Recensioni, Romanzi

Less – Andrew Sean Greer

Finalmente, dopo una pausa fin troppo lunga, torno con una nuova recensione! Oggi voglio parlarvi della mia ultima lettura: Less di Andrew Sean Greer, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2018.

La trama del romanzo in breve (dalla scheda del libro): Problema: sei uno scrittore fallito sulla soglia dei cinquant’anni. Il tuo ex fidanzato, cui sei stato legato per nove anni, sta per sposare un altro. Non puoi andare al suo matrimonio, sarebbe troppo strano, e non puoi rifiutare, sembrerebbe una sconfitta. Sulla tua scrivania intanto languono una serie di improbabili inviti da festival ed editori di tutto il mondo. Domanda: come puoi risolvere entrambi i problemi? Soluzione: accetti tutti gli inviti, se sei Arthur Less. Inizia così una specie di folle e fantasioso giro del mondo in 80 giorni che porterà Less in Messico, Francia, Germania, Italia, Marocco, India e Giappone, riuscendo a frapporre migliaia di chilometri tra lui e i problemi che si rifiuta di affrontare. Cosa potrebbe andare storto? Tanto per cominciare, Arthur rischierà di innamorarsi a Parigi e di morire a Berlino, sfuggirà per un pelo a una tempesta di sabbia in Marocco e arriverà in Giappone troppo tardi per la fioritura dei ciliegi. In un giorno e in un luogo imprecisati, Less compirà i fatidici cinquant’anni: questa seconda fase della vita gli arriverà addosso come un missile, trascinando con sé il suo primo amore e anche l’ultimo.

“Less” di Andrew Sean Greer, edito La nave di Teseo.

Aspettative su questo romanzo? Altissime. Delusione? Parecchia. Attenzione, non posso dire che non mi sia piaciuto, perché si è comunque rivelato una lettura gradevole e leggera, ma di certo non mi ha lasciato granché e non diventerà mai uno dei miei libri del cuore. Perché? Innanzitutto ho avuto enormi difficoltà a empatizzare col protagonista, la cui storia viene raccontata dalla voce di un narratore la cui identità sarà svelata solo nelle ultime pagine e che mi è sembrato tremendamente anonimo e amorfo. So che in parte questo è voluto, e che Less è un personaggio che fin dal cognome non pretende di essere niente di eccezionale, che è sempre “da meno” degli altri e che vive una vita ordinaria, però…probabilmente sarebbe bastato poco per conferirgli quel minimo di personalità in più che non avrebbe certo guastato.

Le sue peregrinazioni lo portano a incontrare culture e persone diversissime da lui, eppure non sembra trarne nessun insegnamento, concentrato com’è sui ricordi e sulle mille paranoie che affollano la sua mente. Il viaggio diventa più una scusa per una serie di siparietti comici (la preparazione della valigia con un vestito per ogni paese, le difficoltà con le lingue e così via) che mi hanno strappato un sorriso, sì, ma non mi rimarranno certamente impressi. Più interessanti sono alcune riflessioni dal sapore agrodolce sui temi dell’amore e della vecchiaia, che però a parer mio sono rese un po’ meno credibili dal contesto entro il quale sono state inserite. Se infatti è plausibile che un personaggio si interroghi su queste tematiche o che magari ne parli con un amico nel corso di un confronto piuttosto “intimo”, è meno realistico pensare che un conoscente, incontrato per caso durante una festa nel corso di un viaggio, prenda da parte il personaggio per fargli lunghi discorsi sulla vita, sui sentimenti e sulla difficoltà di accettare l’avanzare dell’età.

“Ma sappiamo benissimo che il grande amore della vita non esiste. L’amore non è una cosa estrema come quella (il colpo di fulmine). E’ portare fuori il cazzo di cane così l’altro può continuare a dormire, è fare la dichiarazione dei redditi, è pulire il bagno senza prendersela. E’ avere un alleato nella vita. Non è fuoco né fiamme né fulmini.”

La cosa forse più interessante e apprezzabile del romanzo è la “normalizzazione” dell’omosessualità. Arthur vive le sue storie e le racconta senza alcun vittimismo, senza concentrarsi su problematiche come la discriminazione o il bullismo, con la stessa naturalezza con cui, di solito, vengono raccontate le storie eterosessuali, e trovo che questo dia un messaggio molto forte e molto positivo ai lettori. Altro elemento vincente è sicuramente lo stile dell’autore, capace di spaziare tra più registri (serietà, comicità, lirismo) e più linguaggi senza mai perdere di efficacia. Leggere Less mi ha permesso, se non altro, di vivere un primo approccio con uno scrittore di cui intuisco il grande talento, per cui sicuramente leggerò altro di Greer.

Giudizio complessivo? Direi 3/5 stelline.

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Non fiction, Recensioni, Romanzi

L’avversario – Emmanuel Carrère

Fino a poche settimane fa, conoscevo Emmanuel Carrère solo di fama, ma non avevo mai letto niente di suo. Per questo motivo, quando il mio club di lettura ha scelto come libro del mese di marzo L’avversario, non avevo idea di cosa aspettarmi. Sapevo soltanto che si trattava di un libro che poco aveva a che fare con la fiction e che l’idea di Carrère era quella di scrivere un romanzo-verità, sulla falsa riga di A sangue freddo di Truman Capote.

La curiosità era tanta, ed ero abbastanza certa che si trattasse di un bel libro, vista la fiducia praticamente sconfinata che ripongo nel catalogo Adelphi. Le mie aspettative, ancora una volta, non sono state disattese.

“L’avversario” di Emmanuel Carrère, Adelphi.

Il libro ruota attorno alla controversa figura di Jean-Claude Romand, che nel gennaio 1993 uccise, apparentemente senza motivo, i figlioletti di 5 e 7 anni, la moglie, i genitori e l’amatissimo cagnolino. Dopo aver sterminato la sua famiglia, Romand ingurgitò un’elevata dose di barbiturici e appiccò il fuoco alla casa, deciso a togliersi la vita. Il tentato suicidio, tuttavia, non andò a buon fine, dato che l’uomo fu prontamente tratto in salvo dai vigili del fuoco. Dopo aver lasciato l’ospedale, il reo confesso Jean-Claude Romand divenne il protagonista di un vero e proprio caso mediatico e il processo a suo carico, iniziato nel giugno del ’96, attirò l’attenzione di giornalisti, psichiatri e… Scrittori. Tra questi, vi era proprio Emmanuel Carrère che, spinto dalla voglia di raccontare l’uomo dietro il mostro, di scandagliare le profondità dell’animo umano alla ricerca delle ragioni che possono portare un rispettabile padre di famiglia a trasformarsi in un folle pluriomicida, decise di scrivergli una lettera per chiedergli il “permesso” di raccontare la sua storia.

