno sempre molta paura. Quando mi avvicino a un testo con queste caratteristiche temo che il mio giudizio sia condizionato, nel bene o nel male, dalle decine di pareri letti in rete e dal clamore mediatico che lo accompagna. Per questo, di solito, nei confronti di questi libri adotto due possibili atteggiamenti:

– li leggo quando ormai non se ne parla più da tempo

– li leggo quando non se ne parla ancora perché sono freschi di stampa.

Cat person di Kristen Roupenian rientra nella seconda casistica, dato che ho iniziato a leggerlo il giorno della sua pubblicazione in Italia, quando ancora di recensioni in giro non se ne vedevano. Sapevo solo che l’hype per questa nuova uscita era tantissimo e che il racconto che dà il titolo alla raccolta aveva sollevato un polverone e fatto molto discutere nel 2017, anno della sua pubblicazione sul The New Yorker, diventando in breve tempo virale e raggiungendo lo status di “racconto con il maggior numero di condivisioni nella storia”, grazie anche alla sua attinenza con le tematiche contemporaneamente portate alla ribalta dal #metoo. Ci si chiedeva quindi se la raccolta, prima fatica letteraria della trentottenne Roupenian, sarebbe stata all’altezza delle aspettative, e se le altre undici storie qui raccontate sarebbero state incisive quanto quel primo glorioso racconto. Qual è la mia risposta a questa domanda? Decisamente sì.

“Cat person” di Kristen Roupenian, Einaudi.

Non è facile raccontare questo libro, ma la prima cosa che mi sento di dire è che mi ha messo addosso la stessa urgenza, la stessa fame, la stessa voglia di proseguire nella lettura che solitamente scatena in me un romanzo ben scritto. Le storie raccontate dalla Roupenian sono apparentemente respingenti, sicuramente spiazzanti e a tratti volutamente disturbanti, eppure catturano il lettore e lo avvincono. L’autrice ci trascina nel vortice vischioso delle relazioni umane, concentrandosi in particolare sui rapporti sentimentali e di potere tra i due sessi, e le sottopone alla lente impietosa di un microscopio che ne ingigantisce difetti e incoerenze. Tra favole dark (il notevolissimo “Il secchio, lo specchio e il vecchio femore”), storie che sfiorano il grottesco e altre che quasi sconfinano nell’orrorifico, l’autrice sovverte gli schemi e abbatte i tabù, liberandosi e liberandoci dal peso di qualsiasi morale. La Roupenian non vuole fornirci delle soluzioni, delle chiavi di interpretazione della realtà, ma condurci per mano negli abissi più torbidi delle relazioni interpersonali, fatte di giochi perversi, sfrenato erotismo e implacabile crudeltà.

Ho amato allo stesso modo tutti i racconti? No. Come spesso accade, alcune delle storie risultano meno efficaci di altre, eppure non per questo fuori posto. Tra i racconti più riusciti, oltre al già citato “Lo specchio, il secchio e il vecchio femore”, che racconta la storia di una principessa decisamente atipica, innamorata di un fantoccio che altro non è se non la rappresentazione esteriore della sua stessa indipendenza, annovero lo stesso “Cat person”, “Sardine” e “Look at your game girl”. Non vi racconterò nel dettaglio di cosa parlano perché, trattandosi di storie brevi, vi guasterei il piacere della lettura, per cui lascerò che siate voi a scoprire cosa si nasconde dietro questi titoli e mi limiterò ad aggiungere che il racconto che più di tutti mi ha lasciata indifferente è “Il corridore notturno”.

