Recensioni

L’educazione – Tara Westover

Se mi seguite su Instagram, la scorsa settimana avrete visto un numero esorbitante di stories riguardanti un libro che mi ha coinvolta e travolta in un modo che non mi sarei mai aspettata. Sto parlando di L’educazione di Tara Westover, un memoir che mi ha tenuta col fiato sospeso e incollata alle pagine per giorni interi, talmente avvincente e ben scritto da sembrare un romanzo. Non è dunque un caso se l’opera prima della trentaduenne Westover è riuscita a scalare agilmente tutte le classifiche di vendita americane e inglesi del 2017, trasformandosi in uno straordinario caso editoriale.
Ma cos’ha di così speciale L’educazione? Se dovessi definire questo libro con una sola parola, lo definirei sconvolgente. Non tanto e non solo perché racconta una realtà, quella delle famiglie mormone radicali, di cui in Italia si sente parlare molto poco e che si rivela dura e violenta più di quanto potremmo immaginare, ma anche perché, a partire dal racconto del tutto personale del suo ingresso nel mondo accademico, l’autrice riesce a scavare così in profondità nell’animo umano e a porre domande così complesse sul significato dell’esistenza da scuotere il lettore e costringerlo a interrogarsi sulla sua stessa vita.

Cover L'educazione Tara Westover
“L’educazione” di Tara Westover, Feltrinelli.

Tara è l’ultima dei sette figli di Gene e Faye Westover e trascorre la sua infanzia e la prima adolescenza in Idaho, ai piedi di una montagna che lei e i suoi familiari chiamano La Principessa. Il padre di Tara è quello che potremmo definire un “fondamentalista” della religione mormona, che in America è estremamente diffusa e che conta più di otto milioni di seguaci in tutto il mondo. Gene è convinto che lo Stato sia il male, che il sistema sanitario e quello scolastico siano controllati dagli Illuminati e che la fine del mondo (identificata con quello che tutti noi conosciamo col nome, assai meno minaccioso, di “millennium bug”) sia alle porte. Per questo motivo, Tara e i suoi fratelli non vanno a scuola, non sono mai stati visitati da un medico e non sono stati registrati all’anagrafe, per cui non conoscono neppure il giorno esatto della loro nascita. Gene si comporta come un padre-padrone e come un predicatore al tempo stesso, ergendosi sul pulpito che crede debba essere riservato al capofamiglia e dettando legge: tutti i suoi figli devono aiutarlo ad accumulare cibo, benzina, armi e munizioni in previsione dei “giorni dell’abominio”, e tutti devono contribuire al sostentamento della famiglia lavorando con lui nella discarica dove raccoglie lamiere da rivendere o nei cantieri in cui si occupa della costruzione di capannoni e fienili. Quanto alla moglie, Gene ha deciso che Faye, abile erborista nota in tutta la valle per il suo lavoro, debba apprendere il mestiere della levatrice, per liberare tutte le donne della comunità, nonché le sue stesse figlie, dalla necessità di ricorrere a un ginecologo o di affidarsi allo staff medico di un ospedale.