“Non credo che esistano tanti modi per rivolgersi a un uomo che ha ucciso moglie, figli e genitori, ed è ancora in vita. A posteriori, però, mi rendo conto di averlo preso subito per il verso giusto scegliendo quella gravità compassata e compassionevole, vedendo in lui non un uomo che ha fatto qualcosa di agghiacciante, ma un uomo al quale è accaduto qualcosa di agghiacciante, vittima sventurata di forze demoniache.”

La missiva, recapitata nell’agosto del ’93, non riceverà una risposta fino al settembre del ’95 quando l’autore aveva ormai messo da parte l’attrazione che quella vicenda aveva esercitato su di lui (per la quale provava una certa vergogna), scegliendo di tornare alla fiction con La settimana bianca. E sarà proprio l’amore provato per questo romanzo a spingere Romand a fidarsi di lui e ad avviare un’intensa conversazione epistolare che accompagnerà lo svolgimento del processo, cui Carrère sceglierà di assistere.

Trattandosi di un fatto realmente accaduto, non temo di fare spoiler raccontandovi ciò che emerse dalle indagini e dalle dichiarazioni di Romand. Fin da ragazzo, il giovane Jean-Claude era stato piuttosto chiuso, taciturno e fortemente incline alla depressione. Se l’era sempre cavata bene con lo studio, il che lo portò a iscriversi alla facoltà di medicina dell’università di Lione. Qui avrebbe studiato anche Florence, lontana cugina di cui Jean-Claude era da tempo invaghito e che pochi anni dopo avrebbe finalmente conquistato e sposato. Dalla loro unione sarebbero nati i piccoli Antoine e Caroline. La vita dei coniugi Romand sembrava procedere per il meglio. Jean-Claude adesso aveva una bella moglie, due bei bambini, tanti amici, un mucchio di denaro e un prestigioso lavoro come ricercatore per l’OMS. Cosa chiedere di più? Beh, che tutto ciò fosse vero. Sì, perché in realtà Jean-Claude Romand, per un banale imprevisto, non aveva mai sostenuto l’esame di ammissione al secondo anno di medicina. Da quel momento in poi, la sua intera esistenza si era trasformata in una menzogna. Non avendo avuto il coraggio di confessare ai genitori il suo fallimento, Romand aveva finto di laurearsi, specializzarsi e ottenere un impiego di cui loro sarebbero stati fieri mentre, millantando influenti contatti all’estero, convinceva familiari e amici ad affidargli i risparmi di una vita, che sarebbero stati depositati su conti svizzeri e saggiamente amministrati sotto la sua supervisione. Quello che nessuno poteva immaginare è che Romand impiegasse quel denaro per mantenere il suo elevato tenore di vita, e che ne dilapidare una parte sostanziosa in cene, viaggi e costosi regali per la sua amante. Corinne, questo il nome della donna, ebbe una lunga relazione con Romand, e rischiò di trasformarsi nell’ennesima vittima della sua follia. L’uomo, infatti, la assalì e tentò di strangolarla subito dopo aver sterminato la sua intera famiglia.

La vera domanda, a questo punto, è: cosa scatenò la follia omicida di Romand? La risposta è la paura. Quando l’uomo si rese conto che il fragile castello di carte che aveva costruito sulle menzogne e che aveva retto per ben diciotto anni stava cominciando a cedere e che alcune persone, tra cui i suoceri e l’amante, cominciavano a nutrire dei sospetti e a chiedere la restituzione di quel denaro che lui aveva già sperperato, il terrore di essere scoperto lo spinse ad agire nel più brutale dei modi. Satana, l’Avversario, sembrò impadronirsi di lui, di un uomo qualunque che, incapace di sopportare il peso del giudizio altrui, preferì macchiarsi di crimini atroci.

L’avversario è un libro che mette i brividi. Non tanto, e non solo, per l’efferatezza degli omicidi (la descrizione della morte dei bambini è la cosa meno cruenta e più impressionante che io abbia mai letto), ma soprattutto per il modo in cui Carrère scava nella mente dell’assassino. Romand è un uomo chiaramente disturbato, eppure durante il processo mantiene una lucidità e una freddezza che, ancor più di tutto il resto, lo rendono terrificante. Siamo di fronte a un mostro che ha commesso un crimine orribile, dal quale prende quasi le distanze parlando di ‘tragedia’ e di ‘lutto’, quasi che lui non ne fosse responsabile. Un mostro, sì, che appare insensibile di fronte alla morte dei suoi bambini, ma crolla a terra in lacrime se solo si osa nominare uno dei suoi defunti cani, devastato dai ricordi. Ciò che spaventa, nella figura di Jean-Claude Romand, è la sua ambivalenza, la sua capacità di essere “l’uomo della porta accanto” e, al contempo, di gestire una seconda vita del tutto privata, fatta di truffe, inganni e tradimenti. Ciò che fa riflettere, è l’idea che da una piccola bugia detta quasi a fin di bene da un ragazzo qualunque, possa scaturire una catena inarrestabile di eventi nefasti, culminati in un efferato delitto. Chiudendo L’avversario, a lettura finita, il lettore si ritrova con un grosso groppo alla gola e mille domande per la testa. Come ha fatto? Com’è possibile che nessuno gli abbia mai telefonato in ufficio o negli alberghi in cui diceva di trovarsi e non abbia scoperto che invece girovagava da solo per la città o nei boschi? Com’è possibile che la moglie non abbia mai guardato il loro estratto conto? Com’è possibile che nessuno tra gli amici di Romand, nemmeno il suo collega e vicino Luc, che lo conosceva meglio di chiunque altro, abbia mai capito nulla?

Sembra incredibile, forse lo è, eppure è accaduto. E questo ci spinge a chiederci: le persone che ci circondano sono davvero ciò che dicono di essere? Il libro, però, non ci mostra un solo uomo tormentato, ma ne mette in scena almeno due. Se da un lato abbiamo un assassino alle prese con le proprie colpe, infatti, dall’altro abbiamo uno scrittore che affronta una duplice difficoltà: quella pratica e quella morale. Sul versante pratico, Carrère non sa come raccontare questa storia, che punto di vista assumere, cosa dire. Nel dubbio, sceglierà di essere semplicemente se stesso e di raccontare ciò che avvenne dalla sua prospettiva privilegiata di osservatore diretto. Sul versante morale, la difficoltà dello scrittore nasce dall’ambivalenza del suo rapporto con l’imputato. Carrère infatti prova quasi pietà per lui, per la sua paura, per il suo errare senza meta fingendo di essere al lavoro, per il suo vivere nell’ansia e nell’angoscia di essere scoperto. Una pietà, la sua, che si accompagna a quella che sembra una punta di ammirazione per la sua capacità di mimetizzarsi e scomparire dentro la sua stessa vita. Questi sentimenti fanno chiaramente a pugni con la consapevolezza di avere di fronte un assassino e con il senso di colpa verso le vittime. Non a caso, quando in tribunale si troverà faccia a faccia con la madre di Florence, lo scrittore avvertirà con chiarezza il peso della posizione che ha scelto di assumere.

