Recensioni

L’educazione – Tara Westover

Se mi seguite su Instagram, la scorsa settimana avrete visto un numero esorbitante di stories riguardanti un libro che mi ha coinvolta e travolta in un modo che non mi sarei mai aspettata. Sto parlando di L’educazione di Tara Westover, un memoir che mi ha tenuta col fiato sospeso e incollata alle pagine per giorni interi, talmente avvincente e ben scritto da sembrare un romanzo. Non è dunque un caso se l’opera prima della trentaduenne Westover è riuscita a scalare agilmente tutte le classifiche di vendita americane e inglesi del 2017, trasformandosi in uno straordinario caso editoriale.
Ma cos’ha di così speciale L’educazione? Se dovessi definire questo libro con una sola parola, lo definirei sconvolgente. Non tanto e non solo perché racconta una realtà, quella delle famiglie mormone radicali, di cui in Italia si sente parlare molto poco e che si rivela dura e violenta più di quanto potremmo immaginare, ma anche perché, a partire dal racconto del tutto personale del suo ingresso nel mondo accademico, l’autrice riesce a scavare così in profondità nell’animo umano e a porre domande così complesse sul significato dell’esistenza da scuotere il lettore e costringerlo a interrogarsi sulla sua stessa vita.

Cover L'educazione Tara Westover
“L’educazione” di Tara Westover, Feltrinelli.

Tara è l’ultima dei sette figli di Gene e Faye Westover e trascorre la sua infanzia e la prima adolescenza in Idaho, ai piedi di una montagna che lei e i suoi familiari chiamano La Principessa. Il padre di Tara è quello che potremmo definire un “fondamentalista” della religione mormona, che in America è estremamente diffusa e che conta più di otto milioni di seguaci in tutto il mondo. Gene è convinto che lo Stato sia il male, che il sistema sanitario e quello scolastico siano controllati dagli Illuminati e che la fine del mondo (identificata con quello che tutti noi conosciamo col nome, assai meno minaccioso, di “millennium bug”) sia alle porte. Per questo motivo, Tara e i suoi fratelli non vanno a scuola, non sono mai stati visitati da un medico e non sono stati registrati all’anagrafe, per cui non conoscono neppure il giorno esatto della loro nascita. Gene si comporta come un padre-padrone e come un predicatore al tempo stesso, ergendosi sul pulpito che crede debba essere riservato al capofamiglia e dettando legge: tutti i suoi figli devono aiutarlo ad accumulare cibo, benzina, armi e munizioni in previsione dei “giorni dell’abominio”, e tutti devono contribuire al sostentamento della famiglia lavorando con lui nella discarica dove raccoglie lamiere da rivendere o nei cantieri in cui si occupa della costruzione di capannoni e fienili. Quanto alla moglie, Gene ha deciso che Faye, abile erborista nota in tutta la valle per il suo lavoro, debba apprendere il mestiere della levatrice, per liberare tutte le donne della comunità, nonché le sue stesse figlie, dalla necessità di ricorrere a un ginecologo o di affidarsi allo staff medico di un ospedale.

Questo è dunque il contesto socio-culturale in cui Tara Westover nasce e vive i primi anni della sua vita che, sebbene possa sembrarci quasi assurdo, trascorrono piuttosto serenamente. I problemi veri arrivano quando Tara si avvicina all’adolescenza e il fratello più grande, Tyler, quasi senza volerlo instilla in lei il seme della curiosità che, noi lettori lo sappiamo bene, è il primo passo verso il desiderio di costruirsi una cultura. Nonostante il difficile clima familiare e le rimostranze paterne, Tyler ama i libri e trascorre tutto il suo esiguo tempo libero leggendo e studiando, con l’obiettivo di iscriversi al college e cambiare vita. Arrivato a diciassette anni, il ragazzo riesce effettivamente a entrare al college, mentendo e affermando di aver sempre ricevuto un’eccellente educazione casalinga, e la sua partenza è il motore che mette in moto i desideri di Tara, che con il tempo si rende conto di voler seguire le sue orme.
Quello che a noi sembra del tutto naturale, studiare, informarsi, ambire a costruirsi una prospettiva di vita che vada oltre l’idea di lavorare in una discarica, per Tara si trasforma in una continua lotta con la sua famiglia e con se stessa. Da un lato, infatti, il padre la ostacola in ogni modo possibile e le difficoltà economiche da superare sembrano spesso insormontabili. Dall’altro, però, la peggior nemica di Tara è la sua coscienza, quella vocina che le sussurra che lei non sarà mai abbastanza, che non può tradire i precetti paterni in base ai quali è stata cresciuta anche se sente di cominciare a non condividerli, che se farsi una cultura significa perdere tutti coloro che ama forse allora non ne vale la pena.
A complicare le cose si aggiunge il fatto che, al suo arrivo al college, Tara si rende conto di aver vissuto tutta la sua vita dentro una bolla fatta di ignoranza e oscurantismo, e di non sapere niente del mondo o della storia occidentale al di fuori di quelle menzogne che il padre le ha raccontato o di quei pochi eventi che la fervida fantasia paranoica di Gene ha letto e reinterpretato per lei e i suoi fratelli. Emblematico è il caso della sua prima lezione di Storia dell’Europa occidentale, durante la quale alza la mano per chiedere cosa sia l’Olocausto e il professore la ignora sdegnato, credendo che la sua sia solo una battuta di cattivo gusto.
A far da contorno al racconto dei suoi anni universitari e delle innumerevoli difficoltà affrontate per riuscire a raggiungere i tanti agognati risultati accademici, c’è il ricordo delle violenze, fisiche e psicologiche, subite dall’irrequieto e scostante fratello Shawn, mai punito e sempre protetto dal silenzio del padre e dall’accondiscendenza della madre. E proprio la madre di Tara è uno dei “personaggi”, se di personaggi si può parlare trattandosi di un memoir, più controversi del libro: se infatti a tratti sembra che Faye sia una donna forte e che voglia prendere in mano le redini della sua vita, un attimo dopo la si ritrova totalmente succube del marito, incapace di opporsi alle sue idee folli e alle sue scelte avventate anche quando queste rischiano di fare del male ai figli. Nel corso dei suoi studi, Tara scoprirà che Gene ha verosimilmente un disturbo bipolare mai diagnosticato, eppure le sue parole e le sue strampalate teorie del complotto sono penetrate così a fondo nella mente di tutti i suoi familiari da condizionarli anche a distanza di anni, quando le loro vite hanno ormai preso un corso del tutto diverso.

