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Top ten 2016

Il 2016 sta per concludersi ed è tempo di bilanci. Per questo motivo ho deciso di proporvi un post nel quale vi svelerò la top ten delle mie letture di quest’anno che, almeno dal punto di vista letterario, mi ha riservato molte piacevoli sorprese! Quella che segue naturalmente non è una classifica,  ma una semplice lista dei dieci titoli che ho amato di più 😉

1.Canto della pianura di Kent Haruf 

Vi consiglio questo romanzo, come gli altri due che compongono la ‘Trilogia della pianura’, perché Kent Haruf non è un autore che può essere ignorato. Con uno stile ben riconoscibile, caratterizzato in particolare dalla totale assenza dell’uso delle virgolette per marcare l’inizio di un dialogo, lo scrittore ci conduce per mano nella piccola cittadina di Holt. Fidatevi se vi dico che, quando sarete stati ad Holt per la prima volta, desidererete ritornarci, ritrovare l’atmosfera di una cittadina come tante che ospita personaggi come tanti alle prese con problemi assolutamente quotidiani che, però, riescono ad entrare nel cuore del lettore e a fargli sentire la loro mancanza non appena avrà girato l’ultima pagina. E proprio qui sta lo straordinario talento di Kent Haruf, il talento di trasformare l’ordinario in qualcosa di straordinario, il talento di commuovere e coinvolgere senza mai far leva sul pietismo o sullo sfoggio di erudizione. Bastano poche parole per dire tanto, bastano uno sguardo o un gesto per raccontare un’emozione e rendere evidente un sentimento.

Assolutamente imperdibile.

2.Rosemary’s baby di Ira Levin 

Questo romanzo mi ha davvero colpita. Non avevo mai letto nulla di Ira Levin e non avevo neppure mai visto l’omonimo film. Eppure, sempre a causa della mia solita ossessione per le copertine, mi sono ritrovata ad acquistare questa meravigliosa edizione della SUR e ne sono rimasta immediatamente affascinata.Probabilmente conoscerete questo libro come un romanzo horror, ma dietro e dentro  ‘Rosemary’s baby’ c’è molto più di questo. Il libro scava a fondo nella vita della middle class, portando alla luce le ipocrisie e bassezze da cui essa è caratterizzata e mostrando il vero volto del male che, paradossalmente, non è quello del diavolo. È l’uomo l’essere abbietto da cui bisogna guardarsi, è l’uomo il mostro capace di compiere le peggiori atrocità in nome di demoni che ben poco hanno a che fare con il soprannaturale e che portano nomi a noi noti come ‘ambizione’, ‘opportunismo’ e ‘slealtá’.

Non lasciatevi scoraggiare, insomma, dalla dicitura “horror” che troverete accanto al titolo su internet o in libreria. Date un’occasione ad un romanzo che ha molto da dire, anche se non siete estimatori del genere.


3.La sovrana lettrice di Alan Bennett

Ho ‘incontrato’ questo romanzo per puro caso la scorsa estate, senza averne mai sentito parlare e senza conoscere Alan Bennett. Già dopo poche pagine ho capito di essermi persa per anni un autore dalla verve ironica semplicemente irresistibile che, grazie ad un collaudatissimo ed efficace humour inglese, racconta una storia al limite del paradossale che ruota intorno all’amore per i libri. La protagonista, poi, pur essendo un personaggio ovviamente molto noto,  è descritta in un modo totalmente nuovo e decisamente unico, in una girandola di momenti esilaranti e di serie riflessioni sulla lettura che si concluderà con un finale inaspettato.

Consigliatissimo se avete voglia di una lettura breve e scorrevole che vi faccia sorridere.

