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Cat person – Kristen Roupenian

I successi editoriali, i libri chiacchieratissimi e instagrammatissimi, mi fanno sempre molta paura. Quando mi avvicino a un testo con queste caratteristiche temo che il mio giudizio sia condizionato, nel bene o nel male, dalle decine di pareri letti in rete e dal clamore mediatico che lo accompagna. Per questo, di solito, nei confronti di questi libri adotto due possibili atteggiamenti:

– li leggo quando ormai non se ne parla più da tempo

– li leggo quando non se ne parla ancora perché sono freschi di stampa.

Cat person di Kristen Roupenian rientra nella seconda casistica, dato che ho iniziato a leggerlo il giorno della sua pubblicazione in Italia, quando ancora di recensioni in giro non se ne vedevano. Sapevo solo che l’hype per questa nuova uscita era tantissimo e che il racconto che dà il titolo alla raccolta aveva sollevato un polverone e fatto molto discutere nel 2017, anno della sua pubblicazione sul The New Yorker, diventando in breve tempo virale e raggiungendo lo status di “racconto con il maggior numero di condivisioni nella storia”, grazie anche alla sua attinenza con le tematiche contemporaneamente portate alla ribalta dal #metoo. Ci si chiedeva quindi se la raccolta, prima fatica letteraria della trentottenne Roupenian, sarebbe stata all’altezza delle aspettative, e se le altre undici storie qui raccontate sarebbero state incisive quanto quel primo glorioso racconto. Qual è la mia risposta a questa domanda? Decisamente sì.

“Cat person” di Kristen Roupenian, Einaudi.

Non è facile raccontare questo libro, ma la prima cosa che mi sento di dire è che mi ha messo addosso la stessa urgenza, la stessa fame, la stessa voglia di proseguire nella lettura che solitamente scatena in me un romanzo ben scritto. Le storie raccontate dalla Roupenian sono apparentemente respingenti, sicuramente spiazzanti e a tratti volutamente disturbanti, eppure catturano il lettore e lo avvincono. L’autrice ci trascina nel vortice vischioso delle relazioni umane, concentrandosi in particolare sui rapporti sentimentali e di potere tra i due sessi, e le sottopone alla lente impietosa di un microscopio che ne ingigantisce difetti e incoerenze. Tra favole dark (il notevolissimo “Il secchio, lo specchio e il vecchio femore”), storie che sfiorano il grottesco e altre che quasi sconfinano nell’orrorifico, l’autrice sovverte gli schemi e abbatte i tabù, liberandosi e liberandoci dal peso di qualsiasi morale. La Roupenian non vuole fornirci delle soluzioni, delle chiavi di interpretazione della realtà, ma condurci per mano negli abissi più torbidi delle relazioni interpersonali, fatte di giochi perversi, sfrenato erotismo e implacabile crudeltà.

Ho amato allo stesso modo tutti i racconti? No. Come spesso accade, alcune delle storie risultano meno efficaci di altre, eppure non per questo fuori posto. Tra i racconti più riusciti, oltre al già citato “Lo specchio, il secchio e il vecchio femore”, che racconta la storia di una principessa decisamente atipica, innamorata di un fantoccio che altro non è se non la rappresentazione esteriore della sua stessa indipendenza, annovero lo stesso “Cat person”, “Sardine” e “Look at your game girl”. Non vi racconterò nel dettaglio di cosa parlano perché, trattandosi di storie brevi, vi guasterei il piacere della lettura, per cui lascerò che siate voi a scoprire cosa si nasconde dietro questi titoli e mi limiterò ad aggiungere che il racconto che più di tutti mi ha lasciata indifferente è “Il corridore notturno”.

Pur avendo amato la raccolta e ritenendo che si tratti di un opera di alto livello, se proprio devo muovere una critica all’autrice le “rimprovero” il fatto di aver talvolta calcato la mano sui dettagli più scabrosi o impressionanti in un modo che sembra costruito a tavolino per scioccare il lettore. Voglio però pensare che questo “peccato” di scrittura, tutto sommato veniale, sia legato al fatto che si tratta di un’opera prima, e aspetterò di poter leggere qualcos’altro di suo prima di pronunciare un giudizio definitivo sulla sua penna. Credo che questa raccolta sia comunque destinata a dividere gli animi, e che questo sia uno di quei libri che suscitano nei lettori immediato amore o infinito odio senza mezze misure, spazzate via dalla durezza e dallo stile diretto dei racconti, che non fa sconti a nessuno e che può solo affascinare o repellere. Complessivamente, il mio voto è un 4/5, e vi consiglio vivamente di recuperare questa raccolta al più presto. Se invece l’avete già letta, sarei molto curiosa di sapere come vi è sembrata e se rientrate nel gruppo degli estimatori o in quello dei detrattori!

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Un matrimonio americano – Tayari Jones

Ammetto di aver scelto di prendere in prestito Un matrimonio americano di Tayari Jones soprattutto perché attratta dalla meravigliosa copertina del romanzo. Chi mi segue da un po’ ormai lo sa, le belle copertine esercitano su di me un fascino praticamente irresistibile, e quella di questo volume edito Neri Pozza è particolarmente suggestiva. Quello che non immaginavo, mentre portavo a casa dalla biblioteca il mio “bottino”, è che avrei passato tre giorni attaccata alle pagine, che la storia di Roy e Celestial avrebbe occupato tutti i miei pensieri e che non sarei riuscita a impegnare in modo diverso il mio tempo libero finché non fossi giunta alla sua conclusione.