“Tutti i miei sforzi, tutti i miei anni di studio mi erano serviti ad avere quest’unico privilegio: poter vedere e sperimentare più verità di quelle che mi dava mio padre, e usare queste verità per imparare a pensare con la mia testa. Avevo capito che la capacità di abbracciare più idee, più storie, più punti di vista era un presupposto fondamentale per crescere come persona.”

L’educazione è la storia di una ragazza che combatte per conquistare un’indipendenza, innanzitutto di pensiero, che per troppo tempo le è stata negata, ma è anche una storia universale che ci spinge a riflettere sul modo in cui i nostri desideri più profondi possono spingerci a scelte estremamente difficili e radicali. Arriverà un momento in cui Tara sarà costretta a scegliere tra la propria famiglia, alla quale si sente comunque legata nonostante riesca finalmente a percepirne gli enormi limiti, e la possibilità di diventare una persona del tutto nuova, forse migliore, forse felice.
Ma è davvero possibile emanciparsi del tutto dalla propria famiglia di origine? Quanta forza è necessario possedere per abbandonare tutto ciò che conosciamo e scegliere l’ignoto? E quale prezzo saremmo disposti a pagare per realizzare i nostri sogni e avvicinarci all’immagine della persona che vorremmo diventare?

“Cosa deve fare una persona, mi chiedevo, quando i suoi doveri verso la famiglia si scontrano con altri doveri – verso gli amici, la società, verso se stessi?”

Non fiction, Recensioni, Romanzi

L’avversario

Fino a poche settimane fa, conoscevo Emmanuel Carrère solo di fama, ma non avevo mai letto niente di suo. Per questo motivo, quando il mio club di lettura ha scelto come libro del mese di marzo L’avversario, non avevo idea di cosa aspettarmi. Sapevo soltanto che si trattava di un libro che poco aveva a che fare con la fiction e che l’idea di Carrère era quella di scrivere un romanzo-verità, sulla falsa riga di A sangue freddo di Truman Capote.

La curiosità era tanta, ed ero abbastanza certa che si trattasse di un bel libro, vista la fiducia praticamente sconfinata che ripongo nel catalogo Adelphi. Le mie aspettative, ancora una volta, non sono state disattese.

“L’avversario” di Emmanuel Carrère, Adelphi.

Il libro ruota attorno alla controversa figura di Jean-Claude Romand, che nel gennaio 1993 uccise, apparentemente senza motivo, i figlioletti di 5 e 7 anni, la moglie, i genitori e l’amatissimo cagnolino. Dopo aver sterminato la sua famiglia, Romand ingurgitò un’elevata dose di barbiturici e appiccò il fuoco alla casa, deciso a togliersi la vita. Il tentato suicidio, tuttavia, non andò a buon fine, dato che l’uomo fu prontamente tratto in salvo dai vigili del fuoco. Dopo aver lasciato l’ospedale, il reo confesso Jean-Claude Romand divenne il protagonista di un vero e proprio caso mediatico e il processo a suo carico, iniziato nel giugno del ’96, attirò l’attenzione di giornalisti, psichiatri e… Scrittori. Tra questi, vi era proprio Emmanuel Carrère che, spinto dalla voglia di raccontare l’uomo dietro il mostro, di scandagliare le profondità dell’animo umano alla ricerca delle ragioni che possono portare un rispettabile padre di famiglia a trasformarsi in un folle pluriomicida, decise di scrivergli una lettera per chiedergli il “permesso” di raccontare la sua storia.

