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Mio fratello rincorre i dinosauri

Questa non sarà una vera e propria recensione, perché credo che alcuni libri non possano essere recensiti. Quando un romanzo riesce a farti sorridere, a commuoverti e a farti riflettere al tempo stesso, tutto ciò che puoi fare è cercare di metabolizzare le emozioni che ti ha lasciato e provare a raccontarle.

Il libro di cui sto parlando è “Mio fratello rincorre i dinosauri” (Einaudi, 2016) di Giacomo Mazzariol. Ammetto che, all’inizio, mi sono approcciata a questo romanzo con un po’ di scetticismo, temendo che il giovanissimo autore (appena diciannovenne) stesse tentando di lucrare sulla propria storia personale e, al contempo, che il suo stile ricalcasse quello di certa pessima letteratura contemporanea. Mi è bastato leggere qualche capitolo, però, per ricredermi del tutto.

Mio fratello rincorre i dinosauri “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol

La trama ruota attorno alla famiglia di Mazzariol, una famiglia composta dai suoi genitori, le sue due sorelle e da Giò, suo fratello, un fratello molto speciale.

Giacomo aveva cinque anni quando i suoi genitori gli annunciarono di aspettare un altro bambino, e la sua reazione era stata a dir poco entusiastica. Finalmente il numero di uomini in famiglia avrebbe pareggiato quello delle donne, finalmente lui avrebbe avuto un fratellino a cui insegnare ad andare in bicicletta, ad arrampicarsi sugli alberi e, perché no, a corteggiare le ragazze.

Quando, qualche settimana più tardi, i suoi genitori gli dissero che il bambino sarebbe stato “speciale”, la sua fervida immaginazione lo portò a fantasticare sull’arrivo di un supereroe, veloce e agile come un ghepardo. Un bimbo con i super poteri meritava un nome altisonante, un nome importante, un nome come “Giovanni”. E fu proprio Giacomo a scegliere il nome per il nascituro, e a comprare per lui un peluche a forma di ghepardo prima ancora che nascesse.

Alla nascita di Giò, però, il bambino che Giacomo si trovò davanti non era esattamente quello che aveva immaginato: aveva grandi occhi dal taglio orientale, una bocca larga larga, la testa piatta e degli strani piedini.

Col passare del tempo, a Giacomo divenne subito chiaro che suo fratello era “speciale”, ma non nel senso che lui aveva creduto di poter dare a questo termine. Giò era molto lento, aveva difficoltà a camminare e parlare, non si poteva certo dire che avesse un in’intelligenza fuori del comune e, questo era poco ma sicuro, non avrebbe mai potuto scalare un albero o salire su una bicicletta, né tantomeno pensare alle ragazze.

Ben presto, Giacomo scoprì che suo fratello non era l’unico ad avere quei problemi, e che l’insieme delle sue stranezze aveva un nome, un nome che conteneva una parola straniera: sindrome di Down.

Insomma mi capitava spesso di prendere in mano uno dei libri che mamma lasciava in giro, giusto per balbettarne il titolo, passare un dito sulla carta, o a volte annusarne l’odore. Per questo motivo mi accorsi di quello (…) Lessi l’autore, uno straniero, e il titolo, che conteneva anch’esso una parola straniera, e che quella parola era straniera lo sapevo perché c’era la lettera w (…) La parola era Down (…) Prima di quella c’era la parola sindrome. Non sapevo cosa volesse dire sindrome, non sapevo cosa volesse dire Down. Lo aprii e, come accade quando ci sono delle pagine più spesse, il libro si spalancò su una fotografia. Sgranai gli occhi. E’ Giovanni, pensai.  

Se durante l’infanzia la malattia di Giò era stata una continua scoperta e una fonte di preoccupazione, durante l’adolescenza Giacomo aveva cominciato a vergognarsi di quel fratellino così anomalo, aveva iniziato a parlare della sua famiglia omettendo il nome di Giò e a comportarsi come se, oltre a lui, i suoi genitori avessero avuto soltanto altre due bambine.

Nonostante i sensi di colpa che lo attanagliavano, Giacomo non riusciva a parlare ai suoi amici di Giò per timore di perderli, per paura di diventare un emarginato. Le parole di sua madre, che lo esortava a vivere l’amore come una scelta, a scegliere ogni giorno di amare Giò con tutti i suoi problemi, continuavano a risuonargli nella testa, ma l’adolescenza è un’età difficile e sarebbero passati anni prima che Giacomo riuscisse non solo ad accettare Giò, ma anche a capire quale straordinaria ricchezza rappresentasse l’avere accanto un fratello come lui.

Il romanzo nasce proprio dalla maturazione di Mazzariol, dalla voglia o forse dall’esigenza di raccontare al mondo che il suo iniziale rifiuto verso il fratellino è stato umano, ma stupido, perché non c’è niente di più bello che condividere le giornate con un tornado di spontaneità, amore, ingenuità e tenerezza, con un tornado di nome Giò, che a volte complica le cose, ma che ha un sorriso irresistibile, un sorriso che va da un orecchio all’altro.

Giacomo sa che i ragazzi affetti dalla sindrome di Down, purtroppo, presentano spesso altre patologie soprattutto cardiache, sa che non è detto che la loro vita sia lunga, sa che sicuramente non sarà normale e ha l’assoluta certezza di non volersi perdere nemmeno un istante degli anni che gli restano insieme a Giò.

Intanto c’era un sacco di vita davanti. Mia, sua, insieme. Soprattutto insieme. Andare in giro con Giovanni era la cosa che più mi rendeva felice, era come camminare con una giornata di sole in tasca. Non avevevo più paura del giudizio di nessuno e stavo imparando a non giudicare troppo in fretta

“Mio fratello rincorre i dinosauri” è in primis un romanzo d’amore. Non si parla di amore nel senso più comune del termine, certo, ma dal mio punto di vista il libro non è altro che una lunga e commovente dichiarazione d’amore che l’autore ha voluto dedicare alla sua famiglia e, naturalmente, al piccolo Giò, che oggi ha 13 anni.

