Non fiction, Recensioni

Lasciami andare, madre

Se qualcuno oggi mi chiedesse “Quale libro letto di recente farai fatica a dimenticare?”, la mia risposta sarebbe senza dubbio “Lasciami andare, madre” di Helga Schneider, edito da Adelphi nel 2001.

Racconto autobiografico, confessione, testimonianza. Lasciami andare, madre è tutto questo e molto di più. La Schneider, che ha dedicato la sua vita e la sua intera opera a ripercorrere gli eventi salienti della Seconda guerra mondiale e della Shoah, da lei vissute e osservate con lo sguardo della bambina che era all’epoca, affronta qui il più grande e il più temibile dei suoi fantasmi: sua madre. Una madre che ormai da mezzo secolo Helga non sente più come tale, una madre che non riesce a chiamare “mutti” (mamma) perché mamma non è mai stata, una madre che l’ha abbandonata senza rimorsi né rimpianti quando aveva solo quattro anni, nel 1941.

Cover di
“Lasciami andare, madre”, edito da Adelphi.

Più ancora dell’abbandono, a far male è la motivazione che ha spinto questa donna a lasciare i suoi due bambini per non fare mai più ritorno: il suo führer aveva bisogno di lei, più di quanto ne avessero i suoi figli. Nessuna debolezza era concessa alle donne che si mettevano al servizio di Himmler e decidevano di diventare guardie carcerarie ad Auschwitz-Birkenau. Solo le più rigide, le più dure, le più coriacee riuscivano a far carriera, e la madre di Helga era determinata a brillare. Tanta fierezza, nessuna pietà, nessun ripensamento.

Helga aveva già rivisto sua madre una volta, nel 1971, a trent’anni dal loro ultimo incontro, e aveva sperato di trovarsi davanti una donna diversa, forse pentita, sicuramente felice di conoscere il suo nipotino. La realtà, però, aveva fatto a pezzi le sue fantasie, ponendole di fronte una statua di ghiaccio, che aveva provato a riempirle le mani di oggetti in oro, certamente strappati ai deportati di Auschwitz prima di mandarli alle camere a gas, e aveva esibito con orgoglio la vecchia e consunta divisa delle SS, prezioso cimelio di un tempo ormai perduto. Sconvolta da tanta freddezza, Helga aveva deciso di non rivederla mai più. Eppure quando, nel 1998, un’amica di sua madre le telefona per dirle che la donna è ormai più che novantenne e preda di una demenza senile galoppante, Helga, che ormai vive in Italia da tempo e che in italiano scrive i suoi libri, prende un aereo per Vienna e parte verso la casa di riposo dove è ricoverata quella che per lei è un’estranea e che, al contempo, sente come sangue del suo sangue.

Oggi ti rivedo madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?                                     Rispetto? Solo per la tua veneranda età – ma per nient’altro. E poi?                         Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.”

Helga intraprende così un difficilissimo percorso di conoscenza, spinta da un’incontrollabile voglia di sapere, di capire, di domandare. A una madre che alterna momenti di lucidità a momenti di senile confusione la Schneider pone interrogativi che sempre di più scavano dentro di lei una voragine e la obbligano a chiedersi se sia possibile perdonare una madre che, senza mai dare il minimo segno di cedimento o tentennamento, ha contribuito in modo così massiccio allo sterminio di milioni di ebrei innocenti. Quali sentimenti è legittimo provare nei confronti di chi ha rifiutato il suo ruolo di genitore e i suoi stessi bambini in nome di ideali biechi e scellerati? Come approcciarsi a una donna che ha compiuto azioni quasi innominabili e che, a distanza di più di cinquant’anni, continua a difenderne la legittimità?

Volevo giurare! Volevo essere accettata come membro delle SS, lo volevo più di ogni altra cosa”.                                                                                                                       “Era più importante della tua famiglia?”.    

Annuisce. “Sì, ma tu non puoi capire. Nessuno può capire oggi…”

E se anche fosse possibile perdonare le colpe personali di un singolo individuo che ha agito mosso da folli e crudeli ideologie di massa, sarebbe possibile dimenticare le colpe storiche e umane di cui si è macchiato?

Quel pensiero mi insinuò un dubbio: non avevo mancato anch’io nel mio ruolo di figlia? Non sarebbe stato mio dovere comprendere, perdonare? Repressi uno strano impulso a coricarmi nel letto di mia madre. Le avevo forse perdonato?                               Con mia grande meraviglia, la risposta fu: sì. Le avevo perdonato il male che aveva fatto a noi, a suo marito, ai suoi figli… Ma quanto alle altre colpe dei cui si era macchiata, il diritto alla condanna o al perdono apparteneva esclusivamente alle sue vittime.

Un confronto, durato un paio d’ore, tra una madre e una figlia divise dalla storia ma ancora unite da un atavico legame “animale”, diviene lo spunto da cui partire per porci domande che investono le sfere della memoria storica e dell’etica personale.