4.Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey 

Questo romanzo è stato una scoperta. Ho deciso di leggerlo su consiglio del mio libraio di fiducia e non me ne sono mai pentita. La storia di Elyria, che inspiegabilmente decide di abbandonare una vita apparentemente perfetta per fuggire verso un ignoto che assume le sembianze della Nuova Zelanda, mi ha subito colpita e coinvolta. La scelta di Ellie è sicuramente estrema e forse folle, eppure chi di noi non ha mai sentito l’irrefrenabile ed improvviso bisogno di fuggire da tutto e da tutti, anche dalle persone che amiamo di più? Chi non ha quel ‘bufalo’ dentro di sé che si agita impetuoso e lotta contro le abitudini, la noia e la monotonia suggerendoci di mollare tutto? Con uno stile tanto fluido da rasentare spesso il flusso di coscienza, la Lacey ci racconta i pensieri, i ripensamenti e, perché no, anche le paranoie che attraverso la mente di Ellie mentre la ragazza cerca di ritrovare sé stessa o forse di smarrirsi per sempre, perché nessuno scompare davvero finché continua ad esistere per se stesso.


5. Room di Emma Donoghue 

Se conoscete la trama di questo romanzo almeno per sommi capi, potrete tranquillamente immaginare il motivo per cui questo libro mi ha colpita con la violenza di un pugno allo stomaco. La vocina di Jack, cinque anni appena, ci racconta un inferno non troppo lontano dai tanti e fin troppo reali casi di cronaca per i quali rabbrividiamo davanti alle nostre televisioni, seduti sui nostri comodi divani. Jack e Ma’ non hanno la possibilità di vivere una vita normale, dal momento che, sette anni prima, un orco di nome Old Nick ha rapito la ragazza e l’ha trasformata nella sua prigioniera, segregandola dentro uno squallido e ridicolmente piccolo capanno degli attrezzi. Jack, però, non conosce questa storia. Tutto ciò che sa è che la sua intera vita si è svolta dentro quel capanno, che lui chiama Stanza, e che Old Nick è l’unico ad avere accesso al mondo esterno, che per lui esiste solo in televisione.

La forza della scrittura della Donoghue sta tutta nel fatto di aver scelto Jack come voce narrante, di aver fatto sì che noi conoscessimo la più feroce crudeltà umana attraverso lo sguardo ingenuo e curioso di un bambino, che la fa risaltare e la rende, se possibile, ancora più atroce.

6.Lolita di Vladimir Nabokov 

Questo romanzo ha suscitato in me sentimenti contrastanti. L’ho trovato bellissimo ed inquietante, affascinante e disturbante, scritto talmente bene da farci entrare nella mente del protagonista Humbert Humbert e di farci vedere la sua amata Lolita attraverso i suoi occhi. Peccato che Lolita abbia solo dodici anni e che l’uomo ne abbia quaranta e sia un appassionato di ‘ninfette’, ragazzine che a suo dire presentano una malizia ed una sensualità fin troppo pronunciate rispetto alla loro età che oscilla tra i dieci ed i quattordici anni. Peccato, inoltre, che la storia raccontata sia quella di un sequestro, di una fuga, di un amore malato ed impossibile da concepire per chi non abbia strane perversioni, sebbene Humbert oscilli tra il senso di colpa ed il tentativo di dare una giustificazione alle sue azioni. Sono le ninfette a provocare, tutto nasce da un trauma adolescenziale e dalla ricerca del suo primo amore perduto, non ha mai fatto mancare nulla a Lolita e l’ha amata come nessun altro. Giustificazioni che per le nostre orecchie suonano certamente inconsistenti e insufficienti. Eppure, nonostante l’argomento decisamente difficile, la meravigliosa scrittura di Nabokov rende impossibile abbandonare la lettura, rende impossibile abbandonare Humbert e Lo al loro destino, rende necessario arrivare fino alla fine del romanzo.

Un grande classico, da non tralasciare.