Alla fine del romanzo (ve ne parlo perché è cosa risaputa e quindi non temo lo spoiler) è possibile leggere alcune delle pagine più toccanti dell’intero romanzo: si tratta dei capitoli in cui Mazzariol racconta la genesi di “The simple interview”, un corto da lui caricato su youtube nel 2015 per far felice Giò, e che inaspettatamente aveva raggiunto milioni di visualizzazioni nel giro di poche settimane, facendo sì che il “caso” Mazzariol facesse notizia e che a Giacomo venisse in mente l’idea di scrivere un libro. Bene, io ho commesso il fatale errore di guardare “The simple interview”in metropolitana, un attimo dopo aver finito di leggere il romanzo. Parlo di errore perché il video è semplicemente meraviglioso, e a stento sono riuscita a trattenere le lacrime; eppure, a un certo punto, mi sono resa conto che le emozioni che provavo erano in contrasto tra loro, perché avrei voluto piangere, ma continuavo a sorridere. Sorridevo perché Giacomo è riuscito a esaudire uno dei desideri del fratellino, montando un breve video in cui inscena un colloquio di lavoro (una delle tante esperienze che, forse, Giò non vivrà mai per davvero) e pone al fratello una serie di domande, alle quali danno risposta dei brevi spezzoni della vita quotidiana di Giò, dai quali si evincono immediatamente la genuinità della famiglia Mazzariol e, al contempo, la dolcezza di questo piccolo “ghepardo”, la sua allegria contagiosa, la sua energia, il suo essere “un sole in tasca”.

“Mio fratello rincorre i dinosauri” è una piccola perla, e non immaginate che si tratti di un libro triste, pesante, pervaso dal vittimismo e dall’autocommiserazione. Al contrario, passerete delle ore piacevolissime in compagnia di una stupenda famiglia tenuta insieme dall’amore e dall’accettazione, e scoprirete che gli argomenti affrontati sono tanti e che l’autore riesce a trattarli tutti con una schiettezza, un’ironia e una leggerezza che vi conquisteranno. Un plauso, infine, va al Mazzariol scrittore, perché il suo lessico, le sue scelte stilistiche e la sua consapevolezza narrativa mi hanno piacevolmente stupita e mi fanno pensare che abbia un grande futuro davanti a sé.

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Stranger things-edizioni estemporanee

Edizioni Estemporanee, casa editrice specializzata nella pubblicazione di saggi a tema serie tv, ha da poco pubblicato un volumetto dal titolo “Stranger things-Ricordi dal sottosopra” dedicato allo show campione di incassi di Netflix, approdato sugli schermi appena un paio di anni fa e già diventato un vero e proprio prodotto cult.

Cover
“Stranger things-Ricordi dal sottosopra”, Edizioni Estemporanee

Il libro, scritto da Simona Arizia, Valerio Di Paola e Giada Fioravanti ci racconta i segreti delle prime due stagioni della serie ideata da Matt e Ross Duffer.

Il saggio è diviso in capitoli, che affrontano diversi argomenti:

 “Non si esce vivi dagli anni Ottanta” è un’interessantissima disamina dei più significativi rimandi, cinematografici e letterari, percepibili dietro le scene e i personaggi della serie. Naturalmente, i riferimenti più rilevanti sono Steven Spielberg e l’indiscusso Re del brivido, Stephen King. 
 In “Chi ha paura del Demogorgon” gli autori indagano su quale sia il genere in cui è possibile inserire Stranger things (no, la risposta non è affatto scontata) e ragionano sul suo impianto narrativo.
 In “Qualcuno da portare al ballo” ci si sofferma sull’importanza del cast per la riuscita di una serie tv per poi passare ad analizzare nel dettaglio le caratteristiche di ciascuno dei personaggi di punta dello show, sottolineando i punti di forza che li hanno resi indimenticabili. Un posto di rilievo occupa, naturalmente, Eleven, straordinaria bambina dotata di poteri paranormali magistralmente interpretata dalla giovanissima Millie Bobby Brown.
 “Giustizia per Barb” prende spunto dalla frase (con relativo hashtag) che ha preso massicciamente piede online dopo la fine della prima stagione regalando una “seconda vita” a un personaggio in fondo del tutto marginale all’interno della serie. Gli autori, partendo da questo input, mettono in luce i cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nella fruizione dei prodotti televisivi. Il successo di uno show si decide sempre di più sul web, dove gli utenti commentano, condividono e addirittura creano nuovi prodotti multimediali (meme, video) con l’intento di sostenere determinati personaggi, dare corpo a teorie sugli sviluppi della trama e così via. Uno dei rischi di questa “transmedializzazione” è quello di veder sfumare i confini tra realtà e fantasia, identificando a tal punto il personaggio con l’attore che lo interpreta da non riuscire più a scindere le due cose. Un esempio di questo “problema” è l’enorme successo che ha travolto, e rischia di ingabbiare nei panni del suo personaggio, la tredicenne Millie Bobby Brown: i suoi 17 milioni di fan su Instagram sono davvero interessati alla sua vita o sperano di cogliere un riflesso del bagliore emanato da Eleven?

“Stranger things-Ricordi dal sottosopra è un saggio dettagliato e curato nei minimi dettagli, che può essere apprezzato tanto da chi abbia amato la serie alla follia, quanto da chi voglia documentarsi su uno dei fenomeni cult più “esplosivi” degli ultimi anni. Naturalmente, per sua natura il testo è pieno di spoiler, quindi ne raccomando la lettura solo a chi abbia già visto la serie, o sia interessato ad essa unicamente come fenomeno di costume e quindi non tema di scoprire qualcosa di troppo. Io, che ho amato la prima stagione e avrei voluto qualcosa di più dalla seconda, ho trovato la lettura di questo volumetto estremamente piacevole e ho apprezzato soprattutto la parte dedicata agli anni Ottanta, che mi ha aiutata a dare un nome e una connotazione precisa aquegli “echi”, soprattutto spielberghiani e kingiani, che avevo percepito sottotraccia e ai quali ho potuto dare un nome. Consigliatissimo.