“Un matrimonio americano” di Tayari Jones, Neri Pozza

Roy e Celestial sono due sposini (stanno insieme da circa un anno e mezzo) afroamericani di Atlanta. La loro vita sembra procedere nella giusta direzione: Roy ha un ottimo impiego e si concede il lusso di sperare in una nuova casa e in una famiglia numerosa, mentre Celestial è finalmente riuscita a coronare il suo sogno di diventare un’artista, realizzando e vendendo a facoltosi committenti delle meravigliose bambole da collezione rifinite nei minimi dettagli. La placida esistenza dei due giovani, tuttavia, è destinata a essere irreparabilmente sconvolta da un evento del tutto imprevedibile. Dopo una visita ai genitori di Roy, che abitano fuori città, lui e Celestial declinano la loro offerta di fermarsi a dormire e scelgono di trascorrere la notte in un hotel. Arrivati a destinazione, Roy decide di fare alla moglie un’enorme rivelazione inaspettata, scatenando un litigio. Nel tentativo di calmare le acque, l’uomo lascia la stanza con la scusa di andare a riempire il cestello del ghiaccio, e per puro caso incontra un’altra delle ospiti dell’albergo, una donna di mezza età con un braccio legato al collo, palesemente bisognosa di aiuto. Roy la accompagna in camera, la aiuta a sistemare una finestra che non vuole aprirsi e le fa notare che la porta della stanza non si chiude bene. Tornato in camera, viene accolto da Celestial, che sembra aver superato il momento di rabbia, e trascorre con lei quella che sarà la sua ultima notte di serenità. La mattina dopo, infatti, i due coniugi vengono svegliati dalla polizia, che fa irruzione nella stanza e arresta Roy, colpito da un’accusa pesantissima e infamante. Proprio la donna che la sera prima aveva aiutato, ha creduto di riconoscere in lui il responsabile dello stupro che ha subito nel corso della notte. A nulla valgono le parole di Celestial, che si affanna a giurare che il marito è sempre rimasto accanto a lei, di fronte alla forza di un pregiudizio radicato che associa uno specifico colore della pelle alla capacità di commettere un crimine. Per di più, Roy sapeva che la porta di quella stanza non si chiudeva bene, e questo fa sì che diventi il principale sospettato. Nonostante gli encomiabili sforzi del suo avvocato, l’uomo viene condannato a scontare dodici anni per un reato che non ha commesso.

Tramite l’alternanza di capitoli in cui i fatti vengono raccontati in prima persona rispettivamente da Roy e Celestial, l’autrice lascia la parola ai suoi personaggi e fa dello “show, don’t tell” il suo tratto distintivo. Tayari Jones ci mostra senza filtri in che modo un rapporto in apparenza solido possa cambiare e trasformarsi sotto i colpi inclementi di un fato avverso. Da un lato troviamo un uomo che si attacca con tutte le sue forze al ricordo del tempo felice trascorso insieme alla moglie e alla prospettiva degli anni che lo attendono con lei quando l’incubo avrà fine e potrà finalmente lasciare la prigione. Dall’altro vediamo una giovane donna in crisi, consapevole di amare il marito ma conscia del fatto che, in un anno e mezzo, avevano appena imparato a conoscersi e a capire cosa volesse dire vivere insieme e fare progetti. Osservando i suoi genitori e quelli di Roy, la ragazza non può fare a meno di pensare che lei e suo marito non hanno alle spalle un lungo percorso di vita condiviso, e che senza di esso sarà difficile trovare la forza per aspettarlo così a lungo.

“Se avessimo messo una moneta in un vasetto per ogni giorno in cui siamo stati sposati, e ne avessimo tolta una per ogni giorno che siamo stati separati, il vasetto si sarebbe svuotato molto tempo fa.”

Se prima della condanna di Roy era possibile pensare di porre rimedio a qualsiasi problema sorgesse tra loro e superare con facilità i momenti di debolezza, adesso la distanza e la solitudine rischiano di prendere il sopravvento, rendendo insormontabili anche i più piccoli ostacoli.

“Ero convinta che il nostro matrimonio fosse come un arazzo finissimo, fragile ma che si poteva riparare. Spesso lo strappavamo e lo rammendavamo, sempre con un filo di seta, bellissimo ma molto cedevole.

Uno dei momenti più intensi e toccanti del romanzo è rappresentato dallo scambio di lettere tra Roy e Celestial durante i primi anni di prigionia. La speranza, l’angoscia, l’amore e il tormento dei due protagonisti emergono con una chiarezza e una potenza che investono il lettore, che si ritrova ora a provare compassione e solidarietà per un uomo distrutto, ingiustamente costretto a rinunciare a tutto ciò che possedeva, ora a simpatizzare per una donna la cui lealtà viene messa a dura prova e che sente di non avere possibilità di scelta o vie di fuga.

Sebbene la tematica della discriminazione razziale venga sfiorata e sia alla base dell’arresto di Roy, “Un matrimonio americano” non è un romanzo di denuncia. Nonostante la presenza di un tribunale e di un avvocato, questo romanzo non è un thriller. Il focus della vicenda sono, e restano, i sentimenti dei suoi protagonisti. Attraverso i dubbi di Celestial e le paure di Roy, il romanzo ci pone degli interrogativi fondamentali sui rapporti umani e sui loro limiti. Fino a dove siamo disposti a spingerci per amore? Cosa siamo disposti a sopportare? Quanto siamo in grado di aspettare prima di pretendere di avere l’occasione di realizzare i nostri desideri? E a quanto siamo pronti a rinunciare per qualcuno che amiamo? Sullo sfondo, ad arricchire e complicare un quadro emotivo già complesso e stratificato, emergono pesantissimi segreti e inaspettate rivelazioni familiari, macigni con cui Roy e Celestial dovranno fare i conti proprio mentre lottano per rimettere insieme i pezzi di un puzzle scompaginato dalla violenza di una tempesta.