Questo è dunque il contesto socio-culturale in cui Tara Westover nasce e vive i primi anni della sua vita che, sebbene possa sembrarci quasi assurdo, trascorrono piuttosto serenamente. I problemi veri arrivano quando Tara si avvicina all’adolescenza e il fratello più grande, Tyler, quasi senza volerlo instilla in lei il seme della curiosità che, noi lettori lo sappiamo bene, è il primo passo verso il desiderio di costruirsi una cultura. Nonostante il difficile clima familiare e le rimostranze paterne, Tyler ama i libri e trascorre tutto il suo esiguo tempo libero leggendo e studiando, con l’obiettivo di iscriversi al college e cambiare vita. Arrivato a diciassette anni, il ragazzo riesce effettivamente a entrare al college, mentendo e affermando di aver sempre ricevuto un’eccellente educazione casalinga, e la sua partenza è il motore che mette in moto i desideri di Tara, che con il tempo si rende conto di voler seguire le sue orme.
Quello che a noi sembra del tutto naturale, studiare, informarsi, ambire a costruirsi una prospettiva di vita che vada oltre l’idea di lavorare in una discarica, per Tara si trasforma in una continua lotta con la sua famiglia e con se stessa. Da un lato, infatti, il padre la ostacola in ogni modo possibile e le difficoltà economiche da superare sembrano spesso insormontabili. Dall’altro, però, la peggior nemica di Tara è la sua coscienza, quella vocina che le sussurra che lei non sarà mai abbastanza, che non può tradire i precetti paterni in base ai quali è stata cresciuta anche se sente di cominciare a non condividerli, che se farsi una cultura significa perdere tutti coloro che ama forse allora non ne vale la pena.
A complicare le cose si aggiunge il fatto che, al suo arrivo al college, Tara si rende conto di aver vissuto tutta la sua vita dentro una bolla fatta di ignoranza e oscurantismo, e di non sapere niente del mondo o della storia occidentale al di fuori di quelle menzogne che il padre le ha raccontato o di quei pochi eventi che la fervida fantasia paranoica di Gene ha letto e reinterpretato per lei e i suoi fratelli. Emblematico è il caso della sua prima lezione di Storia dell’Europa occidentale, durante la quale alza la mano per chiedere cosa sia l’Olocausto e il professore la ignora sdegnato, credendo che la sua sia solo una battuta di cattivo gusto.
A far da contorno al racconto dei suoi anni universitari e delle innumerevoli difficoltà affrontate per riuscire a raggiungere i tanti agognati risultati accademici, c’è il ricordo delle violenze, fisiche e psicologiche, subite dall’irrequieto e scostante fratello Shawn, mai punito e sempre protetto dal silenzio del padre e dall’accondiscendenza della madre. E proprio la madre di Tara è uno dei “personaggi”, se di personaggi si può parlare trattandosi di un memoir, più controversi del libro: se infatti a tratti sembra che Faye sia una donna forte e che voglia prendere in mano le redini della sua vita, un attimo dopo la si ritrova totalmente succube del marito, incapace di opporsi alle sue idee folli e alle sue scelte avventate anche quando queste rischiano di fare del male ai figli. Nel corso dei suoi studi, Tara scoprirà che Gene ha verosimilmente un disturbo bipolare mai diagnosticato, eppure le sue parole e le sue strampalate teorie del complotto sono penetrate così a fondo nella mente di tutti i suoi familiari da condizionarli anche a distanza di anni, quando le loro vite hanno ormai preso un corso del tutto diverso.

“Tutti i miei sforzi, tutti i miei anni di studio mi erano serviti ad avere quest’unico privilegio: poter vedere e sperimentare più verità di quelle che mi dava mio padre, e usare queste verità per imparare a pensare con la mia testa. Avevo capito che la capacità di abbracciare più idee, più storie, più punti di vista era un presupposto fondamentale per crescere come persona.”

L’educazione è la storia di una ragazza che combatte per conquistare un’indipendenza, innanzitutto di pensiero, che per troppo tempo le è stata negata, ma è anche una storia universale che ci spinge a riflettere sul modo in cui i nostri desideri più profondi possono spingerci a scelte estremamente difficili e radicali. Arriverà un momento in cui Tara sarà costretta a scegliere tra la propria famiglia, alla quale si sente comunque legata nonostante riesca finalmente a percepirne gli enormi limiti, e la possibilità di diventare una persona del tutto nuova, forse migliore, forse felice.
Ma è davvero possibile emanciparsi del tutto dalla propria famiglia di origine? Quanta forza è necessario possedere per abbandonare tutto ciò che conosciamo e scegliere l’ignoto? E quale prezzo saremmo disposti a pagare per realizzare i nostri sogni e avvicinarci all’immagine della persona che vorremmo diventare?

“Cosa deve fare una persona, mi chiedevo, quando i suoi doveri verso la famiglia si scontrano con altri doveri – verso gli amici, la società, verso se stessi?”

Romanzi

La sovrana lettrice 

copertina la sovrana lettrice
“La sovrana lettrice”, edito da Adelphi.