Io non avevo scritto a lei o ai suoi, ma all’uomo che aveva distrutto le loro vite. Era a lui che riservavo le mie attenzioni, perché volevo raccontare quella storia e per me era la sua storia. Andavo a pranzo con il suo avvocato. Stavo dall’altra parte della barricata.

Vi ho già raccontato tanto, eppure leggendo L’avversario vi renderete conto di avere ancora moltissime cose da scoprire e moltissimi interrogativi da porvi. Questo libro non è il mero racconto di un terribile fatto di cronaca nera, non è un resoconto giornalistico e non vuole, né può, darci risposte o facili giudizi sull’accaduto. Carrère non è un investigatore né un avvocato, ma solo un essere umano che, con tutte le sue difficoltà e debolezze, osserva e studia un altro essere umano, chiedendosi quale possa essere l’origine del male e dove si collochi il labile confine che lo separa dal bene.

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Un ragazzo d’oro

Questo romanzo è rimasto sul mio ebook reader per mesi prima che mi decidessi a leggerlo. Per quanto mi attraesse, infatti, sembrava che ci fosse sempre qualche altra lettura più urgente da fare, qualche altro libro più meritevole di attenzione. Ironia della sorte, alla fine mi sono ritrovata a divorare le sue 270 pagine nel giro di 24 ore proprio lo scorso 2 aprile, la Giornata Mondiale della sensibilizzazione verso l’autismo.

“Un ragazzo d’oro” di Eli Gottlieb

L’autismo, “lo spettro”, è il perno attorno al quale ruota l’intero romanzo. Il ragazzo d’oro del titolo è Todd Aaron, tranquillo e rispettoso lungodegente di Payton, la comunità di cura per pazienti affetti da disturbi mentali in cui vive ormai da quarantuno anni.

“Il Payton LivingCenter era il sesto posto in cui mi portava mia mamma, ma né io né lei sapevamo che ci sarei rimasto per sempre e per tutta la vita.”

La storia ci viene raccontata attraverso il punto di vista straniato e straniante dello stesso Todd, che osserva il mondo che lo circonda con lo sguardo insieme acuto e smarrito tipico di chi guarda alla realtà da una prospettiva solo apparentemente svantaggiata. Se è vero, infatti, che gli occhi di Todd non sono capaci di cogliere le tante sfumature del reale che sfuggono alla sua mente cristallizzata in un’eterna infanzia, è anche vero che il suo candore e la sua innocenza lo portano a vedere, e a raccontare, molto più di quanto riescano a vedere le persone “normali” che lo circondano.

Todd è diligente, prende sempre le sue medicine, ha un ottimo rapporto con Rayneke, l’operatrice che si prende cura di lui e che sa prevedere persino le sue scariche di volt, ed è molto curioso. Tra i suoi amici annovera il Signor B. e il Signor C., rispettivamente l’Enciclopedia Britannica e il computer, ai quali pone domande e dai quali riceve tante risposte. Un’altra passione di Todd sono le mappe sulle quali traccia, con precisione e costanza, un “fiume grigio di matita” che collega Payton alla sua città natale.

“Ho cominciato a fare la stessa cosa ogni giorno quando tornavo a casa dal lavoro e presto ho creato un fiume grigio di matita talmente scivoloso che la mano cominciava dalla villetta di Payton e poi automaticamente slittava di traverso sopra l’America e tornava a casa.”

“Casa” è il luogo in cui viveva con il padre, un uomo violento del tutto incapace di accettare le sue condizioni, il fratello, che per tutta l’infanzia lo ha bullizzato e deriso, e la madre, il suo punto di riferimento e il suo più grande amore. Della sua famiglia di origine, ormai, a Todd è rimasto solo suo fratello, un uomo impegnato e sfuggente che si limita a sostenere i costi del Payton (cosa che costantemente gli rinfaccia) e a telefonargli un paio di volte al mese, ignorando le sue insistenti richieste di poter andare a vivere con lui.

Nonostante la sua disabilità, Todd è un uomo sereno, che ha saputo adattarsi all’ambiente in cui vive e costruirsi una confortevole routine. La sua tranquillità, però, sarà ben presto turbata dall’arrivo di due persone nuove: Mike Hilton e Martine. Mike è un nuovo operatore del Payton che, come tutti gli uomini adulti, incute a Todd un certo timore, legato al ricordo del padre e delle percosse ricevute durante l’infanzia. Martine, invece, è una nuova paziente del centro, una paziente “ad alto funzionamento”, molto sveglia ed estremamente ribelle, verso la quale Todd proverà un’attrazione così forte da lasciarsi convincere ad abbandonare la retta via e smettere di prendere le sue medicine.

“Nel 1177 Lancillotto pensava che su Ginevra splendesse sempre il sole. Pensava che lei fosse pura come la neve. Pensava che fosse una persona perfetta. Pensava che forse non era mai esistito nessuno più perfetto di lei in tutta la storia del mondo. Lancillotto ne era davvero convinto. Quello era amore.”

L’incontro con questi due personaggi innescherà una catena di eventi che condurranno Todd verso lo struggente finale; per ovvi motivi, però, non voglio dirvi di più.

Un ragazzo d’oro è un romanzo di una dolcezza e di una profondità disarmanti. Todd è un protagonista di cui è impossibile non innamorarsi, per l’ingenuità e la genuinità con cui racconta al lettore il suo piccolo mondo e per la forza dei ricordi che continua a custodire e coltivare nonostante i quarant’anni passati in una comunità, in un luogo-non luogo che non somiglia alla casa in cui è cresciuto e dove sogna di poter tornare, ma che è ormai l’unica casa che conosce. Insieme ai ricordi, Todd si porta dentro l’amore, imperituro e struggente, per quella madre che non è più accanto a lui, e che suo malgrado è stata costretta a rassegnarsi all’idea di “abbandonarlo” tanti anni prima.