Sto volutamente omettendo un’enorme parte della trama, sorvolando anche su cose che probabilmente potrei raccontarvi senza cadere nel rischio di spoiler, perché se è vero che il libro si fonda sul concetto di amore e sulle sue possibili declinazioni, è altrettanto vero che questo romanzo vive di colpi di scena, per cui non voglio assolutamente guastarvi il piacere della lettura. Vi basti sapere che ho adorato il modo in cui l’autrice è riuscita a costruire dei personaggi talmente realistici da risultare quasi reali e a padroneggiare una materia umana ed emotiva tanto complessa utilizzando uno stile semplice e lineare e senza mai inciampare nel patetismo o lasciarsi andare a dialoghi melensi. In particolare, trovo che la Jones sia stata molto abile nel raccontare l’amore nella sua accezione più concreta e nel trasmettere al lettore la sofferenza e il calvario che si accompagnano alla sua perdita.

“A dormire sola non sono mica morta, allora, e non ne morirò adesso. Ma la perdita mi ha insegnato questo dell’amore. La nostra casa non è semplicemente vuota, la nostra casa è stata svuotata. L’amore si ricava uno spazio nella tua vita, si ricava uno spazio nel tuo letto. Inavvertitamente, si ricava uno spazio nel tuo corpo, reindirizza tutti vasi sanguigni e si mette a pulsare proprio accanto al tuo cuore. Quando se ne va, niente ha più la pienezza di prima.”

Consiglio caldamente la lettura di questo romanzo a chiunque sia in cerca di una storia da cui farsi conquistare, ma vi avverto: “Un matrimonio americano” vi rapirà e avvertirete il bisogno impellente di continuare a leggere, quindi prendetelo in mano solo se avete parecchio tempo a disposizione!

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Le assaggiatrici – Rosella Postorino

Ieri, come tutti saprete, era la Giornata della Memoria. Personalmente tengo molto a questa ricorrenza; credo sia fondamentale mantenere vivo il ricordo di uno dei periodi più bui della storia dell’umanità, perché  tutti sappiano, perché non succeda mai più. Purtroppo, il 27 gennaio si riduce spesso alla festa della condivisione social di citazioni avulse dal contesto e foto costruite ad arte su Photoshop. Eppure, io continuo a sperare che tutto questo serva a qualcosa, se non altro a stimolare delle riflessioni o a provocare delle domande, specialmente in un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui razzismo e discriminazioni sono drammaticamente all’ordine del giorno. Ogni anno cerco di scrivere un articolo su uno dei tantissimi libri che raccontano l’orrore della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Quest’anno ho scelto “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino.

Le assaggiatrici
“Le assaggiatrici” di Rosella Postorino, Feltrinelli.

Le assaggiatrici racconta la storia di Rosa Sauer, una giovane tedesca che, all’indomani dello scoppio della guerra, si trova suo malgrado costretta a svolgere un lavoro alquanto atipico, quello di ‘assaggiatrice’. Insieme ad altre nove donne, Rosa si nutrirà dello stesso cibo del fürher, sarà la cavia umana sulla quale testare i gustosi pasti preparati per Hitler per accertarsi che non contengano sostanze velenose. La vita di Rosa e delle sue compagne è sacrificabile, ognuna di loro è una pedina facilmente sostituibile su una scacchiera manovrata da giocatori senza scrupoli. Eppure, la loro condizione di “schiave” rigidamente controllate dalle SS è al contempo una condanna e una straordinaria fortuna: se è vero che ogni loro pasto potrebbe essere l’ultimo, è anche vero che non patiranno mai la fame, fredda e spietata compagna di tutte le guerre. Rosa, chiamata dalle sue compagne “la berlinese”, ha dovuto lasciare la sua città di origine per trasferirsi in campagna dai suoceri. Era sposata da un anno appena quando Gregor, l’amatissimo marito che aveva conosciuto sul lavoro e che si era pazzamente innamorato di lei, era stato richiamato alle armi insieme a milioni di altri tedeschi. La sua partenza aveva interrotto un idillio che sembrava aver finalmente dato un senso alla vita, prematuramente segnata da lutti e sofferenze, di Rosa, che già si immaginava madre e moglie felice e che improvvisamente si era ritrovata sola. Quello che avrebbe dovuto essere il periodo più bello della sua ancor breve esistenza, si era trasformato in incubo: l’incubo dell’attesa. Ed ecco che le lunghe giornate trascorse in caserma, le ore passate a inghiottire cibi deliziosi e ad aspettare il presentarsi di uno dei possibili sintomi letali e le amicizie improvvisate e forzate, nate dalla condivisione di un destino tanto singolare e ingrato, diventano quasi un diversivo, un modo per non pensare e scacciare un’angoscia con un’altra. Nel frattempo, però, il clima nella caserma dove le assaggiatrici si ritrovano tre volte al giorno per scongiurare la dipartita del furher si fa sempre più teso, con l’arrivo del glaciale tenente Ziegler e dei suoi sottoposti, pronti a rinchiudere le ragazze in una stanza al primo segnale di avvelenamento e a lasciarle agonizzare, perché in fondo il loro compito è proprio questo: morire al posto di qualcun altro e permettere che i loro corpi deturpati raccontino alle SS che cosa le ha uccise e in che modo.