7.Preghiera per Cernobyl di Svetlana Alecsievic 

Un pugno nello stomaco, un libro che provoca un dolore quasi fisico, un toccante e devastante ritratto DEL ‘popolo di Cernobyl’, la cui vita, al pari di quella delle generazioni a venire, è stata irrimediabilmente compromessa dalla tragedia: l’esplosione di uno dei reattori della centrale nucleare della città. Senza mai intervenire in prima persona, lasciando che sia la gente del luogo a raccontare la sua Cernobyl, la sua storia, il suo lutto, la Alecsievic realizza uno straordinario reportage giornalistico destinato a scuotere le coscienze e a dar voce ad un’umanità ferita che necessita di far sapere al mondo ‘che questo è stato’ e che la sua Tragedia non può più essere ignorata.
8.Il paradiso degli animali di David James Poissant
Una raccolta di racconti in cui a far da protagonisti sono gli uomini e le loro paure. Ogni storia ruota attorno ad un personaggio che sta affrontando un dramma personale, che si tratti di un lutto, di un divorzio, di un rapporto finito o incrinato con una persona cara. I protagonisti non sono eroi, non sono persone speciali, sono uomini e donne che vivono, soffrono e falliscono esattamente come noi, e questo riflette la volontà di Poissant di regalare al suo lettore uno spaccato di vita reale, nel quale possa identificarsi e attraverso il quale, un po’ come ha fatto lui durante la stesura del libro, possa riuscire ad esorcizzare almeno in parte i suoi timori più profondi. E che ruolo hanno gli animali, direte voi? Sono metafore, sono catalizzatori, sono spunti che pervadono la raccolta e le donano linfa vitale.

Per me, una lettura imprescindibile.

9.On writing di Stephen King

Se, come me, amate scrivere e sperate di trasformare la vostra passione in un mestiere, questo è un libro che dovete assolutamente leggere. Il Re del brivido per eccellenza ci fa dono di fondamentali consigli sulla scrittura, sulla costruzione dei personaggi e sul modo migliore per sviluppare una storia, legandoli a doppio filo al racconto della sua vita di scrittore (ma non solo) e delle sue molteplici esperienze come narratore.

10.La vegetariana dii Han Kang

Non ho ancora finito di leggerlo, ma so già che rientra di diritto nella top ten di quest’anno.

Se pensate di trovarvi di fronte ad un libro che affronti la tematica del vegetarianesimo e/o della dieta vegetariana, siete decisamente sulla strada sbagliata. La protagonista decide, sì,  di diventare vegetariana, ma non lo fa per motivi socio-politici o etici; la sua scelta è, infatti, indotta da un sogno, la cui natura non ci verrà mai svelata se non per accenni o immagini abbastanza confusi. È chiaro che la sua decisione non è altro che una metafora, e che la scelta di tralasciare del tutti il suo punto di vista lasciando che siano gli altri (il marito,il cognato, la sorella) a raccontare la sua storia non sia altro che un modo di rafforzare questa metafora. Qual è la metafora? Dovrete aspettare la mia recensione completa per scoprirlo!
Spero di avervi incuriositi e di avervi dato qualche utile spunto per le prossime letture 😉 Fatemi sapere qual è la vostra top ten!

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Romanzi

Nudi e crudi 

nudi e crudi
“Nudi e crudi”, edito da Adelphi.

Immaginate che, una sera come tante, vi venga voglia di uscire e di passare qualche ora a teatro o al cinema. Immaginate di indossare dei bei vestiti, di assicurarvi che ogni finestra sia ben chiusa, di far girare più volte la chiave nella toppa della porta d’ingresso e di allontanarvi da casa vostra convinti di averla resa impenetrabile, pronti a godervi lo spettacolo che vi attende. Immaginate, infine, che al vostro ritorno ogni singolo oggetto che possedete sia inspiegabilmente scomparso senza lasciare alcuna traccia.