Pur avendo amato la raccolta e ritenendo che si tratti di un opera di alto livello, se proprio devo muovere una critica all’autrice le “rimprovero” il fatto di aver talvolta calcato la mano sui dettagli più scabrosi o impressionanti in un modo che sembra costruito a tavolino per scioccare il lettore. Voglio però pensare che questo “peccato” di scrittura, tutto sommato veniale, sia legato al fatto che si tratta di un’opera prima, e aspetterò di poter leggere qualcos’altro di suo prima di pronunciare un giudizio definitivo sulla sua penna. Credo che questa raccolta sia comunque destinata a dividere gli animi, e che questo sia uno di quei libri che suscitano nei lettori immediato amore o infinito odio senza mezze misure, spazzate via dalla durezza e dallo stile diretto dei racconti, che non fa sconti a nessuno e che può solo affascinare o repellere. Complessivamente, il mio voto è un 4/5, e vi consiglio vivamente di recuperare questa raccolta al più presto. Se invece l’avete già letta, sarei molto curiosa di sapere come vi è sembrata e se rientrate nel gruppo degli estimatori o in quello dei detrattori!

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Raccolte di racconti

Quella cosa intorno al collo

Copertina di "Quella cosa attorno al collo" di Chimamanda Negozi Adichie, edito da Einaudi.
“Quella cosa intorno al collo” di Chimamanda Ngozi Adichie, edito da Einaudi.

A volte capita che un libro ti colpisca a tal punto da lasciarti senza parole con la sua forza e la sua bellezza. Quando succede una cosa del genere, sai con certezza di aver letto un gran libro e, al tempo stesso, sai con certezza che non riuscirai mai a parlarne con il giusto distacco, perché quel libro, quelle parole, ti sono rimasti impressi sotto la pelle.
Ecco, tutto questo mi è appena successo con “Quella cosa intorno al collo” di Chimamanda Ngozi Adichie, edito quest’anno da Einaudi. La scrittrice non è certo al suo primo lavoro, ma ultimamente è balzata agli onori della cronaca per i suoi scritti sul femminismo e per essere stata citata come modello da artisti di fama internazionale come Beyoncé. Naturalmente, la mia curiosità nei suoi confronti non è stata suscitata dalle canzoni pop, ma dai numerosi elogi a lei rivolti da blogger del cui giudizio mi fido moltissimo, come La Lettrice Rampante e Ilenia Zodiaco.
Come sapete, non sono certamente un’appassionata di racconti, ma quando “inciampo” in raccolte di storie brevi che riescono a catturarmi come e più di un romanzo, allora nasce l’amore. Quando ho preso in prestito “Quella cosa intorno al collo” non sapevo nemmeno che contenesse dei racconti, me ne sono resa conto solo dopo aver cominciato a leggere, e l’amore è nato già dalle primissime pagine.

Le dodici storie che compongono questo libro sono molto intense e riescono nell’arduo compito di risultare toccanti senza per questo mai lasciar spazio al patetismo e all’autocommiserazione. I personaggi di Chimamanda, quasi tutti femminili, sono vittime di un destino più grande e più forte di loro, è vero, ma resistono, si rialzano, affrontano le loro battaglie contro mostri che assumono ora il volto della guerra, ora quello della morte, ora quello della povertà e, talvolta, persino quello di uomini che si rivelano molto diversi da come li avevano immaginati. La Adichie costruisce una galleria di infelicità e resilienze, dentro la quale inserisce le sue Donne, donne tradite, abbandonate, smarrite, impaurite, ma non sconfitte. Donne che cercano conforto negli occhi e nelle mani di altre donne, indipendentemente dalle differenze sociali, razziali o religiose.

Ho amato particolarmente il racconto “Un’esperienza privata”, nel quale Chika, una ragazza di etnia igbo (la stessa cui appartiene l’autrice) e religione cristiana, si ritrova a condividere il piccolo rifugio offerto da un negozio abbandonato con un’altra donna, chiaramente musulmana. Intorno a loro, gli hausa musulmani hanno avviato una sommossa contro gli Igbo, e Chika sa che proprio in quel momento li stanno facendo a pezzi o lapidando, mentre lei se ne sta nascosta lì, insieme a una sconosciuta “nemica”. Probabilmente le due donne non si rivedranno mai più, ma per un istante l’una è per l’altra tutto ciò che le resta, e le differenze economiche, sociali, religiose crollano di fronte alla paura di morire e all’angoscia per i familiari la cui sorte è incerta. Sarà soltanto un momento, però, un’esperienza privata, esattamente come private sono le preghiere che l’ignota musulmana rivolge alla Mecca e che Chika rifiuta di ascoltare per lasciarle un po’ di privacy, mentre strofina involontariamente con le dita il piccolo rosario ad anello che indossa per volere della madre. Passata la tempesta, le due solitudini che si erano coalizzate per difendersi vicendevolmente, torneranno a essere solo due mondi lontani.