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La figlia sconosciuta

Francesca ha trentacinque anni, un bel lavoro in una casa di moda milanese e una famiglia apparentemente felice formata da Luca, suo marito, e dai loro due adorabili bambini. La vita di questa bella ragazza dal viso d’angelo, però, è tutt’altro che perfetta: Francesca è infatti tormentata da un passato difficile segnato dall’assenza del padre, un pittore egoisticamente e crudelmente concentrato sulla sua arte, e dall’incapacità delle donne della sua famiglia di origine di esternare i propri sentimenti. La solitudine e la frustrazione che la protagonista si porta dentro sembrano ribollire sotto la superficie di un’esistenza organizzata nei minimi dettagli e ravvivata dall’arrivo di una promozione al lavoro e di un uomo, Matteo, che la fa sentire improvvisamente libera e disinibita. Le ferite più profonde, però, non si cancellano così facilmente, e la figura oscura e talvolta, almeno verbalmente, spietata del padre si fa sempre più ingombrante e opprimente.

Cover "La figlia sconosciuta"
“La figlia sconosciuta” di Sara Recordati

“La figlia sconosciuta” ci conduce dritti nel vortice dei pensieri di Francesca, che racconta la sua storia in prima persona alternando scene di comune vita quotidiana (problemi sul lavoro, difficoltà nella gestione dei figli, attimi di vita di coppia e così via) a flashback sul suo passato e sugli episodi che l’hanno portata a sviluppare una sensibilità particolarissima e una grande fragilità interiore. Per lei il periodo della prima infanzia, quel momento delicatissimo durante il quale il bambino ha un costante bisognoso di attenzioni e di approvazione, si è trasformato in un percorso a ostacoli che l’ha vista chiudersi sempre più in se stessa nel tentativo di non disturbare e non irritare quell’uomo che tendeva a scaricare tutte le sue frustrazioni su di lei e sul fratello e a trascurare la famiglia in nome di un’arte che loro rispettavano, certo, ma che erano troppo piccoli per capire. Crescendo, le insicurezze aumentano e Francesca si trincera dietro la cura dell’aspetto fisico, il lavoro e l’autolesionismo per proteggersi e impedirsi di andare in pezzi. Eppure in lei continuano a convivere e coesistere due donne diverse: una è Chicca, la moglie e mamma in carriera che cerca di far quadrare i conti di un’esistenza sospesa tra il desiderio di fare carriera e quello di prendersi cura dei figli; l’altra è Francy, una donna sensuale, una femme fatale dei giorni nostri che rincorre emozioni forti e l’adrenalina che scaturisce da tutto ciò che è proibito.

Il carattere e la psicologia di Francesca sono ben descritti, ed è facile per il lettore immedesimarsi in lei pur non avendo vissuto le sue stesse esperienze. Gli altri personaggi, pur facendo da sfondo narrativo rispetto alla centralità delle emozioni e delle riflessioni della protagonista, conservano una loro personalità e delle peculiarità che li rendono ben riconoscibili e credibili.
Un plauso allo stile dell’autrice che riesce a mantenersi piacevole e scorrevole tanto quando racconta episodi di vita banali, tanto quando invece si addentra nella trattazione di tematiche difficilissime quali la depressione o l’autolesionismo, e lo fa senza mai diventare didascalica o sconfinare nel patetico. Forse in alcune parti avrei preferito un po’ di sano “show, don’t tell”, ma in questo caso anche lo stile dal piglio decisamente descrittivo scelto dalla Recordati non annoia e, anzi, trascina il lettore.

“La depressione è quella cosa lì, informe, che ti agguanta giorno dopo giorno, a partire da quando sei troppo piccolo per rendertene conto. E non ti lascia vivere. Cioè, vivi ma non sei tu. Sei minuscolo e rannicchiato in un angolo, spaventato, osservi con stupore quell’altro che attraversa la tua vita.”

Accanto ad argomenti così complessi, la Recordati ne affronta anche altri di uguale importanza e di grande attualità nell’Italia di oggi. Mi riferisco, in particolare, alla condizione della donna nel contesto lavorativo, dove spesso una ragazza è costretta a scegliere tra il desiderio di maternità e la voglia di intraprendere una carriera che vada oltre le mura del suo ufficio. Francesca, non a caso, comincia la sua narrazione proprio esternando i timori relativi al reinserimento in azienda dopo la lunga assenza dovuta a una gravidanza che, naturalmente, le è stata fatta notevolmente pesare dai suoi datori di lavoro.

“Ma dentro di me penso alla fatica dei mesi passati. All’angoscia di non farcela. Alla paura di dover rinunciare a un lavoro che amo. Alle notti trascorse a piangere vicino al povero Luca che a malapena riusciva a consolarmi.”

Consiglio la lettura a chi ama i romanzi molto introspettivi, ma anche a chi non disprezza il romance e le storie che ruotano attorno a drammi familiari. Il finale vi lascerà decisamente a bocca aperta.

Anteprime, Recensioni, Romanzi

Il secondo ritorno

Lunedì scorso (il 12 novembre) ho avuto occasione di partecipare alla presentazione, organizzata appositamente per bookblogger e booktuber, del nuovo libro di Giuliano Gallini, “Il secondo ritorno” edito da Nutrimenti Edizioni. Quando la casa editrice mi ha contattata ho accettato l’invito con gioia, perché la trama del romanzo mi ha conquistata a prima lettura.