Questo è esattamente ciò che accade ai coniugi Ransome, protagonisti di Nudi e crudi, romanzo breve di Alan Bennett edito da Adelphi nel 2001. Maurice e Rosemary Ransome, membri dell’alta borghesia londinese, decidono infatti di recarsi a teatro per assistere ad una rappresentazione di Così fan tutte – ribattezzato “Il Così” da Mrs Ransome – assecondando la smodata passione di Mr Ransome per le opere di Mozart.

Mr Ransome ci sguazzava in Mozart, ci si tuffava. Dal piccolo viennese si lasciava ripulire dalle sozzure che aveva dovuto sopportare tutto il giorno al lavoro

Al loro ritorno, tuttavia, i Ransome si trovano di fronte ad uno scenario completamente inaspettato e sconvolgente: la loro bellissima casa, arredata con invidiabile gusto ed arricchita dai mobili di pregio e dai costosi impianti tecnologici che caratterizzano le abitazioni di qualsiasi coppia appartenente alla upper middle class  londinese, adesso è completamente vuota. I ladri hanno portato via ogni cosa, non risparmiando neppure la moquette, lo sformato che Mrs Ransome aveva lasciato dentro al forno o, come Mr Ransome scoprirà presto a sue spese, la carta igienica.

Casa Ransome era stata svaligiata. «Rapinata» disse Mrs Ransome. «Svaligiata» la corresse il marito. Le rapine si fanno in banca; una casa si svaligia. Mr Ransome era avvocato e riteneva che le parole avessero la loro importanza

Il pragmatico e glaciale Mr Ransome si reca immediatamente a cercare un telefono pubblico che gli consenta di avvisare la polizia del furto subìto. Naturalmente, i poliziotti che svogliatamente rispondono alla sua chiamata notturna, non faranno la loro comparsa prima di qualche ora, valutando sommariamente la situazione e suscitando l’irritazione di Maurice con la loro richiesta di un tè caldo e con la loro incapacità di rendersi conto della gravità della situazione. I coniugi Ransome, fino a ventiquattro ore prima orgogliosi proprietari di una casa lussuosa e ricca di ogni comfort, si ritrovano improvvisamente ad essere ‘nudi e crudi’, a possedere soltanto se stessi ed una serie di echeggianti locali vuoti, da ammobiliare alla meno peggio in attesa dell’evoluzione delle indagini.

La perdita di tutti gli oggetti che amavano ed ai quali erano inevitabilmente connessi ricordi ed emozioni, scatenerà reazioni ben diverse nei due coniugi. Mentre, infatti, Maurice si ostinerà a conservare le sue consolidate abitudini e quella punta di snobismo tipicamente borghese che da sempre lo avevano caratterizzato, preoccupandosi unicamente del prezioso impianto stereo che gli è stato sottratto e del nuovo impianto stereo che ha in mente di acquistare, sua moglie vivrà l’improvvisa necessità di ricominciare da zero come una nuova opportunità, come un modo per scoprire cose che fino a quel momento le erano rimaste oscure e per aprirsi a nuove esperienze. Per una donna che ha sempre e solo interpretato il ruolo della casalinga e della moglie condiscendente e remissiva, persino la decisione di far colazione da sola in un piccolo bar poco chic o quella di entrare in un negozio di alimentari gestito da indiani ed uscirne con sacchetti pieni di pietanze insolite ed oggetti di bigiotteria, rappresenta una vera e propria rivoluzione. Pur non avendo il sostegno del marito, Rosemary è decisa a rifarsi degli anni perduti, ad approfittare del dramma che sta vivendo per modificare la sua ormai logorante routine, per conoscere qualcosa di nuovo, per arredare la sua casa con uno stile più essenziale, rinunciando a tutti quegli oggetti, di valore certo, ma freddi ed impersonali, che fino a quel momento l’hanno in qualche modo trattenuta dall’oltrepassare il confine tra il mantenimento del decoro richiesto dall’appartenenza al suo ceto sociale e l’esigenza di dare una svolta alla propria vita. Inoltre, quando Mr Ransome scopre  la loro assicurazione copre il noleggio di un televisore, Rosemary, che non aveva mai avuto voglia di guardare un programma televisivo durante il giorno, comincia per puro caso a seguire alcuni talk show che, nonostante il loro basso profilo culturale, le aprono paradossalmente gli occhi sulla sua relazione col marito, da sempre basata sulle apparenze, sulle consuetudini, sui ritmi ormai perfezionati di una vita ‘condivisa’ per trentadue anni. Non c’è alcuna passione tra loro che, ormai da troppo tempo, vivono la loro relazione senza neanche sfiorarsi, tanto che il semplice gesto con cui Mrs Ransome appoggia istintivamente la testa sulle gambe del marito mentre entrambi aspettano la polizia seduti sul pavimento, risulterà insolito e strano per  Maurice, che lo accetterà solo perché pensa che Rosemary ne abbia bisogno in quel momento.