​L’immagine che tutti noi abbiamo della regina Elisabetta II è quella di un’anziana donna autorevole, compassata, sempre ben vestita, totalmente ligia ai doveri derivanti dal suo delicato ruolo istituzionale, perfettamente fedele ai dettami imposti dall’etichetta e costantemente misurata nei gesti e nelle parole. Il microcosmo che gravita  attorno alle mura di Buckingham Palace, fatto di valletti, ricevimenti, incontri con eminenti ospiti locali o stranieri e summit politici, sembra imporre alla regina un contegno impeccabile ed un totale self control che, in più di un’occasione, le è tornato utile per sedare ed alleggerire la costante pressione mediatica cui lei e gli altri membri della famiglia reale sono sottoposti da decenni. Ma cosa succederebbe se Elisabetta II, per un caso del tutto fortuito, scoprisse che oltre i cancelli del palazzo c’è molto di più? Cosa accadrebbe se scoprisse di essersi persa un intero universo di sensazioni ed emozioni, pur avendo vissuto una vita piena e, per molti versi, straordinaria?

Queste sono le domande cui Alan Bennett prova a dare risposta con il suo La sovrana lettrice (Adelphi, 2007), nel quale l’autore immagina che un giorno la regina, durante la ricerca dei suoi cagnolini che scorrazzano indisciplinati nei cortili del palazzo reale, si imbatta inaspettatamente in un furgone simile a quelli usati per i traslochi, e che scopra con autentico stupore che il pesante automezzo altro non è se non una biblioteca. La biblioteca circolante del distretto di Westminster, come verrà a sapere di lì a poco, fa tappa a Buckingham Palace ogni mercoledì e il signor Hutchings, il suo bibliotecario-conducente, parcheggia puntualmente davanti alle cucine, sia per evitare di dar troppo nell’occhio, sia perché l’unico frequentatore abituale è Norman, un ragazzo dai capelli rossi che in quelle cucine lavora e che, avendo un aspetto non troppo avvenente, non può certamente ambire a far carriera come valletto. La sovrana, dall’alto della sua inattaccabile fedeltà alle norme stabilite dal galateo, non può impedirsi di salire i gradini ed entrare nel furgone stipato di libri, se non altro per scusarsi per il baccano provocato dai cani che non la smettono di abbaiare, lasciando tanto l’autista quanto Norman del tutto sbigottiti nel vederla comparire sulla soglia. La stessa cortesia che le ha imposto di salire a bordo, impone ad Elisabetta II di rispettare quel luogo e di prendere in prestito un libro, chiedendo consiglio al bibliotecario. Il signor Hutchings, questo il nome dell’uomo, le chiede gentilmente cosa le piaccia, per poterla indirizzare verso un volume che incontri i suoi gusti, ma la regina si rende conto di non saper rispondere, di non averci mai pensato veramente. Aveva sempre considerato la lettura come un hobby, e lei non aveva mai avuto tempo per questo genere di cose.

“No, gli hobby implicavano predilezione, e le predilezioni andavano evitate. Prediligere significava anche escludere, quindi lei non prediligeva. Il suo mandato le richiedeva di manifestare interesse, non di provarlo. Inoltre, leggere non era agire e lei era una donna d’azione”

Ciononostante, andarsene a mani vuote sarebbe inconcepibilmente scortese e darebbe al signor Hutchings l’impressione che voglia snobbare il suo lavoro e il suo catalogo, per cui la regina perlustra gli scaffali alla ricerca di un nome noto, individuando un romanzo di Ivy Compton-Burnett, che troverà noioso al limite dell’insopportabile. La settimana successiva, mentre si reca di nuovo alla biblioteca per restituire il libro, Elisabetta è quasi certa di non volerne prendere in prestito un altro, finché l’occhio non le cade su un romanzo di Nancy Mitford, “Inseguendo l’amore”, che la coinvolgerà a tal punto da scatenare in lei un’incontenibile passione per la lettura. L’irreprensibile sovrana, che mai avrebbe trascurato un impegno istituzionale o fatto tardi ad un appuntamento, comincia così a dedicare ogni momento della sua giornata alla lettura e a domandare a chiunque incontri se e cosa sta leggendo, suscitando l’irritazione della corte, dei politici e dei valletti, scontentati soprattutto dall’inarrestabile ascesa sociale compiuta da Norman, diventato prima consigliere personale della regina in ambito letterario, poi factotum ed infine valletto a sua volta, pur non possedendo il giusto physique du role. Sarà la generalizzata ostilità suscitata dal suo nuovo amore per i libri a far sì che la regina impari addirittura ad attrezzarsi per una lettura clandestina, arrivando persino a prediligere i tascabili, che più facilmente trovano spazio nelle tasche degli abiti.