“In seguito, Chika avrebbe letto sul <<Guardian>> che i <<reazionari musulmani del Nord, di lingua Hausa, hanno una storia di violenza contro i non musulmani>> e, presa dal suo dolore, si sarebbe dimenticata di aver […] sperimentato la gentilezza di una donna hausa e musulmana”

Non tutte le storie raccontate dalla Adichie sono ambientate in Nigeria, anzi in molti casi emerge prepotentemente il confronto tra la terra di origine dei suoi protagonisti (in particolare, molto presente è la città di Lagos) e gli Stati Uniti, mitizzati come una sorta di terra promessa eppure in grado di essere crudeli e ostili, di far sentire estraneo chi non ne ha sempre fatto parte.
Estranea agli Stati Uniti e, in fondo, alla sua stessa vita e al suo rapporto di coppia è la protagonista di un altro racconto che mi ha colpita molto, “L’imitazione”. Nkem, questo il nome della donna, pensa di essere la persona più fortunata del mondo quando incontra Obiora, un ricco nigeriano che la sposa e la porta con sé in America, dove compra per lei una bella casa e dove nasceranno i loro due figli. Obiora sembra meraviglioso, finché non decide di mantenere una seconda casa a Lagos e finché Nkem, già dalla prima pagina del racconto, non scopre che il marito si fa vivo sempre meno spesso e torna a trovare lei e i bambini solo durante l’estate perché con lui c’è un’altra donna. Una ragazza giovane e bella, con i capelli corti e ricci, che adesso vive in casa sua e dorme nel letto che lei ha condiviso col marito in Nigeria.

“Nkem sospira e si passa la mano tra i capelli. Le sembrano troppo folti, troppo vecchi […] Prende le forbici, quelle che usa per pareggiare i nastri di Adanna, e se le porta alla testa. Solleva ciuffi di capelli e li taglia vicino alla cute, lasciandoli della lunghezza di un’unghia, quel tanto che basta ad arricciarli col ristrutturante”

I personaggi maschili, nella maggior parte dei casi, non vengono ritratti in modo lusinghiero. Oltre al marito fedifrago, infatti, ci vengono presentati uno zio che tenta di molestare la nipote e un insegnante di letteratura che organizza un workshop a Città del Capo e guarda le donne di colore solo al di sotto del viso. L’umiliazione, la costrizione e il senso di soffocamento accompagnano spesso le vite delle loro compagne, figlie, mogli e nipoti, tanto che nel racconto che dà il titolo alla raccolta, la protagonista dà voce ai suoi pensieri più profondi definendo le sue sensazioni come “una cosa intorno al collo”.

“Di notte, qualcosa ti si avvolgeva intorno al collo, qualcosa che per poco non ti soffocava prima che ti addormentassi”

Persino gli uomini animati dalle migliori intenzioni commettono errori, come il marito della protagonista di “Il lunedì della settimana prima” che, per quanto pensi di amare Kamara e di averla resa felice offrendole una vita dignitosa negli Stati Uniti, in realtà risulta del tutto incapace di comprendere il suo desiderio di maternità, di aiutarla a trovare uno scopo nella vita e di farla sentire meno sola.

Chimamanda Ngozi Adichie è una narratrice straordinaria. Il suo stile diretto, crudo e, al tempo stesso, forte e intenso accompagna il lettore dentro dodici piccoli microcosmi del tutto autosufficienti, perfetti nella loro circolarità.
Non vedo l’ora di leggere altri libri di quest’autrice, che mi ha stregata e incantata.

Romanzi

Gli anni al contrario | Recensione 

Una mia foto de
“Gli anni al contrario”, edito da Einaudi.

“Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi. Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi […] Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario”

Messina, 1977. Aurora è ancora una ragazzina, ma ogni forma di svago e di libertà le è preclusa dall’opprimente figura paterna, il “fascistissimo” Silini, direttore del carcere locale. La sua unica speranza è quella di riuscire a eccellere nello studio, così da poter fuggire da un orizzonte familiare che ormai le sta stretto. Giovanni, invece, è l’ultimo figlio dell’avvocato Santatorre, fieramente comunista e convinto che tutti i suoi discendenti debbano seguire le sue impronte. Tutti, sì, tranne Giovanni che, ribelle e anticonformista com’è, è già difficile da gestire senza che sia necessario farsi troppe aspettative sul suo futuro.
Aurora e Giovanni si incontreranno quasi per caso all’università e le loro vite saranno sconvolte dalla nascita di un amore tanto inaspettato quanto travolgente.
L’amore, però, non è la risposta a tutte le domande, e sarà il destino a insegnare ad Aurora  e Giovanni che anche il sentimento più intenso deve fare i conti con una realtà che non sempre si rivela all’altezza della fantasia.

Gli anni al contrario è un romanzo breve,  opera d’esordio della scrittrice messinese (ormai romana d’adozione) Nadia Terranova e pubblicato da Einaudi nel 2015. L’autrice ci racconta del primo incontro tra Giovanni, studente assai poco promettente e in difficoltà con gli esami, e Aurora, brillante studentessa con il massimo dei voti, che per arrotondare dà ripetizioni ai suoi colleghi. E Galeotta sarà proprio una lezione privata di filosofia, dalla quale avrà inizio una storia d’amore incapace di rispettare le convenzioni e le tempistiche tradizionali. Pochi mesi dopo il loro primo appuntamento, infatti, i due giovani decideranno di sposarsi e il matrimonio sarà subito seguito dall’arrivo di una bimba, Mara.
Naturalmente, Giovanni e Aurora non sono in grado di provvedere economicamente alla piccola e, presi come sono dalle loro lotte idealistiche e dagli ambiziosi progetti politici, si affidano completamente ai genitori affinché coprano loro le spalle. L’idillio amoroso e la felicità coniugale vissuta nella loro “casa in miniatura”, però,  avranno vita breve. Mentre Aurora, infatti, si dà da fare per concludere gli studi, trovare lavoro e ottenere un avanzamento di carriera, Giovanni continua a ragionare come un ragazzino, a inseguire ideologie ormai superate e a sentirsi prigioniero di un’esistenza che credeva di desiderare, ma che invece lo soffoca.
Giorno dopo giorno, Mara passa dall’essere il frutto di un sentimento incontrollabile al diventare l’unico collante capace di tenere insieme i cocci di una vita familiare che va in frantumi, sotto i colpi dei litigi, delle separazioni, dei ritorni, dei rimpianti, dei rimorsi. Quelli di Mara sono gli unici pensieri davvero innocenti che ci è dato di ritrovare nel romanzo; il suo amore incondizionato per un padre che si perde tra sterili lotte politiche, fughe, donne e droghe, è senza alcun dubbio l’aspetto più commovente di tutta la storia.

Gli anni al contrario mi ha incuriosita e piacevolmente intrattenuta per qualche ora, ma non posso dire che mi abbia entusiasmato del tutto. 144 pagine, a mio parere, non sono sufficienti per raccontare una storia lunga dodici anni, soprattutto se questa storia si intreccia con vicende storico-politiche di una certa rilevanza e introduce tematiche forti come il dramma della dipendenza dalle droghe o la tragica incidenza di una malattia devastante come l’AIDS.
La Terranova non fa che mettere continuamente  carne al fuoco, senza dare ai suoi lettori il tempo di approfondire la psicologia di personaggi che spesso sembrano appena abbozzati, di affezionarsi a loro e, soprattutto, di costruire una riflessione intorno agli argomenti più spinosi e dolorosi che emergono nel corso del romanzo. Il lettore, perciò, si ritrova a essere freneticamente trascinato dagli eventi senza avere il tempo di assimilarli e comprenderli per davvero.