Il furto degli oggetti che affollavano la dimora dei Ransome, ben lungi dal renderli più poveri sul piano economico, svelerà invece la loro enorme povertà emozionale e sentimentale, la loro incapacità di vivere appieno un rapporto fatto di tabù, di parole non dette, di contatti mancati tra un uomo che rinnega la sua passionalità perché “non sta bene” e una donna che non si era neanche resa conto di desiderare amore e attenzione finché non ha iniziato ad uscire, ad incontrare altre persone, ad invidiare le coppie giovani ed innamorate. Per lei, una donna ormai sulla sessantina che ha scoperto il linguaggio dell’amore e della sessualità troppo tardi e soltanto per merito del mezzo televisivo, forse è ormai troppo tardi per recuperare quello che lei e Maurice non hanno mai avuto, le carezze mancate, le risate, le lunghe chiacchierate. 
Con la consueta ironia e facendo ricorso allo humour tipicamente inglese di cui è un maestro indiscusso, Alan Bennett ha saputo costruire, in appena novanta pagine, una storia perfetta per una rappresentazione teatrale, ricca di battute che vi strapperanno una risata e di descrizioni che vi faranno sorridere teneramente per la gioia quasi infantile provata da Mrs Ransome di fronte alle sue piccole conquiste quotidiane. Arrivati alla fine, tuttavia, avvertirete in modo chiaro il fatto che, dietro la finzione letteraria, si nasconda il retrogusto amaro della realtà, una realtà fatta di vite non vissute, di solitudine e di desideri rinnegati in nome del mantenimento delle apparenze.

Consiglio vivamente questo libro a chiunque si chieda se sia giusto o meno fare una scelta di vita radicale, a chi ama il teatro e a chi abbia voglia di trascorrere un paio d’ore spensierate, ma non troppo, perché inevitabilmente Nudi e crudi vi porterà a riflettere e a chiedervi “Ed io? Sono felice o mi sto accontentando di una serenità fittizia?”.

Romanzi

La sovrana lettrice 

copertina la sovrana lettrice
“La sovrana lettrice”, edito da Adelphi.

​L’immagine che tutti noi abbiamo della regina Elisabetta II è quella di un’anziana donna autorevole, compassata, sempre ben vestita, totalmente ligia ai doveri derivanti dal suo delicato ruolo istituzionale, perfettamente fedele ai dettami imposti dall’etichetta e costantemente misurata nei gesti e nelle parole. Il microcosmo che gravita  attorno alle mura di Buckingham Palace, fatto di valletti, ricevimenti, incontri con eminenti ospiti locali o stranieri e summit politici, sembra imporre alla regina un contegno impeccabile ed un totale self control che, in più di un’occasione, le è tornato utile per sedare ed alleggerire la costante pressione mediatica cui lei e gli altri membri della famiglia reale sono sottoposti da decenni. Ma cosa succederebbe se Elisabetta II, per un caso del tutto fortuito, scoprisse che oltre i cancelli del palazzo c’è molto di più? Cosa accadrebbe se scoprisse di essersi persa un intero universo di sensazioni ed emozioni, pur avendo vissuto una vita piena e, per molti versi, straordinaria?