Eli Gottlieb ci racconta l’autismo riuscendo nel difficile intento di sensibilizzare e commuovere il lettore senza mai cedere alle lusinghe del pietismo. Un plauso va alla sua scelta di cimentarsi con una prima persona particolarmente difficile da sostenere, dal momento che riuscire a calarsi nei panni di una persona “affetta” da autismo richiede di compiere un continuo sforzo di immaginazione per riuscire a ipotizzare quali possano essere i suoi pensieri di fronte a situazioni, oggetti e persone che, a chi non rientra nello “spettro”, appaiono del tutto ordinari.

“Io non guardo mai la televisione perché va troppo veloce e sembra che dentro si conoscano già tutti tra di loro.”

Il messaggio che Gottlieb intende trasmettere è un messaggio di accettazione e di inclusione che passa proprio attraverso le parole dello stesso Todd, pronto a ricordarci delle verità alle quali forse troppo spesso, per paura, non osiamo pensare. 

“Lo spettro è talmente ampio che dentro può starci praticamente chiunque. Una persona schizzinosa nel mangiare o amante della solitudine potrebbe essere all’interno dello spettro […] Queste persone nello spettro non devono prendere medicine o essere accompagnate con il pulmino a lavorare in una mensa scolastica […] Prendono l’ascensore insieme a voi e preparano il cibo che mangiate. Magari li avete addirittura sposati.

La “normalità” è dunque un concetto relativo, e questo esclude, o dovrebbe escludere, qualsiasi forma di intolleranza verso il prossimo. Intolleranza che, insieme alla tendenza a raggirare chi è almeno in apparenza più debole di noi, è comunque ben rappresentata dai modelli negativi del romanzo, il padre di Todd e Mike Hilton.

Lasciatevi rapire da una storia che non dimenticherete facilmente, e vi troverete a vivere la vostra giornata insieme a Todd, a tifare per lui, a sperare che il ragazzo d’oro ritrovi la pace e l’amore che merita.

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Io so perché canta l’uccello in gabbia

Negli ultimi mesi ho preso l’abitudine di andare in biblioteca senza avere in mente un titolo preciso da prendere in prestito. Mi piace camminare tra gli scaffali, osservare le copertine e lasciare che mi chiamino, che i titoli evochino qualcosa e facciano scattare in me la scintilla della curiosità.

Prima di Natale, vagabondando tra i corridoi della biblioteca Venezia di Milano, mi sono imbattuta in un titolo affascinante: Io so perché canta l’uccello in gabbia di Maya Angelou. 

“Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou

In tutta sincerità, non avevo mai sentito nominare né il testo né la scrittrice, eppure è stato quasi un colpo di fulmine, sapevo di dover portare a quel libro a casa con me. Quello che non sapevo ancora era che avrei passato quasi quarantotto ore incollata alle pagine, senza rendermi conto dello scorrere del tempo, completamente rapita dal racconto dell’autrice.

Io so perché canta l’uccello in gabbia è il primo libro di memorie di una donna straordinaria, Maya Angelou, morta nel 2014 a 86 anni e ricordata non solo come poetessa e scrittrice, ma anche e soprattutto come simbolo vivente e baluardo della cultura afroamericana e della lotta contro la discriminazione e la segregazione razziale. Non a caso, nel 2011 la Angelou ricevette dall’allora presidente in carica Barack Obama la Medaglia della Libertà 2010, la più alta onorificenza civile americana. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1969 ed è tutt’ora unanimemente considerato dalla critica e dalle riviste letterarie come uno dei romanzi fondamentali del Novecento, nonché uno dei migliori mille libri di sempre. 

Il romanzo ci proietta immediatamente nell’America degli anni ’30, e si apre con l’arrivo di Maya, che allora aveva soltanto tre anni, e del suo fratellino Bailey, che ne aveva quattro, nella cittadina di Stamps. I loro genitori, emigrati nel Nord America in cerca di fortuna, hanno divorziato e hanno bisogno di riprendere le redini delle loro vite, per cui decidono di alleggerirsi del peso dei bambini affidandoli alla nonna paterna, Annie, affettuosamente chiamata Momma. Per dei bambini piccoli sentirsi rifiutati dalla propria famiglia è doloroso, certo, ma la fantasia e la creatività infantili permettono a Maya e Bailey, legati tra loro come fossero un’unica entità, di guardare al mondo che li circonda con entusiasmo; il retro dell’emporio gestito da Momma e dallo zio Willie diventa la loro casa, e il negozio, pieno di leccornie e dei più svariati oggetti, si trasforma in una sorta di parco giochi personale. Nonostante tutto, però, non è facile avere la pelle scura e crescere nel profondo sud di un’America estremamente razzista e retrograda, e se gli eroi di Maya sono gli uomini e le donne che a testa alta lavorano nei campi durante il giorno e si radunano all’emporio di sera, i suoi incubi sono popolati da mostri che assumono la forma di quelle ragazzine bianche che si arrogano il diritto di deridere la sua gente e soprattutto sua nonna, un esempio di profonda tenacia e dignità, e di quegli uomini che, nascosti sotto i cappucci del Ku Klux Klan, fanno irruzione nei possedimenti dei neri, costringendo uomini come suo zio a fuggire e a nascondersi in mezzo al letame per evitarli. Il mondo, a Stamps, si divide in bianco e nero, e la differenza è così netta che la protagonista dovrà percorrere ottanta chilometri per trovare un dentista di colore disposto a curarla, perché il medico bianco della cittadina, che pure deve delle grosse somme di denaro a Momma, preferirebbe curare un cane piuttosto che essere costretto a infilare le mani nella bocca di un nero. 

All’improvviso, però, la vita di Maya e del suo fratellino sembra prendere una piega imprevista e sorprendente: il loro papà sta venendo a prenderli, li rivuole con sé e li porterà dalla madre. Increduli, dispiaciuti all’idea di abbandonare la nonna ma eccitati dalla prospettiva di incontrare una madre che ricordano a malapena, i bambini partono alla volta di St. Louis. Ad aspettarli troveranno una donna bellissima e solare, talmente diversa dalla taciturna, non particolarmente avvenente Maya da farle quasi dubitare che, sette anni prima, una simile creatura abbia potuto donarle la vita. I mostri, però, non sono stati confinati a Stamps e non sempre hanno la pelle bianca. Stavolta, infatti, il terrore assumerà  l’aspetto di Mr. Freeman, il compagno della madre, che ruberà l’innocenza e la voce a una Maya di appena otto anni, spingendola a un mutismo che si protrarrà per anni, motivato dal disperato bisogno di espiare la colpa di essersi macchiata del terribile torto di far gola a un uomo malato. Ancora una volta la madre di Maya stabilirà che il meglio per lei sia tornare a Stamps, accompagnata da Bailey, imbronciato e deluso per essere stato strappato all’abbagliante luce emanata dalla sua mamma e dal nord per essere rispedito verso la monotonia della vita di paese. 