"Il secondo ritorno" cover Giuliano Gallini Nutrimenti Edizioni
“Il secondo ritorno” di Giuliano Gallini, edito da Nutrimenti Edizioni

Tutta la costruzione del romanzo ruota attorno al racconto “Il ritorno” di Joseph Conrad. Lo scrittore polacco, protagonista di una delle due vicende sulle quali è imperniata la trama del libro di Giallini, visse un periodo di profonda crisi quando, nel 1897, la sua ultima fatica (“Il ritorno”, appunto) andò incontro a numerosi rifiuti da parte di diversi editori, oltre che ad aspre critiche da parte di amici e colleghi. Al testo sembrava mancare qualcosa, qualcosa di fondamentale che lo avrebbe elevato alle vette della vera letteratura, ma cosa? Il Conrad che vediamo in scena è un uomo tormentato, che sente di essere ormai costretto a muoversi solo sul terreno sicuro dell’avventurosa narrazione di viaggio, e che quasi si pente di aver osato entrare in punta di piedi nel mondo del racconto borghese, in cui la psicologia dei personaggi la fa da padrone.

“Per molti giorni la paura di non essere capace di scrivere che storie esotiche lo aveva svegliato nel pieno della notte. Non poteva accettare di essere uno scrittore di genere.”

“Il ritorno”, infatti, racconta la storia di una coppia, i coniugi Hervey, e prende le mosse dalla decisione, presa dalla moglie, di abbandonare il tetto coniugale. La donna, cui non è concesso il dono di un nome né quello di una vera personalità (è forse questo a disorientare critici e lettori?), sceglie di lasciare il marito con un biglietto, per poi pentirsene e decidere di tornare sui suoi passi, sperando che Alvan non abbia letto le sue parole e che tutta possa tornare come prima. Alvan, però, ha trovato il biglietto e lo ha letto, e per questo sottopone la moglie a un lungo e faticoso confronto, durante il quale lei non può che esprimersi a monosillabi, senza in effetti mai palesare le ragioni del suo gesto, della sua fuga. Gli Hervey vivono in un contesto sociale piuttosto asfissiante, fatto di convenzioni e di regole cui è obbligatorio conformarsi: una gabbia dorata. Non a caso Alvan, di fronte alla sparizione della moglie, non si preoccupa per lei e non si chiede dove sia finita, ma si dispera temendo che la gente possa pensar male di lui, e arriva addirittura a desiderare che la donna fosse morta, poiché essere vedovo sarebbe più onorevole che essere stato abbandonato. È dunque probabile che la donna, incapace di continuare a condurre un’esistenza così rigida e inautentica, abbia provato l’istinto di allontanarsene, salvo poi rendersi conto che, lontano da ciò che conosce e che ha rappresentato il suo unico orizzonte per più di cinque anni, non è in grado di ricostruirsi una vita. Fuori dalla gabbia, per lei, c’è il nulla. E il nulla, da sempre, ci terrorizza.

La seconda vicenda, che fa da specchio alla prima e rispetto ad essa procede in parallelo, è quella, ambientata nel 2017, che ha per protagonista Agnese, una giovane regista impegnata a mettere in scena una rappresentazione teatrale imperniata sulle vicende di Jessie e Joseph Conrad. Qualcosa nel rapporto tra i due coniugi, lontani per età e per cultura (Jessie era più giovane di ben sedici anni ed era un’umile dattilografa), la affascina al punto di decidere di portare la loro storia sul palcoscenico. La sua vena creativa, però, si sta inaridendo, piegata sotto il peso di una vita di coppia che da tempo non la soddisfa e che mette a dura prova la sua capacità di resistenza. Leo, suo marito, non pensa che al lavoro, e su di lei pende la spada di Damocle del “nuovo contratto” che lui sta per firmare, dopo il quale certamente tornerà alla carica insistendo perché mettano in cantiere un figlio, un passo che lei non si sente ancora pronta a compiere. Esasperata, anche Agnese decide di abbandonare la propria casa e l’uomo che da anni le sta accanto (da qui il titolo “Il secondo ritorno”), lasciandogli un biglietto in cui dice che è dovuta andare via e che per un po’ starà a casa di un amico. Un passo enorme questo per Agnese, che arrivata a casa di Salvo, col quale in passato c’era stato del tenero, decide frettolosamente di tornare sui suoi passi, augurandosi di arrivare a casa prima di Leo, prima che lui possa accorgersi della sua fuga e leggere quelle parole incerte scarabocchiate su un foglietto.

“Lasciare Leo significava lasciare un passato felice e una promessa di futuro; significava lasciare un mondo, non solo un uomo.”

Anche in questo caso, dunque, una donna sente di non avere più alternative, di essere costretta a vivere sotto una cappa fatta di aspettative sociali che non può o non vuole soddisfare, e prova a scrollarsela di dosso. Di nuovo, però, la donna non riesce a portare fino in fondo la propria decisione e si arrende al ritorno, alla paura dell’ignoto, al bisogno di certezze.

Autore del romanzo Giuliano Gallini Libreria Centofiori
L’autore del romanzo, Giuliano Gallini, durante la presentazione del libro presso la Libreria Centofiori di Milano.

Delle due donne del romanzo, la protagonista de “Il ritorno” e Agnese, si è discusso tanto durante l’incontro di lunedì. Le posizioni in merito erano sostanzialmente due: alcuni di noi sostenevano che la scelta di tornare sui propri passi fosse un atto di vigliaccheria, l’ammissione dell’incapacità di affrontare ciò che non si conosce, accontentandosi di rientrare nei ranghi di una quotidianità opprimente e a tratti insopportabile, eppure al tempo stesso rassicurante; altri, invece, vedevano nel ritorno la manifestazione di un’enorme forza d’animo, di quella resilienza e determinazione che spinge l’essere umano (la donna?) a lottare sempre e comunque per salvare il salvabile, per tenere in piedi ciò che è stato faticosamente costruito nel corso degli anni.