Queste sono le domande cui Alan Bennett prova a dare risposta con il suo La sovrana lettrice (Adelphi, 2007), nel quale l’autore immagina che un giorno la regina, durante la ricerca dei suoi cagnolini che scorrazzano indisciplinati nei cortili del palazzo reale, si imbatta inaspettatamente in un furgone simile a quelli usati per i traslochi, e che scopra con autentico stupore che il pesante automezzo altro non è se non una biblioteca. La biblioteca circolante del distretto di Westminster, come verrà a sapere di lì a poco, fa tappa a Buckingham Palace ogni mercoledì e il signor Hutchings, il suo bibliotecario-conducente, parcheggia puntualmente davanti alle cucine, sia per evitare di dar troppo nell’occhio, sia perché l’unico frequentatore abituale è Norman, un ragazzo dai capelli rossi che in quelle cucine lavora e che, avendo un aspetto non troppo avvenente, non può certamente ambire a far carriera come valletto. La sovrana, dall’alto della sua inattaccabile fedeltà alle norme stabilite dal galateo, non può impedirsi di salire i gradini ed entrare nel furgone stipato di libri, se non altro per scusarsi per il baccano provocato dai cani che non la smettono di abbaiare, lasciando tanto l’autista quanto Norman del tutto sbigottiti nel vederla comparire sulla soglia. La stessa cortesia che le ha imposto di salire a bordo, impone ad Elisabetta II di rispettare quel luogo e di prendere in prestito un libro, chiedendo consiglio al bibliotecario. Il signor Hutchings, questo il nome dell’uomo, le chiede gentilmente cosa le piaccia, per poterla indirizzare verso un volume che incontri i suoi gusti, ma la regina si rende conto di non saper rispondere, di non averci mai pensato veramente. Aveva sempre considerato la lettura come un hobby, e lei non aveva mai avuto tempo per questo genere di cose.

“No, gli hobby implicavano predilezione, e le predilezioni andavano evitate. Prediligere significava anche escludere, quindi lei non prediligeva. Il suo mandato le richiedeva di manifestare interesse, non di provarlo. Inoltre, leggere non era agire e lei era una donna d’azione”

Ciononostante, andarsene a mani vuote sarebbe inconcepibilmente scortese e darebbe al signor Hutchings l’impressione che voglia snobbare il suo lavoro e il suo catalogo, per cui la regina perlustra gli scaffali alla ricerca di un nome noto, individuando un romanzo di Ivy Compton-Burnett, che troverà noioso al limite dell’insopportabile. La settimana successiva, mentre si reca di nuovo alla biblioteca per restituire il libro, Elisabetta è quasi certa di non volerne prendere in prestito un altro, finché l’occhio non le cade su un romanzo di Nancy Mitford, “Inseguendo l’amore”, che la coinvolgerà a tal punto da scatenare in lei un’incontenibile passione per la lettura. L’irreprensibile sovrana, che mai avrebbe trascurato un impegno istituzionale o fatto tardi ad un appuntamento, comincia così a dedicare ogni momento della sua giornata alla lettura e a domandare a chiunque incontri se e cosa sta leggendo, suscitando l’irritazione della corte, dei politici e dei valletti, scontentati soprattutto dall’inarrestabile ascesa sociale compiuta da Norman, diventato prima consigliere personale della regina in ambito letterario, poi factotum ed infine valletto a sua volta, pur non possedendo il giusto physique du role. Sarà la generalizzata ostilità suscitata dal suo nuovo amore per i libri a far sì che la regina impari addirittura ad attrezzarsi per una lettura clandestina, arrivando persino a prediligere i tascabili, che più facilmente trovano spazio nelle tasche degli abiti.