Entrando a Stamps, ebbi l’impressione di oltrepassare le linee di confine della cartina per poi precipitare, senza paura, oltre l’orlo del mondo. Non poteva succedere altro, perché a Stamps non succedeva mai niente. Fu in questo bozzolo che mi rifugiai

Momma, che conosce ma finge di ignorare le ragioni dell’ostinato silenzio della nipote, la accompagnerà durante la sua crescita, e così farà anche il lettore, almeno fino a quando, giunta all’età di diciassette anni e pronta per affrontare una nuova sfida decisamente impegnativa, Maya non sceglierà di interrompere il suo racconto. 

Io so perché canta l’uccello in gabbia è la coraggiosa confessione di una donna che non ha paura di raccontare l’America delle luci spente e della discriminazione, e che per farlo sceglie un punto di vista totalmente personale, calandosi in prima persona nella vicenda. Come già tanti romanzieri prima di lei, inoltre, la scrittrice guarda alla realtà attraverso gli occhi di una bambina, che non ha filtri e descrive esattamente ciò che vede. E quello che la Maya bambina vede è un mondo in cui ciò non conta ciò che sei, in cui non importa quanto tu ti sia impegnato per raggiungere un obiettivo, perché se la tua pelle ha il colore sbagliato, se stai dal lato sbagliato dell’invisibile linea di demarcazione che qualcun altro ha tracciato per te, il tuo destino è segnato. Per fare emergere questa desolante consapevolezza non è necessario che gli scontri tra bianchi e neri vengano messi in scena tra le pagine del romanzo, e non è neanche necessario che i bianchi siano evocati o ricordati troppo spesso; è sufficiente sottolineare il fatto che i bianchi non chiamino Momma “Signora”, o il fatto che le ricche donne bianche del paese si sentano in diritto di cambiare il nome delle loro domestiche nere perché  non riescono a ricordarlo, per rendere immediatamente chiaro il quadro della situazione.

I bianchi, gente che detiene un potere che non ha fatto nulla per meritare, sono bravissimi a colpire la gente di colore nell’orgoglio, a ferirla con le parole, e Maya lo scoprirà a sue spese durante una delle scene più importanti e significative del libro: la scena del diploma. Maya è la migliore studentessa del suo anno, si è impegnata, ha studiato duramente ed è raggiante all’idea di aver raggiunto il traguardo. Raggiante, sì, fino al momento in cui due bianchi salgono sul palco e con le loro parole fanno a pezzi la sua convinzione di poter cambiare vita. Nonostante lo sconforto, però, Maya scoprirà di non essere disposta ad arrendersi a un fato che sembra più forte di lei, e proprio questa sua determinazione la trasformerà nella donna che ha spinto intere generazioni di giovani a lottare per i propri diritti. Ci si potrebbe chiedere se un romanzo come questo, a quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, sia ancora attuale. La mia risposta è sì, perché se è vero che la situazione storica è cambiata, è altrettanto vero che non è poi mutata quanto si potrebbe pensare, e che nessuno ha il diritto di dimenticare ciò che è stato, permettendo che accada di nuovo.

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Il secondo ritorno

Lunedì scorso (il 12 novembre) ho avuto occasione di partecipare alla presentazione, organizzata appositamente per bookblogger e booktuber, del nuovo libro di Giuliano Gallini, “Il secondo ritorno” edito da Nutrimenti Edizioni. Quando la casa editrice mi ha contattata ho accettato l’invito con gioia, perché la trama del romanzo mi ha conquistata a prima lettura.

“Il secondo ritorno” di Giuliano Gallini, edito da Nutrimenti Edizioni

Tutta la costruzione del romanzo ruota attorno al racconto “Il ritorno” di Joseph Conrad. Lo scrittore polacco, protagonista di una delle due vicende sulle quali è imperniata la trama del libro di Giallini, visse un periodo di profonda crisi quando, nel 1897, la sua ultima fatica (“Il ritorno”, appunto) andò incontro a numerosi rifiuti da parte di diversi editori, oltre che ad aspre critiche da parte di amici e colleghi. Al testo sembrava mancare qualcosa, qualcosa di fondamentale che lo avrebbe elevato alle vette della vera letteratura, ma cosa? Il Conrad che vediamo in scena è un uomo tormentato, che sente di essere ormai costretto a muoversi solo sul terreno sicuro dell’avventurosa narrazione di viaggio, e che quasi si pente di aver osato entrare in punta di piedi nel mondo del racconto borghese, in cui la psicologia dei personaggi la fa da padrone.

“Per molti giorni la paura di non essere capace di scrivere che storie esotiche lo aveva svegliato nel pieno della notte. Non poteva accettare di essere uno scrittore di genere.”

“Il ritorno”, infatti, racconta la storia di una coppia, i coniugi Hervey, e prende le mosse dalla decisione, presa dalla moglie, di abbandonare il tetto coniugale. La donna, cui non è concesso il dono di un nome né quello di una vera personalità (è forse questo a disorientare critici e lettori?), sceglie di lasciare il marito con un biglietto, per poi pentirsene e decidere di tornare sui suoi passi, sperando che Alvan non abbia letto le sue parole e che tutta possa tornare come prima. Alvan, però, ha trovato il biglietto e lo ha letto, e per questo sottopone la moglie a un lungo e faticoso confronto, durante il quale lei non può che esprimersi a monosillabi, senza in effetti mai palesare le ragioni del suo gesto, della sua fuga. Gli Hervey vivono in un contesto sociale piuttosto asfissiante, fatto di convenzioni e di regole cui è obbligatorio conformarsi: una gabbia dorata. Non a caso Alvan, di fronte alla sparizione della moglie, non si preoccupa per lei e non si chiede dove sia finita, ma si dispera temendo che la gente possa pensar male di lui, e arriva addirittura a desiderare che la donna fosse morta, poiché essere vedovo sarebbe più onorevole che essere stato abbandonato. È dunque probabile che la donna, incapace di continuare a condurre un’esistenza così rigida e inautentica, abbia provato l’istinto di allontanarsene, salvo poi rendersi conto che, lontano da ciò che conosce e che ha rappresentato il suo unico orizzonte per più di cinque anni, non è in grado di ricostruirsi una vita. Fuori dalla gabbia, per lei, c’è il nulla. E il nulla, da sempre, ci terrorizza.