Poco fa ho scritto “(la donna?)” perché un altro dei temi forti emersi durante il dibattito è stato quello riguardante la figura femminile all’interno del romanzo. Le donne di Giallini (e di Conrad) sono donne che tornano, donne che, per paura o per inarrestabile forza d’animo, scelgono di rinunciare a una felicità potenziale per riappropriarsi del ruolo che la società, la famiglia o un uomo si aspettano che ricoprano. Ma è davvero una questione di genere? La donna sente davvero un atavico bisogno di solidità e certezze? È davvero incapace di lasciarsi andare e di inventarsi una vita del tutto nuova in un luogo diverso? E cosa sarebbe successo se a fuggire fosse stato l’uomo? Sarebbe mai tornato? È possibile che la donna, dopotutto, sia vittima di una sorta di “colonialismo di genere” che le ha fatto terra bruciata intorno impedendole di abbandonare una vita che la rende infelice?

Il romanzo di Giallini ha sollevato questi e tanti altri interrogativi. Durante la presentazione infatti si è parlato di letteratura, di donne, di uomini, di grandi autori, del bisogno di cercare se stessi dentro i libri e dell’inevitabile tentativo, compiuto da ogni aspirante scrittore, di portare un po’ dei libri che ha amato nei propri scritti. Al giorno d’oggi non è facile trovare un libro, per di più scritto da un “quasi esordiente”, che sia capace di far discutere, riflettere e che stimoli il confronto su temi così importanti. Biografia, fiction, noir (Alice Ticknor, chi era costei? Tenete bene a mente questo nome), “Il secondo ritorno” riesce a essere tutto questo, grazie a un sistema di scatole cinesi ben congegnato dall’autore. Per di più, la storia è estremamente godibile e piacevole, per cui ve ne consiglio vivamente la lettura.

Se vi va, fatemi sapere qual è la vostra opinione riguardo alle domande che ho posto sopra. Per voi provare a fuggire per poi tornare indietro è un atto di forza o è semplice codardia?

Non fiction, Recensioni

Lasciami andare, madre

Se qualcuno oggi mi chiedesse “Quale libro letto di recente farai fatica a dimenticare?”, la mia risposta sarebbe senza dubbio “Lasciami andare, madre” di Helga Schneider, edito da Adelphi nel 2001.

Racconto autobiografico, confessione, testimonianza. Lasciami andare, madre è tutto questo e molto di più. La Schneider, che ha dedicato la sua vita e la sua intera opera a ripercorrere gli eventi salienti della Seconda guerra mondiale e della Shoah, da lei vissute e osservate con lo sguardo della bambina che era all’epoca, affronta qui il più grande e il più temibile dei suoi fantasmi: sua madre. Una madre che ormai da mezzo secolo Helga non sente più come tale, una madre che non riesce a chiamare “mutti” (mamma) perché mamma non è mai stata, una madre che l’ha abbandonata senza rimorsi né rimpianti quando aveva solo quattro anni, nel 1941.

Cover di
“Lasciami andare, madre”, edito da Adelphi.

Più ancora dell’abbandono, a far male è la motivazione che ha spinto questa donna a lasciare i suoi due bambini per non fare mai più ritorno: il suo führer aveva bisogno di lei, più di quanto ne avessero i suoi figli. Nessuna debolezza era concessa alle donne che si mettevano al servizio di Himmler e decidevano di diventare guardie carcerarie ad Auschwitz-Birkenau. Solo le più rigide, le più dure, le più coriacee riuscivano a far carriera, e la madre di Helga era determinata a brillare. Tanta fierezza, nessuna pietà, nessun ripensamento.

Helga aveva già rivisto sua madre una volta, nel 1971, a trent’anni dal loro ultimo incontro, e aveva sperato di trovarsi davanti una donna diversa, forse pentita, sicuramente felice di conoscere il suo nipotino. La realtà, però, aveva fatto a pezzi le sue fantasie, ponendole di fronte una statua di ghiaccio, che aveva provato a riempirle le mani di oggetti in oro, certamente strappati ai deportati di Auschwitz prima di mandarli alle camere a gas, e aveva esibito con orgoglio la vecchia e consunta divisa delle SS, prezioso cimelio di un tempo ormai perduto. Sconvolta da tanta freddezza, Helga aveva deciso di non rivederla mai più. Eppure quando, nel 1998, un’amica di sua madre le telefona per dirle che la donna è ormai più che novantenne e preda di una demenza senile galoppante, Helga, che ormai vive in Italia da tempo e che in italiano scrive i suoi libri, prende un aereo per Vienna e parte verso la casa di riposo dove è ricoverata quella che per lei è un’estranea e che, al contempo, sente come sangue del suo sangue.

Oggi ti rivedo madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?                                     Rispetto? Solo per la tua veneranda età – ma per nient’altro. E poi?                         Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.”

Helga intraprende così un difficilissimo percorso di conoscenza, spinta da un’incontrollabile voglia di sapere, di capire, di domandare. A una madre che alterna momenti di lucidità a momenti di senile confusione la Schneider pone interrogativi che sempre di più scavano dentro di lei una voragine e la obbligano a chiedersi se sia possibile perdonare una madre che, senza mai dare il minimo segno di cedimento o tentennamento, ha contribuito in modo così massiccio allo sterminio di milioni di ebrei innocenti. Quali sentimenti è legittimo provare nei confronti di chi ha rifiutato il suo ruolo di genitore e i suoi stessi bambini in nome di ideali biechi e scellerati? Come approcciarsi a una donna che ha compiuto azioni quasi innominabili e che, a distanza di più di cinquant’anni, continua a difenderne la legittimità?

Volevo giurare! Volevo essere accettata come membro delle SS, lo volevo più di ogni altra cosa”.                                                                                                                       “Era più importante della tua famiglia?”.    