“All’inizio prendiamo bocconi misurati, come se non fossimo obbligate a ingoiare tutto, come se potessimo rifiutarlo questo cibo, questo pranzo che non è destinato a noi, che ci spetta per caso, per caso siamo degne di partecipare alla sua mensa.”

Le assaggiatrici è un romanzo originale, che racconta una storia arcinota da una prospettiva del tutto nuova. Innanzitutto, non è facile trovare romanzi che parlino della seconda guerra mondiale o della shoa dal punto di vista di un protagonista tedesco. In secondo luogo, l’autrice ha portato a galla un fatto di cui molti di noi non erano a conoscenza: l’esistenza stessa delle assaggiatrici. Se ci penso adesso, mi sento stupida per non averci mai pensato, per aver creduto che davvero Hitler ingurgitasse tutto quello che gli capitava sotto il naso, per aver creduto che un uomo così paranoico non fosse ossessionato dalla possibilità che qualcuno cercasse di ucciderlo somministrandogli del veleno. Il mondo, agli occhi di una persona così potente e così gretta, doveva sembrare al contempo un’immensa giostra e un immenso covo di vipere.

Rosella Postorino ha preso spunto da un storia letta per puro caso nel 2014. A 96 anni, la tedesca Margot Wolk aveva deciso di rivelare il più grande segreto della sua vita: era stata un’assaggiatrice di Hitler e non lo aveva mai raccontato a nessuno. Il desiderio della scrittrice sarebbe stato quello di incontrare Margot, ma quando finalmente riuscì a trovarla scoprì che era deceduta pochi mesi prima. Così, non avendo la possibilità di interrogare direttamente la sua principale testimone, la Postorino ha provato a porsi delle domande e ad immaginarsi delle risposte; ed è da qui che ha preso avvio la stesura del libro.

A mio parere, la questione più importante che il libro solleva è quella della colpa. Margot-Rosa non era mai stata un membro attivo del partito Nazionalsocialista, e dalle sue parole traspare tutto il disgusto che prova verso le ignobili azioni compiute dalle SS, i campi di concentramento e lo stesso Hitler. La protagonista è quindi una vittima innocente? Credo che la risposta, sebbene controversa, sia no. No, perché non essere parte attiva di un sistema malato non ci rende meno colpevoli rispetto a chi lo ha ideato, se tolleriamo quel sistema, ci adattiamo ad esso e ignoriamo la sua criminale crescita. Rosa sopravvive perché riesce a trasformarsi nell’ingranaggio vivente di un meccanismo che la protegge e al contempo la stritola. Ciononostante, non è forse qualcosa di profondamente umano il cercare di salvarsi adattandosi alle situazioni? Non è forse vero che chiunque cercherebbe di far buon viso a cattivo gioco pur di salvaguardare la propria vita e quella delle persone che ama?

“La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.”

Per questo motivo è difficile giudicare Rosa, perché se è vero che non ribellarsi e restare a guardare è un comportamento vile che priva l’uomo della sua dignità, è altrettanto vero che l’essere umano è caratterizzato dalla sua fragilità, dalla sua debolezza di fronte alla consapevolezza di essere mortale.

La mente, che dovrebbe essere la sede del giudizio e dello spirito critico, è debole di fronte ai bisogni del corpo, di fronte a quell’elementare istinto di sopravvivenza che ci accomuna agli animali e si accompagna ad altri bisogni specificamente umani cancellati e calpestati dalla guerra. Per quanto tempo una persona può sopravvivere da sola? Per quanto tempo può vivere senza percepire il calore di un abbraccio? E quanto tempo passerà prima che si macchi di un’altra colpa, non politica ma non per questo meno grave, chiedendo quel calore a delle braccia sconosciute, ma presenti?

“Del resto, l’amore accade proprio tra sconosciuti, fra estranei impazienti di forzare il confine. Accade fra persone che si fanno paura.”

Le assaggiatrici è un romanzo intenso, una lettura non semplice per le molte questioni morali e storiche sollevate dall’autrice che, con uno stile incisivo e ricercato che nulla ha da invidiare ai grandi narratori stranieri, scardina ogni nostra certezza costringendoci a riflettere, che è esattamente lo scopo che dovrebbe prefiggersi ogni libro che si proponga di affrontare un argomento tanto complesso. Consigliatissimo, non lasciatevelo sfuggire.

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Mio fratello rincorre i dinosauri

Questa non sarà una vera e propria recensione, perché credo che alcuni libri non possano essere recensiti. Quando un romanzo riesce a farti sorridere, a commuoverti e a farti riflettere al tempo stesso, tutto ciò che puoi fare è cercare di metabolizzare le emozioni che ti ha lasciato e provare a raccontarle.

Il libro di cui sto parlando è “Mio fratello rincorre i dinosauri” (Einaudi, 2016) di Giacomo Mazzariol. Ammetto che, all’inizio, mi sono approcciata a questo romanzo con un po’ di scetticismo, temendo che il giovanissimo autore (appena diciannovenne) stesse tentando di lucrare sulla propria storia personale e, al contempo, che il suo stile ricalcasse quello di certa pessima letteratura contemporanea. Mi è bastato leggere qualche capitolo, però, per ricredermi del tutto.

Mio fratello rincorre i dinosauri “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol

La trama ruota attorno alla famiglia di Mazzariol, una famiglia composta dai suoi genitori, le sue due sorelle e da Giò, suo fratello, un fratello molto speciale.