La seconda vicenda, che fa da specchio alla prima e rispetto ad essa procede in parallelo, è quella, ambientata nel 2017, che ha per protagonista Agnese, una giovane regista impegnata a mettere in scena una rappresentazione teatrale imperniata sulle vicende di Jessie e Joseph Conrad. Qualcosa nel rapporto tra i due coniugi, lontani per età e per cultura (Jessie era più giovane di ben sedici anni ed era un’umile dattilografa), la affascina al punto di decidere di portare la loro storia sul palcoscenico. La sua vena creativa, però, si sta inaridendo, piegata sotto il peso di una vita di coppia che da tempo non la soddisfa e che mette a dura prova la sua capacità di resistenza. Leo, suo marito, non pensa che al lavoro, e su di lei pende la spada di Damocle del “nuovo contratto” che lui sta per firmare, dopo il quale certamente tornerà alla carica insistendo perché mettano in cantiere un figlio, un passo che lei non si sente ancora pronta a compiere. Esasperata, anche Agnese decide di abbandonare la propria casa e l’uomo che da anni le sta accanto (da qui il titolo “Il secondo ritorno”), lasciandogli un biglietto in cui dice che è dovuta andare via e che per un po’ starà a casa di un amico. Un passo enorme questo per Agnese, che trasferitasi dal suo amico Salvo, col quale in passato c’era stato del tenero, decide frettolosamente di tornare sui suoi passi, augurandosi di arrivare a casa prima di Leo, prima che lui possa accorgersi della sua fuga e leggere quelle parole incerte scarabocchiate su un foglietto.

“Lasciare Leo significava lasciare un passato felice e una promessa di futuro; significava lasciare un mondo, non solo un uomo.”

Anche in questo caso, dunque, una donna sente di non avere più alternative, di essere costretta a vivere sotto una cappa fatta di aspettative sociali che non può o non vuole soddisfare, e prova a scrollarsela di dosso. Di nuovo, però, la donna non riesce a portare fino in fondo la propria decisione e si arrende al ritorno, alla paura dell’ignoto, al bisogno di certezze.

Autore del romanzo Giuliano Gallini Libreria Centofiori
L’autore del romanzo, Giuliano Gallini, durante la presentazione del libro presso la Libreria Centofiori di Milano.

Delle due donne del romanzo, la protagonista de “Il ritorno” e Agnese, si è discusso tanto durante l’incontro di lunedì. Le posizioni in merito erano sostanzialmente due: alcuni di noi sostenevano che la scelta di tornare sui propri passi fosse un atto di vigliaccheria, l’ammissione dell’incapacità di affrontare ciò che non si conosce, accontentandosi di rientrare nei ranghi di una quotidianità opprimente e a tratti insopportabile, eppure al tempo stesso rassicurante; altri, invece, vedevano nel ritorno la manifestazione di un’enorme forza d’animo, di quella resilienza e determinazione che spinge l’essere umano (la donna?) a lottare sempre e comunque per salvare il salvabile, per tenere in piedi ciò che è stato faticosamente costruito nel corso degli anni.

Poco fa ho scritto “(la donna?)” perché un altro dei temi forti emersi durante il dibattito è stato quello riguardante la figura femminile all’interno del romanzo. Le donne di Giallini (e di Conrad) sono donne che tornano, donne che, per paura o per inarrestabile forza d’animo, scelgono di rinunciare a una felicità potenziale per riappropriarsi del ruolo che la società, la famiglia o un uomo si aspettano che ricoprano. Ma è davvero una questione di genere? La donna sente davvero un atavico bisogno di solidità e certezze? È davvero incapace di lasciarsi andare e di inventarsi una vita del tutto nuova in un luogo diverso? E cosa sarebbe successo se a fuggire fosse stato l’uomo? Sarebbe mai tornato? È possibile che la donna, dopotutto, sia vittima di una sorta di “colonialismo di genere” che le ha fatto terra bruciata intorno impedendole di abbandonare una vita che la rende infelice?

Il romanzo di Giallini ha sollevato questi e tanti altri interrogativi. Durante la presentazione infatti si è parlato di letteratura, di donne, di uomini, di grandi autori, del bisogno di cercare se stessi dentro i libri e dell’inevitabile tentativo, compiuto da ogni aspirante scrittore, di portare un po’ dei libri che ha amato nei propri scritti. Al giorno d’oggi non è facile trovare un libro, per di più scritto da un “quasi esordiente”, che sia capace di far discutere, riflettere e che stimoli il confronto su temi così importanti. Biografia, fiction, noir (Alice Ticknor, chi era costei? Tenete bene a mente questo nome), “Il secondo ritorno” riesce a essere tutto questo, grazie a un sistema di scatole cinesi ben congegnato dall’autore. Per di più, la storia è estremamente godibile e piacevole, per cui ve ne consiglio vivamente la lettura.

Se vi va, fatemi sapere qual è la vostra opinione riguardo alle domande che ho posto sopra. Per voi provare a fuggire per poi tornare indietro è un atto di forza o è semplice codardia?

Recensioni, Romanzi

Il prodigio

Vi ricordate la mia recensione di “Room” e lo smodato entusiasmo che avevo dimostrato per la storia raccontata da Emma Donoghue e per il suo stile? Beh, ovviamente quando ho scoperto che aveva scritto un altro libro e che, per di più, si trattava di un romanzo storico ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, non ho davvero saputo resistere. Mi sono fiondata ad acquistare Il prodigio, pubblicato da Neri Pozza, e la mia si è rivelata un’ottima decisione dal momento che ho adorato ogni singola pagina.

Cover di “Il prodigio” di Emma Donoghue, edito da Neri Pozza

Lib Wright, una ragazza britannica di circa trent’anni, è rimasta vedova dopo solo un anno di matrimonio e, da quel momento, ha deciso di rifarsi una vita e di dedicarla agli altri, frequentando la prestigiosissima scuola di infermeria fondata da Florence Nightingale e dandosi da fare per aiutare i feriti durante la guerra di Crimea. Dopo aver servito la patria e aver visto con i propri occhi gli orrori dell’ospedale militare allestito nella caserma “Selimiye” di Scutari, Lib vive quasi come un affronto personale la richiesta, fattale dalle sue superiori, di recarsi in un minuscolo paesino dell’arretrata e bigotta Irlanda di fine Ottocento, Athlone.