Annuisce. “Sì, ma tu non puoi capire. Nessuno può capire oggi…”

E se anche fosse possibile perdonare le colpe personali di un singolo individuo che ha agito mosso da folli e crudeli ideologie di massa, sarebbe possibile dimenticare le colpe storiche e umane di cui si è macchiato?

Quel pensiero mi insinuò un dubbio: non avevo mancato anch’io nel mio ruolo di figlia? Non sarebbe stato mio dovere comprendere, perdonare? Repressi uno strano impulso a coricarmi nel letto di mia madre. Le avevo forse perdonato?                               Con mia grande meraviglia, la risposta fu: sì. Le avevo perdonato il male che aveva fatto a noi, a suo marito, ai suoi figli… Ma quanto alle altre colpe dei cui si era macchiata, il diritto alla condanna o al perdono apparteneva esclusivamente alle sue vittime.

Un confronto, durato un paio d’ore, tra una madre e una figlia divise dalla storia ma ancora unite da un atavico legame “animale”, diviene lo spunto da cui partire per porci domande che investono le sfere della memoria storica e dell’etica personale.

Questo libro è un pugno nello stomaco, un doloroso promemoria dei tanti orrori perpetrati dai soldati e dalle guardie di Himmler ai danni di uomini, donne e bambini colpevoli solo di appartenere alla “razza” sbagliata. Questi orrori la Schneider ce li fa rivivere attraverso le parole di sua madre, che li racconta come vittorie suscitando in noi quello che sentiamo essere solo il pallido spettro di quello sdegno, del disgusto e della sofferenza che la stessa Helga deve aver provato nell’ascoltarla. Paradossalmente, immaginare la voce di una gracile vecchietta che racconta, senza colpo ferire, di aver torturato, derubato e ucciso delle persone, ci fa percepire in modo ancora più atroce l’assurdità di ciò che è stato. Ancora una volta, la “banalità del male” si manifesta in tutta la sua violenza.

Recensioni, Romanzi

Il prodigio

Vi ricordate la mia recensione di “Room” e lo smodato entusiasmo che avevo dimostrato per la storia raccontata da Emma Donoghue e per il suo stile? Beh, ovviamente quando ho scoperto che aveva scritto un altro libro e che, per di più, si trattava di un romanzo storico ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, non ho davvero saputo resistere. Mi sono fiondata ad acquistare Il prodigio, pubblicato da Neri Pozza, e la mia si è rivelata un’ottima decisione dal momento che ho adorato ogni singola pagina.

Cover di “Il prodigio” di Emma Donoghue, edito da Neri Pozza

Lib Wright, una ragazza britannica di circa trent’anni, è rimasta vedova dopo solo un anno di matrimonio e, da quel momento, ha deciso di rifarsi una vita e di dedicarla agli altri, frequentando la prestigiosissima scuola di infermeria fondata da Florence Nightingale e dandosi da fare per aiutare i feriti durante la guerra di Crimea. Dopo aver servito la patria e aver visto con i propri occhi gli orrori dell’ospedale militare allestito nella caserma “Selimiye” di Scutari, Lib vive quasi come un affronto personale la richiesta, fattale dalle sue superiori, di recarsi in un minuscolo paesino dell’arretrata e bigotta Irlanda di fine Ottocento, Athlone.

La sua presenza, unitamente a quella di una monaca di nome Suor Michael, è stata espressamente richiesta dal dottor McBrearty, medico degli O’Donnell, la famiglia presso la quale l’infermiera e la suora saranno impegnate a sorvegliare a turni, per due settimane, la piccola Anna, una bambina di appena undici anni che afferma di non toccare cibo dalla data del suo ultimo pasto, avvenuto quattro mesi prima. Intorno al caso della bimba “capace di vivere d’aria” sono nate leggende, teorie, culti e, naturalmente, perplessità e dubbi, per sfatare i quali un comitato, composto dallo stesso McBrearty, dal prete e dai notabili della comunità, ha deciso di sottoporre Anna a un controllo costante, volto a dimostrare la veridicità delle sue affermazioni e a confermare l’aura di santità che da mesi la avvolge.

Lib è una persona estremamente razionale, ben poco incline a credere a santi e miracoli, ed è determinata a smascherare Anna nel giro di pochi giorni, dimostrando che quei paesanotti creduloni, che continua a guardare dall’alto verso il basso, non hanno fatto altro che reggere il gioco dei genitori di Anna. È chiaro che una bambina non può restare in vita per quattro mesi senza alimentarsi! E altrettanto evidente è il piacere che Rosaleen e Malachy O’Donnell traggono dalle visite di persone giunte da tutta l’Europa per rendere omaggio alla piccola “santa”, visite cui nella maggior parte dei casi segue un lascito di denaro che, a suo dire, la coppia metterà da parte per i poveri. Deve trattarsi di una truffa, i genitori di Anna avranno trovato il modo per sfamarla senza essere osservati.

Al suo arrivo, Lib è sconvolta dalle condizioni di indigenza e degrado assoluti nelle quali vivono gli O’Donnell,  ma soprattutto dalla compostezza, dolcezza e calma di Anna, una bimba adorabile  che dimostra meno dalla sua età e sul cui corpo sono già evidenti alcuni dei sintomi della denutrizione (una leggera peluria sul volto, qualche chiazza sul corpo), ma che nel complesso sembra essere sana, coscienziosa e molto, molto sveglia.

Se l’austera Suor Michael si limita, almeno all’inizio, a svolgere silenziosamente il proprio compito, Lib si impone fin da subito di non affezionarsi alla bambina e di mantenere il più gelido distacco nei suoi confronti, esaminandola, appuntando minuziosamente ogni singolo cambiamento nel suo aspetto fisico, studiando i suoi modi di fare e non staccandole mai gli occhi di dosso onde evitare che possa mangiare qualcosa di nascosto. Nonostante i suoi sforzi per apparire algida e altera, tuttavia, Lib comincia a provare una sorta di ammirazione mista a tenerezza nei confronti della bambina, che non sembra minimamente interessata al cibo, soffre terribilmente per la morte dell’amatissimo fratello e trascorre le sue giornate passeggiando insieme a lei, collezionando immagini di santi e pregando in maniera sentita e devota.