“Non credo che esistano tanti modi per rivolgersi a un uomo che ha ucciso moglie, figli e genitori, ed è ancora in vita. A posteriori, però, mi rendo conto di averlo preso subito per il verso giusto scegliendo quella gravità compassata e compassionevole, vedendo in lui non un uomo che ha fatto qualcosa di agghiacciante, ma un uomo al quale è accaduto qualcosa di agghiacciante, vittima sventurata di forze demoniache.”

La missiva, recapitata nell’agosto del ’93, non riceverà una risposta fino al settembre del ’95 quando l’autore aveva ormai messo da parte l’attrazione che quella vicenda aveva esercitato su di lui (per la quale provava una certa vergogna), scegliendo di tornare alla fiction con La settimana bianca. E sarà proprio l’amore provato per questo romanzo a spingere Romand a fidarsi di lui e ad avviare un’intensa conversazione epistolare che accompagnerà lo svolgimento del processo, cui Carrère sceglierà di assistere.

Trattandosi di un fatto realmente accaduto, non temo di fare spoiler raccontandovi ciò che emerse dalle indagini e dalle dichiarazioni di Romand. Fin da ragazzo, il giovane Jean-Claude era stato piuttosto chiuso, taciturno e fortemente incline alla depressione. Se l’era sempre cavata bene con lo studio, il che lo portò a iscriversi alla facoltà di medicina dell’università di Lione. Qui avrebbe studiato anche Florence, lontana cugina di cui Jean-Claude era da tempo invaghito e che pochi anni dopo avrebbe finalmente conquistato e sposato. Dalla loro unione sarebbero nati i piccoli Antoine e Caroline. La vita dei coniugi Romand sembrava procedere per il meglio. Jean-Claude adesso aveva una bella moglie, due bei bambini, tanti amici, un mucchio di denaro e un prestigioso lavoro come ricercatore per l’OMS. Cosa chiedere di più? Beh, che tutto ciò fosse vero. Sì, perché in realtà Jean-Claude Romand, per un banale imprevisto, non aveva mai sostenuto l’esame di ammissione al secondo anno di medicina. Da quel momento in poi, la sua intera esistenza si era trasformata in una menzogna. Non avendo avuto il coraggio di confessare ai genitori il suo fallimento, Romand aveva finto di laurearsi, specializzarsi e ottenere un impiego di cui loro sarebbero stati fieri mentre, millantando influenti contatti all’estero, convinceva familiari e amici ad affidargli i risparmi di una vita, che sarebbero stati depositati su conti svizzeri e saggiamente amministrati sotto la sua supervisione. Quello che nessuno poteva immaginare è che Romand impiegasse quel denaro per mantenere il suo elevato tenore di vita, e che ne dilapidare una parte sostanziosa in cene, viaggi e costosi regali per la sua amante. Corinne, questo il nome della donna, ebbe una lunga relazione con Romand, e rischiò di trasformarsi nell’ennesima vittima della sua follia. L’uomo, infatti, la assalì e tentò di strangolarla subito dopo aver sterminato la sua intera famiglia.

La vera domanda, a questo punto, è: cosa scatenò la follia omicida di Romand? La risposta è la paura. Quando l’uomo si rese conto che il fragile castello di carte che aveva costruito sulle menzogne e che aveva retto per ben diciotto anni stava cominciando a cedere e che alcune persone, tra cui i suoceri e l’amante, cominciavano a nutrire dei sospetti e a chiedere la restituzione di quel denaro che lui aveva già sperperato, il terrore di essere scoperto lo spinse ad agire nel più brutale dei modi. Satana, l’Avversario, sembrò impadronirsi di lui, di un uomo qualunque che, incapace di sopportare il peso del giudizio altrui, preferì macchiarsi di crimini atroci.

L’avversario è un libro che mette i brividi. Non tanto, e non solo, per l’efferatezza degli omicidi (la descrizione della morte dei bambini è la cosa meno cruenta e più impressionante che io abbia mai letto), ma soprattutto per il modo in cui Carrère scava nella mente dell’assassino. Romand è un uomo chiaramente disturbato, eppure durante il processo mantiene una lucidità e una freddezza che, ancor più di tutto il resto, lo rendono terrificante. Siamo di fronte a un mostro che ha commesso un crimine orribile, dal quale prende quasi le distanze parlando di ‘tragedia’ e di ‘lutto’, quasi che lui non ne fosse responsabile. Un mostro, sì, che appare insensibile di fronte alla morte dei suoi bambini, ma crolla a terra in lacrime se solo si osa nominare uno dei suoi defunti cani, devastato dai ricordi. Ciò che spaventa, nella figura di Jean-Claude Romand, è la sua ambivalenza, la sua capacità di essere “l’uomo della porta accanto” e, al contempo, di gestire una seconda vita del tutto privata, fatta di truffe, inganni e tradimenti. Ciò che fa riflettere, è l’idea che da una piccola bugia detta quasi a fin di bene da un ragazzo qualunque, possa scaturire una catena inarrestabile di eventi nefasti, culminati in un efferato delitto. Chiudendo L’avversario, a lettura finita, il lettore si ritrova con un grosso groppo alla gola e mille domande per la testa. Come ha fatto? Com’è possibile che nessuno gli abbia mai telefonato in ufficio o negli alberghi in cui diceva di trovarsi e non abbia scoperto che invece girovagava da solo per la città o nei boschi? Com’è possibile che la moglie non abbia mai guardato il loro estratto conto? Com’è possibile che nessuno tra gli amici di Romand, nemmeno il suo collega e vicino Luc, che lo conosceva meglio di chiunque altro, abbia mai capito nulla?