La sua presenza, unitamente a quella di una monaca di nome Suor Michael, è stata espressamente richiesta dal dottor McBrearty, medico degli O’Donnell, la famiglia presso la quale l’infermiera e la suora saranno impegnate a sorvegliare a turni, per due settimane, la piccola Anna, una bambina di appena undici anni che afferma di non toccare cibo dalla data del suo ultimo pasto, avvenuto quattro mesi prima. Intorno al caso della bimba “capace di vivere d’aria” sono nate leggende, teorie, culti e, naturalmente, perplessità e dubbi, per sfatare i quali un comitato, composto dallo stesso McBrearty, dal prete e dai notabili della comunità, ha deciso di sottoporre Anna a un controllo costante, volto a dimostrare la veridicità delle sue affermazioni e a confermare l’aura di santità che da mesi la avvolge.

Lib è una persona estremamente razionale, ben poco incline a credere a santi e miracoli, ed è determinata a smascherare Anna nel giro di pochi giorni, dimostrando che quei paesanotti creduloni, che continua a guardare dall’alto verso il basso, non hanno fatto altro che reggere il gioco dei genitori di Anna. È chiaro che una bambina non può restare in vita per quattro mesi senza alimentarsi! E altrettanto evidente è il piacere che Rosaleen e Malachy O’Donnell traggono dalle visite di persone giunte da tutta l’Europa per rendere omaggio alla piccola “santa”, visite cui nella maggior parte dei casi segue un lascito di denaro che, a suo dire, la coppia metterà da parte per i poveri. Deve trattarsi di una truffa, i genitori di Anna avranno trovato il modo per sfamarla senza essere osservati.

Al suo arrivo, Lib è sconvolta dalle condizioni di indigenza e degrado assoluti nelle quali vivono gli O’Donnell,  ma soprattutto dalla compostezza, dolcezza e calma di Anna, una bimba adorabile  che dimostra meno dalla sua età e sul cui corpo sono già evidenti alcuni dei sintomi della denutrizione (una leggera peluria sul volto, qualche chiazza sul corpo), ma che nel complesso sembra essere sana, coscienziosa e molto, molto sveglia.

Se l’austera Suor Michael si limita, almeno all’inizio, a svolgere silenziosamente il proprio compito, Lib si impone fin da subito di non affezionarsi alla bambina e di mantenere il più gelido distacco nei suoi confronti, esaminandola, appuntando minuziosamente ogni singolo cambiamento nel suo aspetto fisico, studiando i suoi modi di fare e non staccandole mai gli occhi di dosso onde evitare che possa mangiare qualcosa di nascosto. Nonostante i suoi sforzi per apparire algida e altera, tuttavia, Lib comincia a provare una sorta di ammirazione mista a tenerezza nei confronti della bambina, che non sembra minimamente interessata al cibo, soffre terribilmente per la morte dell’amatissimo fratello e trascorre le sue giornate passeggiando insieme a lei, collezionando immagini di santi e pregando in maniera sentita e devota.

Nonostante la sua ferrea determinazione, Lib non riesce mai a cogliere la bambina in fallo, né a farle inghiottire qualcosa di più di un paio di cucchiaiate d’acqua al giorno. Eppure il fisico di Anna sembra non aver risentito del prolungato digiuno. Sì, certo, il suo ventre è gonfio e cominciano ad esserlo anche le sue mani e i piedi… ma quattro mesi senza cibo avrebbero dovuto ucciderla, o almeno debilitarla al punto da non permetterle più di condurre una vita normale. Di fronte alla stoica resistenza di Anna, restìa a rispondere alle domande che le vengono poste e costantemente osservata dalla madre, che Lib considera la principale indiziata, l’infermiera inizia a dubitare persino di se stessa e delle sue convinzioni.

“Aiutala. Lib si scoprì a pregare un Dio in cui non credeva.

 Aiutami. Aiutaci tutti. Silenzio”

Sarà l’incontro inaspettato con un simpatico e irriverente giornalista a riportarla alla realtà e ad aprirle gli occhi sulle reali condizioni di salute di Anna e sul loro costante peggioramento, dandole la spinta necessaria per arrivare fino in fondo e portare a termine la sua missione. E proprio la sua perseveranza permetterà a Lib di svelare l’inaspettata, sconvolgente verità, che si cela dietro il digiuno di Anna O’Donnell.  Aiutata da Suor Michael, che nel frattempo ha preso a cuore la piccola e si è convinta della necessità di aiutarla, l’infermiera proverà a svelare quanto ha scoperto sotto giuramento, davanti al comitato riunito,  alla fine delle due settimane di osservazione, sperando che le credano e le diano una mano a salvare la bambina.

Emma Donoghue ci racconta l’Irlanda all’indomani della grande carestia che la colpì nel 1845-46, e lo fa attraverso gli occhi di Lib che, da protagonista estranea all’ambiente in cui si trova, scopre insieme a noi un paese ridotto in miseria, nel quale i contadini si spaccano la schiena nei campi per rimettere in sesto i raccolti e la superstizione la fa da padrone. Capita così che gli abitanti di Athlone, pur essendo ferventi cattolici, credano all’esistenza dei folletti o si abbandonino a rituali al limite del paganesimo nella speranza di scacciare il malocchio o il dolore. Sulla copertina del libro, ad esempio, vediamo un albero che reca tra le fronde numerosi panni stesi a ondeggiare nel vento: ognuno di quei panni rappresenta un evento luttuoso, una malattia o una disgrazia che ha colpito qualcuno, e che questo qualcuno cerca di esorcizzare affidandola ad uno straccio che col tempo, disintegrandosi, la porterà via con sé cancellandola per sempre.

Lib incarna però anche una figura storicamente molto importante, quella dell’infermiera professionale. Non è certo un caso che la Donoghue abbia scelto di far sì che la sua protagonista provenisse dalla scuola di Florence Nightingale, conosciuta come “la signora con la lanterna” e fondatrice della moderna pratica infermieristica, basata sul metodo scientifico e sulla scrupolosa osservazione del paziente. Da brillante ex allieva modello, Lib guarda ad Anna come a un oggetto da studiare con la massima cura e verso il quale usare tutte quelle cautele che, a parere della sua maestra, servirebbero ad agevolare il paziente nel processo verso la guarigione, tenendo sotto controllo la qualità dell’aria e la pulizia dell’ambiente, e mantenendo costante il calore corporeo della bambina.