Giacomo aveva cinque anni quando i suoi genitori gli annunciarono di aspettare un altro bambino, e la sua reazione era stata a dir poco entusiastica. Finalmente il numero di uomini in famiglia avrebbe pareggiato quello delle donne, finalmente lui avrebbe avuto un fratellino a cui insegnare ad andare in bicicletta, ad arrampicarsi sugli alberi e, perché no, a corteggiare le ragazze.

Quando, qualche settimana più tardi, i suoi genitori gli dissero che il bambino sarebbe stato “speciale”, la sua fervida immaginazione lo portò a fantasticare sull’arrivo di un supereroe, veloce e agile come un ghepardo. Un bimbo con i super poteri meritava un nome altisonante, un nome importante, un nome come “Giovanni”. E fu proprio Giacomo a scegliere il nome per il nascituro, e a comprare per lui un peluche a forma di ghepardo prima ancora che nascesse.

Alla nascita di Giò, però, il bambino che Giacomo si trovò davanti non era esattamente quello che aveva immaginato: aveva grandi occhi dal taglio orientale, una bocca larga larga, la testa piatta e degli strani piedini.

Col passare del tempo, a Giacomo divenne subito chiaro che suo fratello era “speciale”, ma non nel senso che lui aveva creduto di poter dare a questo termine. Giò era molto lento, aveva difficoltà a camminare e parlare, non si poteva certo dire che avesse un in’intelligenza fuori del comune e, questo era poco ma sicuro, non avrebbe mai potuto scalare un albero o salire su una bicicletta, né tantomeno pensare alle ragazze.

Ben presto, Giacomo scoprì che suo fratello non era l’unico ad avere quei problemi, e che l’insieme delle sue stranezze aveva un nome, un nome che conteneva una parola straniera: sindrome di Down.

Insomma mi capitava spesso di prendere in mano uno dei libri che mamma lasciava in giro, giusto per balbettarne il titolo, passare un dito sulla carta, o a volte annusarne l’odore. Per questo motivo mi accorsi di quello (…) Lessi l’autore, uno straniero, e il titolo, che conteneva anch’esso una parola straniera, e che quella parola era straniera lo sapevo perché c’era la lettera w (…) La parola era Down (…) Prima di quella c’era la parola sindrome. Non sapevo cosa volesse dire sindrome, non sapevo cosa volesse dire Down. Lo aprii e, come accade quando ci sono delle pagine più spesse, il libro si spalancò su una fotografia. Sgranai gli occhi. E’ Giovanni, pensai.  

Se durante l’infanzia la malattia di Giò era stata una continua scoperta e una fonte di preoccupazione, durante l’adolescenza Giacomo aveva cominciato a vergognarsi di quel fratellino così anomalo, aveva iniziato a parlare della sua famiglia omettendo il nome di Giò e a comportarsi come se, oltre a lui, i suoi genitori avessero avuto soltanto altre due bambine.

Nonostante i sensi di colpa che lo attanagliavano, Giacomo non riusciva a parlare ai suoi amici di Giò per timore di perderli, per paura di diventare un emarginato. Le parole di sua madre, che lo esortava a vivere l’amore come una scelta, a scegliere ogni giorno di amare Giò con tutti i suoi problemi, continuavano a risuonargli nella testa, ma l’adolescenza è un’età difficile e sarebbero passati anni prima che Giacomo riuscisse non solo ad accettare Giò, ma anche a capire quale straordinaria ricchezza rappresentasse l’avere accanto un fratello come lui.

Il romanzo nasce proprio dalla maturazione di Mazzariol, dalla voglia o forse dall’esigenza di raccontare al mondo che il suo iniziale rifiuto verso il fratellino è stato umano, ma stupido, perché non c’è niente di più bello che condividere le giornate con un tornado di spontaneità, amore, ingenuità e tenerezza, con un tornado di nome Giò, che a volte complica le cose, ma che ha un sorriso irresistibile, un sorriso che va da un orecchio all’altro.

Giacomo sa che i ragazzi affetti dalla sindrome di Down, purtroppo, presentano spesso altre patologie soprattutto cardiache, sa che non è detto che la loro vita sia lunga, sa che sicuramente non sarà normale e ha l’assoluta certezza di non volersi perdere nemmeno un istante degli anni che gli restano insieme a Giò.

Intanto c’era un sacco di vita davanti. Mia, sua, insieme. Soprattutto insieme. Andare in giro con Giovanni era la cosa che più mi rendeva felice, era come camminare con una giornata di sole in tasca. Non avevevo più paura del giudizio di nessuno e stavo imparando a non giudicare troppo in fretta

“Mio fratello rincorre i dinosauri” è in primis un romanzo d’amore. Non si parla di amore nel senso più comune del termine, certo, ma dal mio punto di vista il libro non è altro che una lunga e commovente dichiarazione d’amore che l’autore ha voluto dedicare alla sua famiglia e, naturalmente, al piccolo Giò, che oggi ha 13 anni.