Sembra incredibile, forse lo è, eppure è accaduto. E questo ci spinge a chiederci: le persone che ci circondano sono davvero ciò che dicono di essere? Il libro, però, non ci mostra un solo uomo tormentato, ma ne mette in scena almeno due. Se da un lato abbiamo un assassino alle prese con le proprie colpe, infatti, dall’altro abbiamo uno scrittore che affronta una duplice difficoltà: quella pratica e quella morale. Sul versante pratico, Carrère non sa come raccontare questa storia, che punto di vista assumere, cosa dire. Nel dubbio, sceglierà di essere semplicemente se stesso e di raccontare ciò che avvenne dalla sua prospettiva privilegiata di osservatore diretto. Sul versante morale, la difficoltà dello scrittore nasce dall’ambivalenza del suo rapporto con l’imputato. Carrère infatti prova quasi pietà per lui, per la sua paura, per il suo errare senza meta fingendo di essere al lavoro, per il suo vivere nell’ansia e nell’angoscia di essere scoperto. Una pietà, la sua, che si accompagna a quella che sembra una punta di ammirazione per la sua capacità di mimetizzarsi e scomparire dentro la sua stessa vita. Questi sentimenti fanno chiaramente a pugni con la consapevolezza di avere di fronte un assassino e con il senso di colpa verso le vittime. Non a caso, quando in tribunale si troverà faccia a faccia con la madre di Florence, lo scrittore avvertirà con chiarezza il peso della posizione che ha scelto di assumere.

Io non avevo scritto a lei o ai suoi, ma all’uomo che aveva distrutto le loro vite. Era a lui che riservavo le mie attenzioni, perché volevo raccontare quella storia e per me era la sua storia. Andavo a pranzo con il suo avvocato. Stavo dall’altra parte della barricata.

Vi ho già raccontato tanto, eppure leggendo L’avversario vi renderete conto di avere ancora moltissime cose da scoprire e moltissimi interrogativi da porvi. Questo libro non è il mero racconto di un terribile fatto di cronaca nera, non è un resoconto giornalistico e non vuole, né può, darci risposte o facili giudizi sull’accaduto. Carrère non è un investigatore né un avvocato, ma solo un essere umano che, con tutte le sue difficoltà e debolezze, osserva e studia un altro essere umano, chiedendosi quale possa essere l’origine del male e dove si collochi il labile confine che lo separa dal bene.

Recensioni, Romanzi

Un ragazzo d’oro

Questo romanzo è rimasto sul mio ebook reader per mesi prima che mi decidessi a leggerlo. Per quanto mi attraesse, infatti, sembrava che ci fosse sempre qualche altra lettura più urgente da fare, qualche altro libro più meritevole di attenzione. Ironia della sorte, alla fine mi sono ritrovata a divorare le sue 270 pagine nel giro di 24 ore proprio lo scorso 2 aprile, la Giornata Mondiale della sensibilizzazione verso l’autismo.

“Un ragazzo d’oro” di Eli Gottlieb

L’autismo, “lo spettro”, è il perno attorno al quale ruota l’intero romanzo. Il ragazzo d’oro del titolo è Todd Aaron, tranquillo e rispettoso lungodegente di Payton, la comunità di cura per pazienti affetti da disturbi mentali in cui vive ormai da quarantuno anni.

“Il Payton LivingCenter era il sesto posto in cui mi portava mia mamma, ma né io né lei sapevamo che ci sarei rimasto per sempre e per tutta la vita.”

La storia ci viene raccontata attraverso il punto di vista straniato e straniante dello stesso Todd, che osserva il mondo che lo circonda con lo sguardo insieme acuto e smarrito tipico di chi guarda alla realtà da una prospettiva solo apparentemente svantaggiata. Se è vero, infatti, che gli occhi di Todd non sono capaci di cogliere le tante sfumature del reale che sfuggono alla sua mente cristallizzata in un’eterna infanzia, è anche vero che il suo candore e la sua innocenza lo portano a vedere, e a raccontare, molto più di quanto riescano a vedere le persone “normali” che lo circondano.

Todd è diligente, prende sempre le sue medicine, ha un ottimo rapporto con Rayneke, l’operatrice che si prende cura di lui e che sa prevedere persino le sue scariche di volt, ed è molto curioso. Tra i suoi amici annovera il Signor B. e il Signor C., rispettivamente l’Enciclopedia Britannica e il computer, ai quali pone domande e dai quali riceve tante risposte. Un’altra passione di Todd sono le mappe sulle quali traccia, con precisione e costanza, un “fiume grigio di matita” che collega Payton alla sua città natale.