Nonostante la sua ferrea determinazione, Lib non riesce mai a cogliere la bambina in fallo, né a farle inghiottire qualcosa di più di un paio di cucchiaiate d’acqua al giorno. Eppure il fisico di Anna sembra non aver risentito del prolungato digiuno. Sì, certo, il suo ventre è gonfio e cominciano ad esserlo anche le sue mani e i piedi… ma quattro mesi senza cibo avrebbero dovuto ucciderla, o almeno debilitarla al punto da non permetterle più di condurre una vita normale. Di fronte alla stoica resistenza di Anna, restìa a rispondere alle domande che le vengono poste e costantemente osservata dalla madre, che Lib considera la principale indiziata, l’infermiera inizia a dubitare persino di se stessa e delle sue convinzioni.

“Aiutala. Lib si scoprì a pregare un Dio in cui non credeva.

 Aiutami. Aiutaci tutti. Silenzio”

Sarà l’incontro inaspettato con un simpatico e irriverente giornalista a riportarla alla realtà e ad aprirle gli occhi sulle reali condizioni di salute di Anna e sul loro costante peggioramento, dandole la spinta necessaria per arrivare fino in fondo e portare a termine la sua missione. E proprio la sua perseveranza permetterà a Lib di svelare l’inaspettata, sconvolgente verità, che si cela dietro il digiuno di Anna O’Donnell.  Aiutata da Suor Michael, che nel frattempo ha preso a cuore la piccola e si è convinta della necessità di aiutarla, l’infermiera proverà a svelare quanto ha scoperto sotto giuramento, davanti al comitato riunito,  alla fine delle due settimane di osservazione, sperando che le credano e le diano una mano a salvare la bambina.

Emma Donoghue ci racconta l’Irlanda all’indomani della grande carestia che la colpì nel 1845-46, e lo fa attraverso gli occhi di Lib che, da protagonista estranea all’ambiente in cui si trova, scopre insieme a noi un paese ridotto in miseria, nel quale i contadini si spaccano la schiena nei campi per rimettere in sesto i raccolti e la superstizione la fa da padrone. Capita così che gli abitanti di Athlone, pur essendo ferventi cattolici, credano all’esistenza dei folletti o si abbandonino a rituali al limite del paganesimo nella speranza di scacciare il malocchio o il dolore. Sulla copertina del libro, ad esempio, vediamo un albero che reca tra le fronde numerosi panni stesi a ondeggiare nel vento: ognuno di quei panni rappresenta un evento luttuoso, una malattia o una disgrazia che ha colpito qualcuno, e che questo qualcuno cerca di esorcizzare affidandola ad uno straccio che col tempo, disintegrandosi, la porterà via con sé cancellandola per sempre.

Lib incarna però anche una figura storicamente molto importante, quella dell’infermiera professionale. Non è certo un caso che la Donoghue abbia scelto di far sì che la sua protagonista provenisse dalla scuola di Florence Nightingale, conosciuta come “la signora con la lanterna” e fondatrice della moderna pratica infermieristica, basata sul metodo scientifico e sulla scrupolosa osservazione del paziente. Da brillante ex allieva modello, Lib guarda ad Anna come a un oggetto da studiare con la massima cura e verso il quale usare tutte quelle cautele che, a parere della sua maestra, servirebbero ad agevolare il paziente nel processo verso la guarigione, tenendo sotto controllo la qualità dell’aria e la pulizia dell’ambiente, e mantenendo costante il calore corporeo della bambina.

L’incontro tra l’agnostica Lib, che nasconde una profonda umanità sotto la divisa da infermiera, e la piccola, amabile Anna, dà vita a una storia difficile da dimenticare, ricca di colpi di scena e di misteri. Naturalmente, non vi svelerò altro, perché non voglio rovinarvi il piacere della lettura, ma sappiate che difficilmente riuscirete a intuire il segreto di Anna fino alla fine del romanzo, e che Emma Donoghue è riuscita, ancora una volta, a incatenarmi alle pagine di un suo libro e a commuovermi attraverso una figura infantile. Anna è molto diversa da Jack, certo, e il fatto che la storia sia narrata in terza persona allontana ulteriormente questo romanzo dal precedente. Eppure, anche in questo caso, l’autrice  ha posto l’infanzia al centro della sua storia,  la storia di una bambina lasciata sola, martoriata, trasformata in oggetto di culto da parte di un popolo che fa di un becero folklore ammantato di religiosità la sua ragione di vita. A nessuno importa come stia Anna, a nessuno importa come si senta o come stia affrontando la sua personale Via Crucis mentre deperisce sotto i loro occhi distratti. Ciò che conta è che Anna non mangia e che respira ancora, e questo è scientificamente impossibile, per cui deve trattarsi di un miracolo. Anche in questo caso, quindi, esattamente come in “Room”, ci troviamo di fronte a un’infanzia umiliata e calpestata, ma anche alla formazione di un legame tra una donna e un bambino (una bambina, in questo caso) che, pur non conoscendosi ancora bene, cercheranno di salvarsi a vicenda, stravolgendo le loro vite e le loro convinzioni.

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Il salto, elegia per un amico

Il dolore che porto con me ora, è che a volte si attenua senza preavviso, non è il suo.
Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno

Il salto di Sarah Manguso, pubblicato da NNEditore, mi ha attratta per lungo tempo dagli scaffali delle librerie, ma mi sono decisa a leggerlo solo pochi giorni fa. La tematica che il libro affronta, infatti, è particolarmente difficile e dolorosa, e per me che ancora tento, giorno dopo giorno, di sopravvivere a un lutto che mi ha devastata, la lettura di questo romanzo è stata come fare un salto dentro l’abisso.