Alla fine del romanzo (ve ne parlo perché è cosa risaputa e quindi non temo lo spoiler) è possibile leggere alcune delle pagine più toccanti dell’intero romanzo: si tratta dei capitoli in cui Mazzariol racconta la genesi di “The simple interview”, un corto da lui caricato su youtube nel 2015 per far felice Giò, e che inaspettatamente aveva raggiunto milioni di visualizzazioni nel giro di poche settimane, facendo sì che il “caso” Mazzariol facesse notizia e che a Giacomo venisse in mente l’idea di scrivere un libro. Bene, io ho commesso il fatale errore di guardare “The simple interview”in metropolitana, un attimo dopo aver finito di leggere il romanzo. Parlo di errore perché il video è semplicemente meraviglioso, e a stento sono riuscita a trattenere le lacrime; eppure, a un certo punto, mi sono resa conto che le emozioni che provavo erano in contrasto tra loro, perché avrei voluto piangere, ma continuavo a sorridere. Sorridevo perché Giacomo è riuscito a esaudire uno dei desideri del fratellino, montando un breve video in cui inscena un colloquio di lavoro (una delle tante esperienze che, forse, Giò non vivrà mai per davvero) e pone al fratello una serie di domande, alle quali danno risposta dei brevi spezzoni della vita quotidiana di Giò, dai quali si evincono immediatamente la genuinità della famiglia Mazzariol e, al contempo, la dolcezza di questo piccolo “ghepardo”, la sua allegria contagiosa, la sua energia, il suo essere “un sole in tasca”.

“Mio fratello rincorre i dinosauri” è una piccola perla, e non immaginate che si tratti di un libro triste, pesante, pervaso dal vittimismo e dall’autocommiserazione. Al contrario, passerete delle ore piacevolissime in compagnia di una stupenda famiglia tenuta insieme dall’amore e dall’accettazione, e scoprirete che gli argomenti affrontati sono tanti e che l’autore riesce a trattarli tutti con una schiettezza, un’ironia e una leggerezza che vi conquisteranno. Un plauso, infine, va al Mazzariol scrittore, perché il suo lessico, le sue scelte stilistiche e la sua consapevolezza narrativa mi hanno piacevolmente stupita e mi fanno pensare che abbia un grande futuro davanti a sé.

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Stranger things-edizioni estemporanee

Edizioni Estemporanee, casa editrice specializzata nella pubblicazione di saggi a tema serie tv, ha da poco pubblicato un volumetto dal titolo “Stranger things-Ricordi dal sottosopra” dedicato allo show campione di incassi di Netflix, approdato sugli schermi appena un paio di anni fa e già diventato un vero e proprio prodotto cult.

Cover
“Stranger things-Ricordi dal sottosopra”, Edizioni Estemporanee

Il libro, scritto da Simona Arizia, Valerio Di Paola e Giada Fioravanti ci racconta i segreti delle prime due stagioni della serie ideata da Matt e Ross Duffer.

Il saggio è diviso in capitoli, che affrontano diversi argomenti:

 “Non si esce vivi dagli anni Ottanta” è un’interessantissima disamina dei più significativi rimandi, cinematografici e letterari, percepibili dietro le scene e i personaggi della serie. Naturalmente, i riferimenti più rilevanti sono Steven Spielberg e l’indiscusso Re del brivido, Stephen King. 
 In “Chi ha paura del Demogorgon” gli autori indagano su quale sia il genere in cui è possibile inserire Stranger things (no, la risposta non è affatto scontata) e ragionano sul suo impianto narrativo.
 In “Qualcuno da portare al ballo” ci si sofferma sull’importanza del cast per la riuscita di una serie tv per poi passare ad analizzare nel dettaglio le caratteristiche di ciascuno dei personaggi di punta dello show, sottolineando i punti di forza che li hanno resi indimenticabili. Un posto di rilievo occupa, naturalmente, Eleven, straordinaria bambina dotata di poteri paranormali magistralmente interpretata dalla giovanissima Millie Bobby Brown.
 “Giustizia per Barb” prende spunto dalla frase (con relativo hashtag) che ha preso massicciamente piede online dopo la fine della prima stagione regalando una “seconda vita” a un personaggio in fondo del tutto marginale all’interno della serie. Gli autori, partendo da questo input, mettono in luce i cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nella fruizione dei prodotti televisivi. Il successo di uno show si decide sempre di più sul web, dove gli utenti commentano, condividono e addirittura creano nuovi prodotti multimediali (meme, video) con l’intento di sostenere determinati personaggi, dare corpo a teorie sugli sviluppi della trama e così via. Uno dei rischi di questa “transmedializzazione” è quello di veder sfumare i confini tra realtà e fantasia, identificando a tal punto il personaggio con l’attore che lo interpreta da non riuscire più a scindere le due cose. Un esempio di questo “problema” è l’enorme successo che ha travolto, e rischia di ingabbiare nei panni del suo personaggio, la tredicenne Millie Bobby Brown: i suoi 17 milioni di fan su Instagram sono davvero interessati alla sua vita o sperano di cogliere un riflesso del bagliore emanato da Eleven?

“Stranger things-Ricordi dal sottosopra è un saggio dettagliato e curato nei minimi dettagli, che può essere apprezzato tanto da chi abbia amato la serie alla follia, quanto da chi voglia documentarsi su uno dei fenomeni cult più “esplosivi” degli ultimi anni. Naturalmente, per sua natura il testo è pieno di spoiler, quindi ne raccomando la lettura solo a chi abbia già visto la serie, o sia interessato ad essa unicamente come fenomeno di costume e quindi non tema di scoprire qualcosa di troppo. Io, che ho amato la prima stagione e avrei voluto qualcosa di più dalla seconda, ho trovato la lettura di questo volumetto estremamente piacevole e ho apprezzato soprattutto la parte dedicata agli anni Ottanta, che mi ha aiutata a dare un nome e una connotazione precisa aquegli “echi”, soprattutto spielberghiani e kingiani, che avevo percepito sottotraccia e ai quali ho potuto dare un nome. Consigliatissimo.