“Ho cominciato a fare la stessa cosa ogni giorno quando tornavo a casa dal lavoro e presto ho creato un fiume grigio di matita talmente scivoloso che la mano cominciava dalla villetta di Payton e poi automaticamente slittava di traverso sopra l’America e tornava a casa.”

“Casa” è il luogo in cui viveva con il padre, un uomo violento del tutto incapace di accettare le sue condizioni, il fratello, che per tutta l’infanzia lo ha bullizzato e deriso, e la madre, il suo punto di riferimento e il suo più grande amore. Della sua famiglia di origine, ormai, a Todd è rimasto solo suo fratello, un uomo impegnato e sfuggente che si limita a sostenere i costi del Payton (cosa che costantemente gli rinfaccia) e a telefonargli un paio di volte al mese, ignorando le sue insistenti richieste di poter andare a vivere con lui.

Nonostante la sua disabilità, Todd è un uomo sereno, che ha saputo adattarsi all’ambiente in cui vive e costruirsi una confortevole routine. La sua tranquillità, però, sarà ben presto turbata dall’arrivo di due persone nuove: Mike Hilton e Martine. Mike è un nuovo operatore del Payton che, come tutti gli uomini adulti, incute a Todd un certo timore, legato al ricordo del padre e delle percosse ricevute durante l’infanzia. Martine, invece, è una nuova paziente del centro, una paziente “ad alto funzionamento”, molto sveglia ed estremamente ribelle, verso la quale Todd proverà un’attrazione così forte da lasciarsi convincere ad abbandonare la retta via e smettere di prendere le sue medicine.

“Nel 1177 Lancillotto pensava che su Ginevra splendesse sempre il sole. Pensava che lei fosse pura come la neve. Pensava che fosse una persona perfetta. Pensava che forse non era mai esistito nessuno più perfetto di lei in tutta la storia del mondo. Lancillotto ne era davvero convinto. Quello era amore.”

L’incontro con questi due personaggi innescherà una catena di eventi che condurranno Todd verso lo struggente finale; per ovvi motivi, però, non voglio dirvi di più.

Un ragazzo d’oro è un romanzo di una dolcezza e di una profondità disarmanti. Todd è un protagonista di cui è impossibile non innamorarsi, per l’ingenuità e la genuinità con cui racconta al lettore il suo piccolo mondo e per la forza dei ricordi che continua a custodire e coltivare nonostante i quarant’anni passati in una comunità, in un luogo-non luogo che non somiglia alla casa in cui è cresciuto e dove sogna di poter tornare, ma che è ormai l’unica casa che conosce. Insieme ai ricordi, Todd si porta dentro l’amore, imperituro e struggente, per quella madre che non è più accanto a lui, e che suo malgrado è stata costretta a rassegnarsi all’idea di “abbandonarlo” tanti anni prima.

Eli Gottlieb ci racconta l’autismo riuscendo nel difficile intento di sensibilizzare e commuovere il lettore senza mai cedere alle lusinghe del pietismo. Un plauso va alla sua scelta di cimentarsi con una prima persona particolarmente difficile da sostenere, dal momento che riuscire a calarsi nei panni di una persona “affetta” da autismo richiede di compiere un continuo sforzo di immaginazione per riuscire a ipotizzare quali possano essere i suoi pensieri di fronte a situazioni, oggetti e persone che, a chi non rientra nello “spettro”, appaiono del tutto ordinari.

“Io non guardo mai la televisione perché va troppo veloce e sembra che dentro si conoscano già tutti tra di loro.”

Il messaggio che Gottlieb intende trasmettere è un messaggio di accettazione e di inclusione che passa proprio attraverso le parole dello stesso Todd, pronto a ricordarci delle verità alle quali forse troppo spesso, per paura, non osiamo pensare. 

“Lo spettro è talmente ampio che dentro può starci praticamente chiunque. Una persona schizzinosa nel mangiare o amante della solitudine potrebbe essere all’interno dello spettro […] Queste persone nello spettro non devono prendere medicine o essere accompagnate con il pulmino a lavorare in una mensa scolastica […] Prendono l’ascensore insieme a voi e preparano il cibo che mangiate. Magari li avete addirittura sposati.

La “normalità” è dunque un concetto relativo, e questo esclude, o dovrebbe escludere, qualsiasi forma di intolleranza verso il prossimo. Intolleranza che, insieme alla tendenza a raggirare chi è almeno in apparenza più debole di noi, è comunque ben rappresentata dai modelli negativi del romanzo, il padre di Todd e Mike Hilton.

Lasciatevi rapire da una storia che non dimenticherete facilmente, e vi troverete a vivere la vostra giornata insieme a Todd, a tifare per lui, a sperare che il ragazzo d’oro ritrovi la pace e l’amore che merita.

Recensioni, Romanzi

Io so perché canta l’uccello in gabbia

Negli ultimi mesi ho preso l’abitudine di andare in biblioteca senza avere in mente un titolo preciso da prendere in prestito. Mi piace camminare tra gli scaffali, osservare le copertine e lasciare che mi chiamino, che i titoli evochino qualcosa e facciano scattare in me la scintilla della curiosità.