Cattura
“Il salto” di Sarah Manguso, edito NN Editore.

Pagina dopo pagina, mentre la Manguso sviluppava la sua “Elegia per un amico”, mi sono sentita come se stessi riaffrontando insieme a lei tutte le fasi che si accompagnano alla perdita di una persona amata: negazione, rabbia, sofferenza, rimpianto, rimorso, nostalgia, egoismo. Sì, egoismo, perché l’autrice arriva a provare il desiderio, perfettamente umano eppure terribilmente disumano, che al posto del suo Harris ci fosse qualcun altro, che fosse possibile sacrificare la vita di un’altra persona pur di riaverlo accanto.

A volte vorrei che fosse morto qualcun altro – tipo quelli che si piazzano davanti alle porte della metro quando si aprono o che buttano a terra i gusci di noccioline. Il pensiero arriva come un lampo – posso riportarlo in vita!

Sarah ha perso il suo migliore amico, la persona che per dieci anni le era stata accanto in tutti i momenti più importanti della sua vita, quella con cui aveva vissuto un rapporto intenso come l’amore, ma del tutto platonico. Era con lui quando, da ragazza, passava da una casa all’altra e cercava la sua strada nel mondo dell’editoria e del giornalismo, era con lui il giorno in cui, con incredulità mista a sgomento, aveva osservato le Torri Gemelle mentre crollavano come fossero fragili castelli di sabbia, era con lui che condivideva la passione per la musica.
Eppure, non era con lui quando aveva deciso di farla finita, gettandosi sotto la metropolitana di New York. Alcuni anni prima, Harris aveva cominciato a manifestare delle gravi crisi psicotiche e ad assumere farmaci carichi di effetti collaterali, tra i quali il peggiore era l’incapacità di star fermo, di controllare il proprio corpo, di rimanere “dentro la propria pelle”. La stessa autrice non si vergogna di dichiarare di aver sofferto di queste crisi in prima persona, e di aver sperimentato le stesse, devastanti, sensazioni che a suo parere hanno spinto Harris al suicidio. Le sue crisi erano state “solo” tre, eppure erano bastate perché l’uomo prendesse coscienza del suo problema e, dopo essersi recato di sua spontanea volontà in ospedale, decidesse di andare incontro al proprio destino: negli occhi soltanto le luci di un treno, nel cuore soltanto la voglia di liberarsi dal male che lo possedeva.
Al momento della morte di Harris, Sarah si trovava in Italia con il futuro marito, e non aveva contatti con lui da circa un anno. Il senso di colpa per questa prolungata assenza, la consapevolezza di essersi persa un anno intero in compagnia di Harris, l’idea che qualcun altro abbia potuto godere di quell’intimità da loro condivisa così a lungo e a cui lei si era sentita in diritto di rinunciare per ben dodici mesi, tutti questi sentimenti la perseguitano e la tormentano.

Com’è possibile minacciare l’intimità? Non è una sostanza tangibile, come il carbone o l’oro, mi rimprovera un amico. Invece sì, lo è, e me la sono persa per tutto l’anno scorso, e ora non ce n’è più

La tortura più grande, però, rimane quella di non sapere in che modo Harris abbia trascorso le dieci ore intercorse tra la fuga dall’ospedale e la scelta di compiere il suo ultimo “salto”. Il romanzo nasce proprio dall’idea di ricostruire quelle misteriose dieci ore, di interrogarsi su ciò che potrebbe essere accaduto, ma Sarah ha gradualmente visto quella che avrebbe rischiato di trasformarsi in una trama artificiale costruita su fantasiose ipotesi trasformarsi in uno sfogo a cuore aperto, nel tentativo disperato di esorcizzare un dolore che il tempo non riesce a lenire.
Il salto è un libro che mi è entrato dentro, mi ha fatta sentire svuotata, mi ha fatto provare la piacevole sensazione di non essere sola nel mio dolore, di sapere che al mondo c’è chi, come me, dopo anni sta ancora male come il primo giorno e non riesce a venirne fuori. Al tempo stesso, le parole di Sarah hanno portato alla luce pensieri e considerazioni che non avevo avuto il coraggio di confessare nemmeno a me stessa. Il salto, però, ha anche fatto riaffiorare i pensieri che mi attraversavano la mente quando, per fortuna ormai qualche anno fa, io e il mio migliore amico abbiamo smesso di parlarci per un anno, esattamente come Sarah ed Harris, e io non facevo che ripetermi “se dovesse succedergli qualcosa, e io avessi perso la possibilità di passare un anno insieme a lui, non potrei mai perdonarmelo”.
Queste sono le motivazioni per cui questo romanzo mi ha scossa nel profondo e per le quali, probabilmente, non sono poi così obiettiva nel giudicarlo. Posso solo dirvi che io l’ho amato moltissimo e che non vi ritroverete a leggere una storia lacrimevole, il lamento di una donna che si piange addosso, ma un sofferto viaggio a ritroso tra i ricordi condotto da una voce narrante secca, matura, che si interroga sul senso della vita e sfida l’irrazionalità della morte.
La narrazione unisce il passato al presente. Flashback isolati, frammentari, leggibili come fotografie inserite in un album, istantanee di un’amicizia la cui forza noi lettori riusciamo a comprendere solo in parte, si alternano a momenti in cui il focus si sposta sul presente dell’autrice. La sua vita attuale è fatta di lavoro, scrittura e matrimonio, eppure, nonostante siano passati quasi dieci anni dalla morte di Harris, lei sente il bisogno di mettere per iscritto la loro storia, come se questo potesse aiutarla a liberarsi da un fantasma che la ossessiona e, nello stesso tempo, a tenere in vita una parte di lui.

Quello che non riesco ad accettare non è la morte di Harris, ma che non sia più vivo