L’incontro tra l’agnostica Lib, che nasconde una profonda umanità sotto la divisa da infermiera, e la piccola, amabile Anna, dà vita a una storia difficile da dimenticare, ricca di colpi di scena e di misteri. Naturalmente, non vi svelerò altro, perché non voglio rovinarvi il piacere della lettura, ma sappiate che difficilmente riuscirete a intuire il segreto di Anna fino alla fine del romanzo, e che Emma Donoghue è riuscita, ancora una volta, a incatenarmi alle pagine di un suo libro e a commuovermi attraverso una figura infantile. Anna è molto diversa da Jack, certo, e il fatto che la storia sia narrata in terza persona allontana ulteriormente questo romanzo dal precedente. Eppure, anche in questo caso, l’autrice  ha posto l’infanzia al centro della sua storia,  la storia di una bambina lasciata sola, martoriata, trasformata in oggetto di culto da parte di un popolo che fa di un becero folklore ammantato di religiosità la sua ragione di vita. A nessuno importa come stia Anna, a nessuno importa come si senta o come stia affrontando la sua personale Via Crucis mentre deperisce sotto i loro occhi distratti. Ciò che conta è che Anna non mangia e che respira ancora, e questo è scientificamente impossibile, per cui deve trattarsi di un miracolo. Anche in questo caso, quindi, esattamente come in “Room”, ci troviamo di fronte a un’infanzia umiliata e calpestata, ma anche alla formazione di un legame tra una donna e un bambino (una bambina, in questo caso) che, pur non conoscendosi ancora bene, cercheranno di salvarsi a vicenda, stravolgendo le loro vite e le loro convinzioni.

Recensioni, Romanzi

La cena 

Oggi vi racconto La cena di Herman Koch, edito da Beat Edizioni. Questo romanzo, inquietante e drammaticamente attuale (o forse inquietante PERCHÉ drammaticamente attuale) nasconde dietro l’apparenza di una trama semplice, e neanche troppo originale, la profondità di una riflessione a 360° sulla società di oggi. 

Copertina de
“La cena” di Herman Koch, edito da Beat Edizioni

Paul e Serge Lohman sono fratelli, ma non potrebbero essere più diversi. Serge è un uomo pieno di sé, interamente concentrato sulla propria promettente carriera politica, appagato dalle piccole cortesie che la gente gli riserva in virtù della sua posizione. Il tavolo migliore del locale, il vino più pregiato, sorrisi e timide richieste da parte di chi vorrebbe una foto con lui, ma teme di infastidirlo. Babette, la sua bella moglie, ha tacitamente accettato di tramutarsi nell’ombra di quel marito invadente, sempre pronto ad appropriarsi dei riflettori. 

Eppure certe volte mi veniva da pensare […] che Babette avesse accettato a tavolino di vivere accanto a un politico di successo […] Come con un brutto libro, quando si è ormai superata la metà si arriva alla fine, anche controvoglia. Nello stesso modo Babette era rimasta accanto a Serge: magari si salvava nel finale. 

Paul, al contrario del fratello, è un uomo insicuro, che cova un fortissimo risentimento nei confronti del brillante Serge, e ambisce a distinguersi da lui nel costruire una “famiglia felice” (non a caso, una delle sue prime riflessioni include la citazione del celeberrimo incipit di Anna Karenina) insieme alla sua Claire e al figlio Michel, di sedici anni. Claire è la luce dei suoi occhi: una compagna che sa essere paziente, comprensiva, furba e brillante, senza che alcuna di queste qualità la spinga mai a far mostra di ritenersi superiore a qualcuno, men che mai al marito. 

La cena organizzata da Serge in un raffinato ristorante, cui Paul e consorte partecipano controvoglia, sognando una serata casalinga e tranquilla, procede tra chiacchiere superficiali sull’ultimo film di Woody Allen, commenti ironici sulle qualità di Serge come sommelier e progetti per le vacanze. In sottofondo, però, regna una tensione che i quattro commensali non riescono a nascondere e che li accompagna dall’antipasto al dolce. Qual è la ragione di tanta angoscia? I due figli coetanei di Serge e Paul, quei figli che erano il loro orgoglio e la loro speranza per il futuro, hanno commesso un atto di cieca violenza uccidendo una barbona, colpevole di aver impedito loro l’accesso alla cabina di un Bancomat con il suo misero sacco a pelo. Il tutto è stato registrato con un cellulare, e l’agghiacciante ripresa adesso circola su internet e sulle principali reti televisive. I volti dei ragazzi non si vedono, ma non è improbabile che presto qualcuno capisca che si tratta di loro. 

Ciò che ci si aspetterebbe, di fronte a una situazione del genere, è di ritrovarsi a leggere le strazianti riflessioni di quattro genitori alle prese con un difficile dilemma morale: denunciare l’accaduto, farsi odiare dai propri figli pur di salvarne la vita, o coprirli per sempre, rischiando che non riescano mai a cogliere davvero la gravità della cosa. Al contrario, quella a cui assistiamo è una scena che sembra tratta dal teatro dell’assurdo. La cena prosegue tra i silenzi, i non detti e gli scoppi di pianto di Babette. A tenere insieme le fila della narrazione sono i pensieri di Paul, che alterna considerazioni sul presente a flashback perfettamente inseriti tra un discorso e l’altro, tra una portata e l’altra, a mostrare luci ed ombre di quelle che sembrano due perfette famiglie olandesi. 

Incredibilmente, attraverso la voce di Paul, ci rendiamo gradualmente conto del fatto che proprio Serge, il politico senza scrupoli pronto a tutto per ottenere la sua prestigiosa poltrona, è l’unico che rinuncerebbe a tutti i suoi sacrifici per salvaguardare l’integrità morale del figlio, l’unico a preoccuparsi delle ripercussioni psicologiche che un atto del genere potrebbe avere sul giovane Rick. Attorno a lui, una moglie che non riesce a prendere posizione, un fratello debole e insicuro che si colpevolizza per il cattivo esempio dato al figlio, una cognata decisa a difendere a spada tratta il suo Michel, a costo di mistificare completamente la realtà. 

A raccontare tutto questo, un autore totalmente super partes, che non lascia trasparire la sua voce né la sua opinione in merito all’accaduto. Sembra quasi che Koch non voglia esporsi, suggerire che un approccio sia migliore dell’altro, far credere di avere delle risposte. Il libro costringe il lettore a fare i conti unicamente con la propria coscienza, ad “ascoltare” i pensieri di Paul e costruirne di nuovi, a crearsi un punto di vista sulla vicenda. Nel mio caso, l’angoscia e il fastidio non hanno fatto che crescere capitolo dopo capitolo, insieme al desiderio di scuotere i protagonisti, di urlare loro “Avanti! Fate qualcosa!”. 

Questo romanzo mi ha catturata dall’inizio alla fine ed è riuscito a suscitare tutte le sfumature della mia emotività, dalla tristezza alla rabbia, dall’incredulità all’indignazione, dalla disapprovazione alla rassegnazione. Un libro che riesce a fare tutto questo, è senza alcun dubbio un grande libro, per cui non posso far altro che consigliarvelo e invitarvi a farmi sapere cosa ne pensate.