Prima di Natale, vagabondando tra i corridoi della biblioteca Venezia di Milano, mi sono imbattuta in un titolo affascinante: Io so perché canta l’uccello in gabbia di Maya Angelou. 

“Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou

In tutta sincerità, non avevo mai sentito nominare né il testo né la scrittrice, eppure è stato quasi un colpo di fulmine, sapevo di dover portare a quel libro a casa con me. Quello che non sapevo ancora era che avrei passato quasi quarantotto ore incollata alle pagine, senza rendermi conto dello scorrere del tempo, completamente rapita dal racconto dell’autrice.

Io so perché canta l’uccello in gabbia è il primo libro di memorie di una donna straordinaria, Maya Angelou, morta nel 2014 a 86 anni e ricordata non solo come poetessa e scrittrice, ma anche e soprattutto come simbolo vivente e baluardo della cultura afroamericana e della lotta contro la discriminazione e la segregazione razziale. Non a caso, nel 2011 la Angelou ricevette dall’allora presidente in carica Barack Obama la Medaglia della Libertà 2010, la più alta onorificenza civile americana. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1969 ed è tutt’ora unanimemente considerato dalla critica e dalle riviste letterarie come uno dei romanzi fondamentali del Novecento, nonché uno dei migliori mille libri di sempre. 

Il romanzo ci proietta immediatamente nell’America degli anni ’30, e si apre con l’arrivo di Maya, che allora aveva soltanto tre anni, e del suo fratellino Bailey, che ne aveva quattro, nella cittadina di Stamps. I loro genitori, emigrati nel Nord America in cerca di fortuna, hanno divorziato e hanno bisogno di riprendere le redini delle loro vite, per cui decidono di alleggerirsi del peso dei bambini affidandoli alla nonna paterna, Annie, affettuosamente chiamata Momma. Per dei bambini piccoli sentirsi rifiutati dalla propria famiglia è doloroso, certo, ma la fantasia e la creatività infantili permettono a Maya e Bailey, legati tra loro come fossero un’unica entità, di guardare al mondo che li circonda con entusiasmo; il retro dell’emporio gestito da Momma e dallo zio Willie diventa la loro casa, e il negozio, pieno di leccornie e dei più svariati oggetti, si trasforma in una sorta di parco giochi personale. Nonostante tutto, però, non è facile avere la pelle scura e crescere nel profondo sud di un’America estremamente razzista e retrograda, e se gli eroi di Maya sono gli uomini e le donne che a testa alta lavorano nei campi durante il giorno e si radunano all’emporio di sera, i suoi incubi sono popolati da mostri che assumono la forma di quelle ragazzine bianche che si arrogano il diritto di deridere la sua gente e soprattutto sua nonna, un esempio di profonda tenacia e dignità, e di quegli uomini che, nascosti sotto i cappucci del Ku Klux Klan, fanno irruzione nei possedimenti dei neri, costringendo uomini come suo zio a fuggire e a nascondersi in mezzo al letame per evitarli. Il mondo, a Stamps, si divide in bianco e nero, e la differenza è così netta che la protagonista dovrà percorrere ottanta chilometri per trovare un dentista di colore disposto a curarla, perché il medico bianco della cittadina, che pure deve delle grosse somme di denaro a Momma, preferirebbe curare un cane piuttosto che essere costretto a infilare le mani nella bocca di un nero. 

All’improvviso, però, la vita di Maya e del suo fratellino sembra prendere una piega imprevista e sorprendente: il loro papà sta venendo a prenderli, li rivuole con sé e li porterà dalla madre. Increduli, dispiaciuti all’idea di abbandonare la nonna ma eccitati dalla prospettiva di incontrare una madre che ricordano a malapena, i bambini partono alla volta di St. Louis. Ad aspettarli troveranno una donna bellissima e solare, talmente diversa dalla taciturna, non particolarmente avvenente Maya da farle quasi dubitare che, sette anni prima, una simile creatura abbia potuto donarle la vita. I mostri, però, non sono stati confinati a Stamps e non sempre hanno la pelle bianca. Stavolta, infatti, il terrore assumerà  l’aspetto di Mr. Freeman, il compagno della madre, che ruberà l’innocenza e la voce a una Maya di appena otto anni, spingendola a un mutismo che si protrarrà per anni, motivato dal disperato bisogno di espiare la colpa di essersi macchiata del terribile torto di far gola a un uomo malato. Ancora una volta la madre di Maya stabilirà che il meglio per lei sia tornare a Stamps, accompagnata da Bailey, imbronciato e deluso per essere stato strappato all’abbagliante luce emanata dalla sua mamma e dal nord per essere rispedito verso la monotonia della vita di paese. 