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La figlia sconosciuta

Francesca ha trentacinque anni, un bel lavoro in una casa di moda milanese e una famiglia apparentemente felice formata da Luca, suo marito, e dai loro due adorabili bambini. La vita di questa bella ragazza dal viso d’angelo, però, è tutt’altro che perfetta: Francesca è infatti tormentata da un passato difficile segnato dall’assenza del padre, un pittore egoisticamente e crudelmente concentrato sulla sua arte, e dall’incapacità delle donne della sua famiglia di origine di esternare i propri sentimenti. La solitudine e la frustrazione che la protagonista si porta dentro sembrano ribollire sotto la superficie di un’esistenza organizzata nei minimi dettagli e ravvivata dall’arrivo di una promozione al lavoro e di un uomo, Matteo, che la fa sentire improvvisamente libera e disinibita. Le ferite più profonde, però, non si cancellano così facilmente, e la figura oscura e talvolta, almeno verbalmente, spietata del padre si fa sempre più ingombrante e opprimente.

Cover "La figlia sconosciuta"
“La figlia sconosciuta” di Sara Recordati

“La figlia sconosciuta” ci conduce dritti nel vortice dei pensieri di Francesca, che racconta la sua storia in prima persona alternando scene di comune vita quotidiana (problemi sul lavoro, difficoltà nella gestione dei figli, attimi di vita di coppia e così via) a flashback sul suo passato e sugli episodi che l’hanno portata a sviluppare una sensibilità particolarissima e una grande fragilità interiore. Per lei il periodo della prima infanzia, quel momento delicatissimo durante il quale il bambino ha un costante bisognoso di attenzioni e di approvazione, si è trasformato in un percorso a ostacoli che l’ha vista chiudersi sempre più in se stessa nel tentativo di non disturbare e non irritare quell’uomo che tendeva a scaricare tutte le sue frustrazioni su di lei e sul fratello e a trascurare la famiglia in nome di un’arte che loro rispettavano, certo, ma che erano troppo piccoli per capire. Crescendo, le insicurezze aumentano e Francesca si trincera dietro la cura dell’aspetto fisico, il lavoro e l’autolesionismo per proteggersi e impedirsi di andare in pezzi. Eppure in lei continuano a convivere e coesistere due donne diverse: una è Chicca, la moglie e mamma in carriera che cerca di far quadrare i conti di un’esistenza sospesa tra il desiderio di fare carriera e quello di prendersi cura dei figli; l’altra è Francy, una donna sensuale, una femme fatale dei giorni nostri che rincorre emozioni forti e l’adrenalina che scaturisce da tutto ciò che è proibito.

Il carattere e la psicologia di Francesca sono ben descritti, ed è facile per il lettore immedesimarsi in lei pur non avendo vissuto le sue stesse esperienze. Gli altri personaggi, pur facendo da sfondo narrativo rispetto alla centralità delle emozioni e delle riflessioni della protagonista, conservano una loro personalità e delle peculiarità che li rendono ben riconoscibili e credibili.
Un plauso allo stile dell’autrice che riesce a mantenersi piacevole e scorrevole tanto quando racconta episodi di vita banali, tanto quando invece si addentra nella trattazione di tematiche difficilissime quali la depressione o l’autolesionismo, e lo fa senza mai diventare didascalica o sconfinare nel patetico. Forse in alcune parti avrei preferito un po’ di sano “show, don’t tell”, ma in questo caso anche lo stile dal piglio decisamente descrittivo scelto dalla Recordati non annoia e, anzi, trascina il lettore.

“La depressione è quella cosa lì, informe, che ti agguanta giorno dopo giorno, a partire da quando sei troppo piccolo per rendertene conto. E non ti lascia vivere. Cioè, vivi ma non sei tu. Sei minuscolo e rannicchiato in un angolo, spaventato, osservi con stupore quell’altro che attraversa la tua vita.”

Accanto ad argomenti così complessi, la Recordati ne affronta anche altri di uguale importanza e di grande attualità nell’Italia di oggi. Mi riferisco, in particolare, alla condizione della donna nel contesto lavorativo, dove spesso una ragazza è costretta a scegliere tra il desiderio di maternità e la voglia di intraprendere una carriera che vada oltre le mura del suo ufficio. Francesca, non a caso, comincia la sua narrazione proprio esternando i timori relativi al reinserimento in azienda dopo la lunga assenza dovuta a una gravidanza che, naturalmente, le è stata fatta notevolmente pesare dai suoi datori di lavoro.

“Ma dentro di me penso alla fatica dei mesi passati. All’angoscia di non farcela. Alla paura di dover rinunciare a un lavoro che amo. Alle notti trascorse a piangere vicino al povero Luca che a malapena riusciva a consolarmi.”

Consiglio la lettura a chi ama i romanzi molto introspettivi, ma anche a chi non disprezza il romance e le storie che ruotano attorno a drammi familiari. Il finale vi lascerà decisamente a bocca aperta.

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Il salto, elegia per un amico

Il dolore che porto con me ora, è che a volte si attenua senza preavviso, non è il suo.
Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno

Il salto di Sarah Manguso, pubblicato da NNEditore, mi ha attratta per lungo tempo dagli scaffali delle librerie, ma mi sono decisa a leggerlo solo pochi giorni fa. La tematica che il libro affronta, infatti, è particolarmente difficile e dolorosa, e per me che ancora tento, giorno dopo giorno, di sopravvivere a un lutto che mi ha devastata, la lettura di questo romanzo è stata come fare un salto dentro l’abisso.

Cattura
“Il salto” di Sarah Manguso, edito NN Editore.