Ciononostante, l’autrice scrive bene, la storia è godibile e, pertanto, mi sento di consigliare questo libro a chi cercasse una lettura non troppo impegnativa e, al contempo, non troppo banale e scontata.

Raccolte di racconti

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

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“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, edito da Einaudi.

Oggi ho deciso di parlarvi di una celeberrima raccolta di racconti, ossia Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver, edito da Einaudi.

In genere non apprezzo molto i racconti, perché li trovo spesso inconcludenti e ritengo che non lascino al lettore il tempo necessario per immedesimarsi nelle vicende dei protagonisti e per provare empatia verso di loro. Anche i racconti di Carver mi hanno lasciato un po’ di amaro in bocca con i loro finali fin troppo aperti, ma ho apprezzato tantissimo il talento dello scrittore nel delineare i tratti di una personalità, le coordinate fondamentali di una vita nel giro di pochissime righe.

I protagonisti dei racconti contenuti in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore sono personaggi umili, che si dibattono tra le difficoltà della vita quotidiana e sono immortalati in un momento di particolare difficoltà, quando si trovano ad affrontare il divorzio, il tradimento, la malattia, la solitudine, la morte, i debiti. Carver, infatti, non tenta di raccontarci le storie di grandi uomini e lo svolgersi di grandi eventi. Carver ci racconta la nostra storia, la storia dell’uomo qualunque che deve fare i conti con una vita quotidiana spesso fatta unicamente di miseria e sofferenza senza possibilità di riscatto.

Che si tratti di un’anziana coppia che va a giocare al bingo o di un figlio che ascolta con estrema insofferenza il racconto paterno di un adulterio commesso tanti anni prima, l’umanità che si presenta davanti ai nostri occhi nei diciassette racconti della raccolta è un’umanità sperduta, inetta, costretta entro le ristrette coordinate di un’esistenza soffocante da cui non riesce ad affrancarsi.

Sembra quasi che anche gli avvenimenti che, nella normalità delle cose, risulterebbero particolarmente scioccanti o dolorosi, non riescano più a toccare questi uomini e queste donne che hanno già raggiunto il limite, che hanno già visto la loro serenità disintegrarsi e sparire.

“…Non si muove dalla finestra, ricordando quella vita passata. Avevano riso. Appoggiati l’uno all’altra, avevano riso fino alle lacrime, mentre tutto il resto – il freddo e dove lui era andato in quel freddo – restava di fuori, almeno per un po’”

E’ questo il motivo per cui, ad esempio, nel racconto Con tanta di quell’acqua a due passi da casa, quattro uomini vanno in campeggio e, pur avendo rinvenuto il cadavere di una ragazza sulla sponda del lago, ignorano l’accaduto e continuano a bere e a divertirsi.

“Hanno tirato fuori la scusa che erano stanchi, era tardi, che tanto la ragazza <<mica se ne andava>>. Alla fine hanno deciso di accamparsi. Hanno acceso il fuoco e si sono messi a bere whisky”

Lo stile dell’autore, freddo, conciso ed apparentemente distaccato, è perfettamente intonato col grigiore dei frammenti di vita di cui ci rende spettatori, ma è anche capace di evidenziare i momenti di tensione e di far emergere la tenerezza e la piccola poesia che stanno dietro l’apparente squallore e la desolazione. E’ il caso del racconto Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio nel quale, con finta noncuranza, un uomo lascia cadere un accenno alla mancanza del suo più caro amico mentre sta spiegando alla vicina di casa il suo metodo per uccidere le limacce.

“Sam ha detto: – Certe volte, quando sto qui a dare la caccia alle limacce, guardo verso casa vostra – . Ha aggiunto: – Vorrei tanto che Cliff e io fossimo di nuovo amici”

I racconti di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore restano nel cuore proprio per la capacità di Carver di trascinarci nel baratro della più deprimente realtà per poi regalarci un dettaglio, uno scorcio, uno scambio di battute capaci di ricordarci ciò che di più bello e di più vero esiste nella vita, anche se si tratta di una vita solitaria ed incolore.