Entrando a Stamps, ebbi l’impressione di oltrepassare le linee di confine della cartina per poi precipitare, senza paura, oltre l’orlo del mondo. Non poteva succedere altro, perché a Stamps non succedeva mai niente. Fu in questo bozzolo che mi rifugiai

Momma, che conosce ma finge di ignorare le ragioni dell’ostinato silenzio della nipote, la accompagnerà durante la sua crescita, e così farà anche il lettore, almeno fino a quando, giunta all’età di diciassette anni e pronta per affrontare una nuova sfida decisamente impegnativa, Maya non sceglierà di interrompere il suo racconto. 

Io so perché canta l’uccello in gabbia è la coraggiosa confessione di una donna che non ha paura di raccontare l’America delle luci spente e della discriminazione, e che per farlo sceglie un punto di vista totalmente personale, calandosi in prima persona nella vicenda. Come già tanti romanzieri prima di lei, inoltre, la scrittrice guarda alla realtà attraverso gli occhi di una bambina, che non ha filtri e descrive esattamente ciò che vede. E quello che la Maya bambina vede è un mondo in cui ciò non conta ciò che sei, in cui non importa quanto tu ti sia impegnato per raggiungere un obiettivo, perché se la tua pelle ha il colore sbagliato, se stai dal lato sbagliato dell’invisibile linea di demarcazione che qualcun altro ha tracciato per te, il tuo destino è segnato. Per fare emergere questa desolante consapevolezza non è necessario che gli scontri tra bianchi e neri vengano messi in scena tra le pagine del romanzo, e non è neanche necessario che i bianchi siano evocati o ricordati troppo spesso; è sufficiente sottolineare il fatto che i bianchi non chiamino Momma “Signora”, o il fatto che le ricche donne bianche del paese si sentano in diritto di cambiare il nome delle loro domestiche nere perché  non riescono a ricordarlo, per rendere immediatamente chiaro il quadro della situazione.

I bianchi, gente che detiene un potere che non ha fatto nulla per meritare, sono bravissimi a colpire la gente di colore nell’orgoglio, a ferirla con le parole, e Maya lo scoprirà a sue spese durante una delle scene più importanti e significative del libro: la scena del diploma. Maya è la migliore studentessa del suo anno, si è impegnata, ha studiato duramente ed è raggiante all’idea di aver raggiunto il traguardo. Raggiante, sì, fino al momento in cui due bianchi salgono sul palco e con le loro parole fanno a pezzi la sua convinzione di poter cambiare vita. Nonostante lo sconforto, però, Maya scoprirà di non essere disposta ad arrendersi a un fato che sembra più forte di lei, e proprio questa sua determinazione la trasformerà nella donna che ha spinto intere generazioni di giovani a lottare per i propri diritti. Ci si potrebbe chiedere se un romanzo come questo, a quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, sia ancora attuale. La mia risposta è sì, perché se è vero che la situazione storica è cambiata, è altrettanto vero che non è poi mutata quanto si potrebbe pensare, e che nessuno ha il diritto di dimenticare ciò che è stato, permettendo che accada di nuovo.

Anteprime, Recensioni, Romanzi

Il secondo ritorno

Lunedì scorso (il 12 novembre) ho avuto occasione di partecipare alla presentazione, organizzata appositamente per bookblogger e booktuber, del nuovo libro di Giuliano Gallini, “Il secondo ritorno” edito da Nutrimenti Edizioni. Quando la casa editrice mi ha contattata ho accettato l’invito con gioia, perché la trama del romanzo mi ha conquistata a prima lettura.

"Il secondo ritorno" cover Giuliano Gallini Nutrimenti Edizioni
“Il secondo ritorno” di Giuliano Gallini, edito da Nutrimenti Edizioni

Tutta la costruzione del romanzo ruota attorno al racconto “Il ritorno” di Joseph Conrad. Lo scrittore polacco, protagonista di una delle due vicende sulle quali è imperniata la trama del libro di Giallini, visse un periodo di profonda crisi quando, nel 1897, la sua ultima fatica (“Il ritorno”, appunto) andò incontro a numerosi rifiuti da parte di diversi editori, oltre che ad aspre critiche da parte di amici e colleghi. Al testo sembrava mancare qualcosa, qualcosa di fondamentale che lo avrebbe elevato alle vette della vera letteratura, ma cosa? Il Conrad che vediamo in scena è un uomo tormentato, che sente di essere ormai costretto a muoversi solo sul terreno sicuro dell’avventurosa narrazione di viaggio, e che quasi si pente di aver osato entrare in punta di piedi nel mondo del racconto borghese, in cui la psicologia dei personaggi la fa da padrone.

“Per molti giorni la paura di non essere capace di scrivere che storie esotiche lo aveva svegliato nel pieno della notte. Non poteva accettare di essere uno scrittore di genere.”