Pagina dopo pagina, mentre la Manguso sviluppava la sua “Elegia per un amico”, mi sono sentita come se stessi riaffrontando insieme a lei tutte le fasi che si accompagnano alla perdita di una persona amata: negazione, rabbia, sofferenza, rimpianto, rimorso, nostalgia, egoismo. Sì, egoismo, perché l’autrice arriva a provare il desiderio, perfettamente umano eppure terribilmente disumano, che al posto del suo Harris ci fosse qualcun altro, che fosse possibile sacrificare la vita di un’altra persona pur di riaverlo accanto.

A volte vorrei che fosse morto qualcun altro – tipo quelli che si piazzano davanti alle porte della metro quando si aprono o che buttano a terra i gusci di noccioline. Il pensiero arriva come un lampo – posso riportarlo in vita!

Sarah ha perso il suo migliore amico, la persona che per dieci anni le era stata accanto in tutti i momenti più importanti della sua vita, quella con cui aveva vissuto un rapporto intenso come l’amore, ma del tutto platonico. Era con lui quando, da ragazza, passava da una casa all’altra e cercava la sua strada nel mondo dell’editoria e del giornalismo, era con lui il giorno in cui, con incredulità mista a sgomento, aveva osservato le Torri Gemelle mentre crollavano come fossero fragili castelli di sabbia, era con lui che condivideva la passione per la musica.
Eppure, non era con lui quando aveva deciso di farla finita, gettandosi sotto la metropolitana di New York. Alcuni anni prima, Harris aveva cominciato a manifestare delle gravi crisi psicotiche e ad assumere farmaci carichi di effetti collaterali, tra i quali il peggiore era l’incapacità di star fermo, di controllare il proprio corpo, di rimanere “dentro la propria pelle”. La stessa autrice non si vergogna di dichiarare di aver sofferto di queste crisi in prima persona, e di aver sperimentato le stesse, devastanti, sensazioni che a suo parere hanno spinto Harris al suicidio. Le sue crisi erano state “solo” tre, eppure erano bastate perché l’uomo prendesse coscienza del suo problema e, dopo essersi recato di sua spontanea volontà in ospedale, decidesse di andare incontro al proprio destino: negli occhi soltanto le luci di un treno, nel cuore soltanto la voglia di liberarsi dal male che lo possedeva.
Al momento della morte di Harris, Sarah si trovava in Italia con il futuro marito, e non aveva contatti con lui da circa un anno. Il senso di colpa per questa prolungata assenza, la consapevolezza di essersi persa un anno intero in compagnia di Harris, l’idea che qualcun altro abbia potuto godere di quell’intimità da loro condivisa così a lungo e a cui lei si era sentita in diritto di rinunciare per ben dodici mesi, tutti questi sentimenti la perseguitano e la tormentano.

Com’è possibile minacciare l’intimità? Non è una sostanza tangibile, come il carbone o l’oro, mi rimprovera un amico. Invece sì, lo è, e me la sono persa per tutto l’anno scorso, e ora non ce n’è più

La tortura più grande, però, rimane quella di non sapere in che modo Harris abbia trascorso le dieci ore intercorse tra la fuga dall’ospedale e la scelta di compiere il suo ultimo “salto”. Il romanzo nasce proprio dall’idea di ricostruire quelle misteriose dieci ore, di interrogarsi su ciò che potrebbe essere accaduto, ma Sarah ha gradualmente visto quella che avrebbe rischiato di trasformarsi in una trama artificiale costruita su fantasiose ipotesi trasformarsi in uno sfogo a cuore aperto, nel tentativo disperato di esorcizzare un dolore che il tempo non riesce a lenire.
Il salto è un libro che mi è entrato dentro, mi ha fatta sentire svuotata, mi ha fatto provare la piacevole sensazione di non essere sola nel mio dolore, di sapere che al mondo c’è chi, come me, dopo anni sta ancora male come il primo giorno e non riesce a venirne fuori. Al tempo stesso, le parole di Sarah hanno portato alla luce pensieri e considerazioni che non avevo avuto il coraggio di confessare nemmeno a me stessa. Il salto, però, ha anche fatto riaffiorare i pensieri che mi attraversavano la mente quando, per fortuna ormai qualche anno fa, io e il mio migliore amico abbiamo smesso di parlarci per un anno, esattamente come Sarah ed Harris, e io non facevo che ripetermi “se dovesse succedergli qualcosa, e io avessi perso la possibilità di passare un anno insieme a lui, non potrei mai perdonarmelo”.
Queste sono le motivazioni per cui questo romanzo mi ha scossa nel profondo e per le quali, probabilmente, non sono poi così obiettiva nel giudicarlo. Posso solo dirvi che io l’ho amato moltissimo e che non vi ritroverete a leggere una storia lacrimevole, il lamento di una donna che si piange addosso, ma un sofferto viaggio a ritroso tra i ricordi condotto da una voce narrante secca, matura, che si interroga sul senso della vita e sfida l’irrazionalità della morte.
La narrazione unisce il passato al presente. Flashback isolati, frammentari, leggibili come fotografie inserite in un album, istantanee di un’amicizia la cui forza noi lettori riusciamo a comprendere solo in parte, si alternano a momenti in cui il focus si sposta sul presente dell’autrice. La sua vita attuale è fatta di lavoro, scrittura e matrimonio, eppure, nonostante siano passati quasi dieci anni dalla morte di Harris, lei sente il bisogno di mettere per iscritto la loro storia, come se questo potesse aiutarla a liberarsi da un fantasma che la ossessiona e, nello stesso tempo, a tenere in vita una parte di lui.

Quello che non riesco ad accettare non è la morte di Harris, ma che non sia più vivo