Questo libro è un pugno nello stomaco, un doloroso promemoria dei tanti orrori perpetrati dai soldati e dalle guardie di Himmler ai danni di uomini, donne e bambini colpevoli solo di appartenere alla “razza” sbagliata. Questi orrori la Schneider ce li fa rivivere attraverso le parole di sua madre, che li racconta come vittorie suscitando in noi quello che sentiamo essere solo il pallido spettro di quello sdegno, del disgusto e della sofferenza che la stessa Helga deve aver provato nell’ascoltarla. Paradossalmente, immaginare la voce di una gracile vecchietta che racconta, senza colpo ferire, di aver torturato, derubato e ucciso delle persone, ci fa percepire in modo ancora più atroce l’assurdità di ciò che è stato. Ancora una volta, la “banalità del male” si manifesta in tutta la sua violenza.

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Romanzi

La sovrana lettrice 

copertina la sovrana lettrice
“La sovrana lettrice”, edito da Adelphi.

​L’immagine che tutti noi abbiamo della regina Elisabetta II è quella di un’anziana donna autorevole, compassata, sempre ben vestita, totalmente ligia ai doveri derivanti dal suo delicato ruolo istituzionale, perfettamente fedele ai dettami imposti dall’etichetta e costantemente misurata nei gesti e nelle parole. Il microcosmo che gravita  attorno alle mura di Buckingham Palace, fatto di valletti, ricevimenti, incontri con eminenti ospiti locali o stranieri e summit politici, sembra imporre alla regina un contegno impeccabile ed un totale self control che, in più di un’occasione, le è tornato utile per sedare ed alleggerire la costante pressione mediatica cui lei e gli altri membri della famiglia reale sono sottoposti da decenni. Ma cosa succederebbe se Elisabetta II, per un caso del tutto fortuito, scoprisse che oltre i cancelli del palazzo c’è molto di più? Cosa accadrebbe se scoprisse di essersi persa un intero universo di sensazioni ed emozioni, pur avendo vissuto una vita piena e, per molti versi, straordinaria?

Queste sono le domande cui Alan Bennett prova a dare risposta con il suo La sovrana lettrice (Adelphi, 2007), nel quale l’autore immagina che un giorno la regina, durante la ricerca dei suoi cagnolini che scorrazzano indisciplinati nei cortili del palazzo reale, si imbatta inaspettatamente in un furgone simile a quelli usati per i traslochi, e che scopra con autentico stupore che il pesante automezzo altro non è se non una biblioteca. La biblioteca circolante del distretto di Westminster, come verrà a sapere di lì a poco, fa tappa a Buckingham Palace ogni mercoledì e il signor Hutchings, il suo bibliotecario-conducente, parcheggia puntualmente davanti alle cucine, sia per evitare di dar troppo nell’occhio, sia perché l’unico frequentatore abituale è Norman, un ragazzo dai capelli rossi che in quelle cucine lavora e che, avendo un aspetto non troppo avvenente, non può certamente ambire a far carriera come valletto. La sovrana, dall’alto della sua inattaccabile fedeltà alle norme stabilite dal galateo, non può impedirsi di salire i gradini ed entrare nel furgone stipato di libri, se non altro per scusarsi per il baccano provocato dai cani che non la smettono di abbaiare, lasciando tanto l’autista quanto Norman del tutto sbigottiti nel vederla comparire sulla soglia. La stessa cortesia che le ha imposto di salire a bordo, impone ad Elisabetta II di rispettare quel luogo e di prendere in prestito un libro, chiedendo consiglio al bibliotecario. Il signor Hutchings, questo il nome dell’uomo, le chiede gentilmente cosa le piaccia, per poterla indirizzare verso un volume che incontri i suoi gusti, ma la regina si rende conto di non saper rispondere, di non averci mai pensato veramente. Aveva sempre considerato la lettura come un hobby, e lei non aveva mai avuto tempo per questo genere di cose.

“No, gli hobby implicavano predilezione, e le predilezioni andavano evitate. Prediligere significava anche escludere, quindi lei non prediligeva. Il suo mandato le richiedeva di manifestare interesse, non di provarlo. Inoltre, leggere non era agire e lei era una donna d’azione”