Il mondo dei libri, un mondo fino ad allora quasi del tutto sconosciuto ad Elisabetta e da lei lungamente ignorato, si rivela finalmente in tutta la sua magnificenza, portando gradualmente alla luce emozioni rimaste silenti per troppo tempo e consapevolezze che porteranno la regal lettrice a sviluppare un pensiero sempre più critico nei confronti della realtà e del contesto fatto di regole, convenzioni e gerarchie entro il quale è stata abituata a vivere.

“L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. […] I libri non sono per nulla ossequiosi”

Il potere della lettura è innegabile. Grazie alle parole, i libri scavano dentro di noi, nella nostra mente e nella nostra anima, ponendoci di fronte ad aspetti della nostra personalità che avevamo sepolto e dimenticato o trasformando il nostro modo di vedere, liberando i nostri occhi da quella patina di conformismo che spesso li oscura. Un potere così grande, com’è ovvio, fa paura. Fa paura una regina che prende consapevolezza della vastità del mondo e della quantità di esperienze che si è persa e non potrà mai più recuperare, fa paura una regina che sviluppa empatia, interesse verso il prossimo, curiosità verso ciò che la circonda, fa paura il fatto che la lettura possa assorbire un sovrano al punto da distrarlo dagli impegni di governo. La paura porta i membri della corte a stigmatizzare la lettura, arrivando addirittura a giocare dei brutti scherzi ad Elisabetta, nella speranza di dissuaderla dal leggere, ma una paura di tipo molto diverso germoglia nel cuore della regina stessa, la paura di aver smarrito se stessa.

“Dovendo rispondere alla domanda se la lettura le avesse arricchito la vita, avrebbe risposto di sì, salvo aggiungere con altrettanta certezza che l’aveva anche vuotata di qualsiasi scopo. In passato era stata una donna risoluta che conosceva i suoi doveri e intendeva compierli fin quando possibile […] Leggere non era agire, quello era il problema. Anche a ottant’anni, lei era una donna d’azione”

E quale potrebbe essere il miglior compromesso tra il leggere e l’agire? Quale potrebbe essere l’attività che riesca a coniugare le due cose in un connubio perfetto? La scrittura, naturalmente. Si comincia con degli appunti a margine di un testo, piccoli frammenti di pensieri sparsi scarabocchiati su carta, per arrivare…dove arriverà la nostra sovrana lettrice?

Ho trovato questo libro veramente delizioso, un piccolo gioiello di appena 95 pagine infarcito di ironia e di un meraviglioso humour inglese che mi hanno fatto amare la scrittura di Alan Bennett benché, lo ammetto, mi fossi imbattuta in questo romanzo del tutto casualmente e non conoscessi affatto il suo autore. Il ritratto della regina che vien fuori dal racconto di Bennett è quello di una donna intelligente, spigliata, interessata a ciò che non conosce, divertente e capace di andare oltre i ristretti orizzonti entro i quali la sua corte vorrebbe rinchiuderla. Veramente adorabili sono i suoi tentativi di fare conversazione parlando di libri con dignitari e ministri palesemente imbarazzati, così come esilaranti sono i suoi battibecchi in carrozza col marito Filippo. La lettura di questo breve romanzo si porta via un paio di piacevolissime ore, strappando al lettore più di qualche risata e risultando quasi un inno alla bellezza dei libri, irresistibili richiami per il lettore appassionato che, come tutti noi ben sappiamo, vorrebbe avere a disposizione delle  giornate di 48 ore per poter leggere di più.

“Stava anche scoprendo che un libro tira l’altro; ovunque si voltava si aprivano nuove porte e le giornate erano sempre troppo corte per leggere quanto avrebbe voluto”

Sarei curiosa di sapere se la regina sia a conoscenza dell’esistenza di questo breve romanzo e se l’abbia mai letto perché sono certa che, se anche possedesse solo la metà dell’ironia e dell’intelletto del suo alter ego letterario, lo amerebbe anche lei. Consigliatissimo!