Il mondo dei libri, un mondo fino ad allora quasi del tutto sconosciuto ad Elisabetta e da lei lungamente ignorato, si rivela finalmente in tutta la sua magnificenza, portando gradualmente alla luce emozioni rimaste silenti per troppo tempo e consapevolezze che porteranno la regal lettrice a sviluppare un pensiero sempre più critico nei confronti della realtà e del contesto fatto di regole, convenzioni e gerarchie entro il quale è stata abituata a vivere.

“L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. […] I libri non sono per nulla ossequiosi”

Il potere della lettura è innegabile. Grazie alle parole, i libri scavano dentro di noi, nella nostra mente e nella nostra anima, ponendoci di fronte ad aspetti della nostra personalità che avevamo sepolto e dimenticato o trasformando il nostro modo di vedere, liberando i nostri occhi da quella patina di conformismo che spesso li oscura. Un potere così grande, com’è ovvio, fa paura. Fa paura una regina che prende consapevolezza della vastità del mondo e della quantità di esperienze che si è persa e non potrà mai più recuperare, fa paura una regina che sviluppa empatia, interesse verso il prossimo, curiosità verso ciò che la circonda, fa paura il fatto che la lettura possa assorbire un sovrano al punto da distrarlo dagli impegni di governo. La paura porta i membri della corte a stigmatizzare la lettura, arrivando addirittura a giocare dei brutti scherzi ad Elisabetta, nella speranza di dissuaderla dal leggere, ma una paura di tipo molto diverso germoglia nel cuore della regina stessa, la paura di aver smarrito se stessa.

“Dovendo rispondere alla domanda se la lettura le avesse arricchito la vita, avrebbe risposto di sì, salvo aggiungere con altrettanta certezza che l’aveva anche vuotata di qualsiasi scopo. In passato era stata una donna risoluta che conosceva i suoi doveri e intendeva compierli fin quando possibile […] Leggere non era agire, quello era il problema. Anche a ottant’anni, lei era una donna d’azione”

E quale potrebbe essere il miglior compromesso tra il leggere e l’agire? Quale potrebbe essere l’attività che riesca a coniugare le due cose in un connubio perfetto? La scrittura, naturalmente. Si comincia con degli appunti a margine di un testo, piccoli frammenti di pensieri sparsi scarabocchiati su carta, per arrivare…dove arriverà la nostra sovrana lettrice?

Ho trovato questo libro veramente delizioso, un piccolo gioiello di appena 95 pagine infarcito di ironia e di un meraviglioso humour inglese che mi hanno fatto amare la scrittura di Alan Bennett benché, lo ammetto, mi fossi imbattuta in questo romanzo del tutto casualmente e non conoscessi affatto il suo autore. Il ritratto della regina che vien fuori dal racconto di Bennett è quello di una donna intelligente, spigliata, interessata a ciò che non conosce, divertente e capace di andare oltre i ristretti orizzonti entro i quali la sua corte vorrebbe rinchiuderla. Veramente adorabili sono i suoi tentativi di fare conversazione parlando di libri con dignitari e ministri palesemente imbarazzati, così come esilaranti sono i suoi battibecchi in carrozza col marito Filippo. La lettura di questo breve romanzo si porta via un paio di piacevolissime ore, strappando al lettore più di qualche risata e risultando quasi un inno alla bellezza dei libri, irresistibili richiami per il lettore appassionato che, come tutti noi ben sappiamo, vorrebbe avere a disposizione delle  giornate di 48 ore per poter leggere di più.

“Stava anche scoprendo che un libro tira l’altro; ovunque si voltava si aprivano nuove porte e le giornate erano sempre troppo corte per leggere quanto avrebbe voluto”

Sarei curiosa di sapere se la regina sia a conoscenza dell’esistenza di questo breve romanzo e se l’abbia mai letto perché sono certa che, se anche possedesse solo la metà dell’ironia e dell’intelletto del suo alter ego letterario, lo amerebbe anche lei. Consigliatissimo!