Ciononostante, andarsene a mani vuote sarebbe inconcepibilmente scortese e darebbe al signor Hutchings l’impressione che voglia snobbare il suo lavoro e il suo catalogo, per cui la regina perlustra gli scaffali alla ricerca di un nome noto, individuando un romanzo di Ivy Compton-Burnett, che troverà noioso al limite dell’insopportabile. La settimana successiva, mentre si reca di nuovo alla biblioteca per restituire il libro, Elisabetta è quasi certa di non volerne prendere in prestito un altro, finché l’occhio non le cade su un romanzo di Nancy Mitford, “Inseguendo l’amore”, che la coinvolgerà a tal punto da scatenare in lei un’incontenibile passione per la lettura. L’irreprensibile sovrana, che mai avrebbe trascurato un impegno istituzionale o fatto tardi ad un appuntamento, comincia così a dedicare ogni momento della sua giornata alla lettura e a domandare a chiunque incontri se e cosa sta leggendo, suscitando l’irritazione della corte, dei politici e dei valletti, scontentati soprattutto dall’inarrestabile ascesa sociale compiuta da Norman, diventato prima consigliere personale della regina in ambito letterario, poi factotum ed infine valletto a sua volta, pur non possedendo il giusto physique du role. Sarà la generalizzata ostilità suscitata dal suo nuovo amore per i libri a far sì che la regina impari addirittura ad attrezzarsi per una lettura clandestina, arrivando persino a prediligere i tascabili, che più facilmente trovano spazio nelle tasche degli abiti.

Il mondo dei libri, un mondo fino ad allora quasi del tutto sconosciuto ad Elisabetta e da lei lungamente ignorato, si rivela finalmente in tutta la sua magnificenza, portando gradualmente alla luce emozioni rimaste silenti per troppo tempo e consapevolezze che porteranno la regal lettrice a sviluppare un pensiero sempre più critico nei confronti della realtà e del contesto fatto di regole, convenzioni e gerarchie entro il quale è stata abituata a vivere.

“L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. […] I libri non sono per nulla ossequiosi”

Il potere della lettura è innegabile. Grazie alle parole, i libri scavano dentro di noi, nella nostra mente e nella nostra anima, ponendoci di fronte ad aspetti della nostra personalità che avevamo sepolto e dimenticato o trasformando il nostro modo di vedere, liberando i nostri occhi da quella patina di conformismo che spesso li oscura. Un potere così grande, com’è ovvio, fa paura. Fa paura una regina che prende consapevolezza della vastità del mondo e della quantità di esperienze che si è persa e non potrà mai più recuperare, fa paura una regina che sviluppa empatia, interesse verso il prossimo, curiosità verso ciò che la circonda, fa paura il fatto che la lettura possa assorbire un sovrano al punto da distrarlo dagli impegni di governo. La paura porta i membri della corte a stigmatizzare la lettura, arrivando addirittura a giocare dei brutti scherzi ad Elisabetta, nella speranza di dissuaderla dal leggere, ma una paura di tipo molto diverso germoglia nel cuore della regina stessa, la paura di aver smarrito se stessa.

“Dovendo rispondere alla domanda se la lettura le avesse arricchito la vita, avrebbe risposto di sì, salvo aggiungere con altrettanta certezza che l’aveva anche vuotata di qualsiasi scopo. In passato era stata una donna risoluta che conosceva i suoi doveri e intendeva compierli fin quando possibile […] Leggere non era agire, quello era il problema. Anche a ottant’anni, lei era una donna d’azione”

E quale potrebbe essere il miglior compromesso tra il leggere e l’agire? Quale potrebbe essere l’attività che riesca a coniugare le due cose in un connubio perfetto? La scrittura, naturalmente. Si comincia con degli appunti a margine di un testo, piccoli frammenti di pensieri sparsi scarabocchiati su carta, per arrivare…dove arriverà la nostra sovrana lettrice?

Ho trovato questo libro veramente delizioso, un piccolo gioiello di appena 95 pagine infarcito di ironia e di un meraviglioso humour inglese che mi hanno fatto amare la scrittura di Alan Bennett benché, lo ammetto, mi fossi imbattuta in questo romanzo del tutto casualmente e non conoscessi affatto il suo autore. Il ritratto della regina che vien fuori dal racconto di Bennett è quello di una donna intelligente, spigliata, interessata a ciò che non conosce, divertente e capace di andare oltre i ristretti orizzonti entro i quali la sua corte vorrebbe rinchiuderla. Veramente adorabili sono i suoi tentativi di fare conversazione parlando di libri con dignitari e ministri palesemente imbarazzati, così come esilaranti sono i suoi battibecchi in carrozza col marito Filippo. La lettura di questo breve romanzo si porta via un paio di piacevolissime ore, strappando al lettore più di qualche risata e risultando quasi un inno alla bellezza dei libri, irresistibili richiami per il lettore appassionato che, come tutti noi ben sappiamo, vorrebbe avere a disposizione delle  giornate di 48 ore per poter leggere di più.

“Stava anche scoprendo che un libro tira l’altro; ovunque si voltava si aprivano nuove porte e le giornate erano sempre troppo corte per leggere quanto avrebbe voluto”

Sarei curiosa di sapere se la regina sia a conoscenza dell’esistenza di questo breve romanzo e se l’abbia mai letto perché sono certa che, se anche possedesse solo la metà dell’ironia e dell’intelletto del suo alter ego letterario, lo amerebbe anche lei. Consigliatissimo!