“Il ritorno”, infatti, racconta la storia di una coppia, i coniugi Hervey, e prende le mosse dalla decisione, presa dalla moglie, di abbandonare il tetto coniugale. La donna, cui non è concesso il dono di un nome né quello di una vera personalità (è forse questo a disorientare critici e lettori?), sceglie di lasciare il marito con un biglietto, per poi pentirsene e decidere di tornare sui suoi passi, sperando che Alvan non abbia letto le sue parole e che tutta possa tornare come prima. Alvan, però, ha trovato il biglietto e lo ha letto, e per questo sottopone la moglie a un lungo e faticoso confronto, durante il quale lei non può che esprimersi a monosillabi, senza in effetti mai palesare le ragioni del suo gesto, della sua fuga. Gli Hervey vivono in un contesto sociale piuttosto asfissiante, fatto di convenzioni e di regole cui è obbligatorio conformarsi: una gabbia dorata. Non a caso Alvan, di fronte alla sparizione della moglie, non si preoccupa per lei e non si chiede dove sia finita, ma si dispera temendo che la gente possa pensar male di lui, e arriva addirittura a desiderare che la donna fosse morta, poiché essere vedovo sarebbe più onorevole che essere stato abbandonato. È dunque probabile che la donna, incapace di continuare a condurre un’esistenza così rigida e inautentica, abbia provato l’istinto di allontanarsene, salvo poi rendersi conto che, lontano da ciò che conosce e che ha rappresentato il suo unico orizzonte per più di cinque anni, non è in grado di ricostruirsi una vita. Fuori dalla gabbia, per lei, c’è il nulla. E il nulla, da sempre, ci terrorizza.

La seconda vicenda, che fa da specchio alla prima e rispetto ad essa procede in parallelo, è quella, ambientata nel 2017, che ha per protagonista Agnese, una giovane regista impegnata a mettere in scena una rappresentazione teatrale imperniata sulle vicende di Jessie e Joseph Conrad. Qualcosa nel rapporto tra i due coniugi, lontani per età e per cultura (Jessie era più giovane di ben sedici anni ed era un’umile dattilografa), la affascina al punto di decidere di portare la loro storia sul palcoscenico. La sua vena creativa, però, si sta inaridendo, piegata sotto il peso di una vita di coppia che da tempo non la soddisfa e che mette a dura prova la sua capacità di resistenza. Leo, suo marito, non pensa che al lavoro, e su di lei pende la spada di Damocle del “nuovo contratto” che lui sta per firmare, dopo il quale certamente tornerà alla carica insistendo perché mettano in cantiere un figlio, un passo che lei non si sente ancora pronta a compiere. Esasperata, anche Agnese decide di abbandonare la propria casa e l’uomo che da anni le sta accanto (da qui il titolo “Il secondo ritorno”), lasciandogli un biglietto in cui dice che è dovuta andare via e che per un po’ starà a casa di un amico. Un passo enorme questo per Agnese, che arrivata a casa di Salvo, col quale in passato c’era stato del tenero, decide frettolosamente di tornare sui suoi passi, augurandosi di arrivare a casa prima di Leo, prima che lui possa accorgersi della sua fuga e leggere quelle parole incerte scarabocchiate su un foglietto.

“Lasciare Leo significava lasciare un passato felice e una promessa di futuro; significava lasciare un mondo, non solo un uomo.”

Anche in questo caso, dunque, una donna sente di non avere più alternative, di essere costretta a vivere sotto una cappa fatta di aspettative sociali che non può o non vuole soddisfare, e prova a scrollarsela di dosso. Di nuovo, però, la donna non riesce a portare fino in fondo la propria decisione e si arrende al ritorno, alla paura dell’ignoto, al bisogno di certezze.

Autore del romanzo Giuliano Gallini Libreria Centofiori
L’autore del romanzo, Giuliano Gallini, durante la presentazione del libro presso la Libreria Centofiori di Milano.

Delle due donne del romanzo, la protagonista de “Il ritorno” e Agnese, si è discusso tanto durante l’incontro di lunedì. Le posizioni in merito erano sostanzialmente due: alcuni di noi sostenevano che la scelta di tornare sui propri passi fosse un atto di vigliaccheria, l’ammissione dell’incapacità di affrontare ciò che non si conosce, accontentandosi di rientrare nei ranghi di una quotidianità opprimente e a tratti insopportabile, eppure al tempo stesso rassicurante; altri, invece, vedevano nel ritorno la manifestazione di un’enorme forza d’animo, di quella resilienza e determinazione che spinge l’essere umano (la donna?) a lottare sempre e comunque per salvare il salvabile, per tenere in piedi ciò che è stato faticosamente costruito nel corso degli anni.

Poco fa ho scritto “(la donna?)” perché un altro dei temi forti emersi durante il dibattito è stato quello riguardante la figura femminile all’interno del romanzo. Le donne di Giallini (e di Conrad) sono donne che tornano, donne che, per paura o per inarrestabile forza d’animo, scelgono di rinunciare a una felicità potenziale per riappropriarsi del ruolo che la società, la famiglia o un uomo si aspettano che ricoprano. Ma è davvero una questione di genere? La donna sente davvero un atavico bisogno di solidità e certezze? È davvero incapace di lasciarsi andare e di inventarsi una vita del tutto nuova in un luogo diverso? E cosa sarebbe successo se a fuggire fosse stato l’uomo? Sarebbe mai tornato? È possibile che la donna, dopotutto, sia vittima di una sorta di “colonialismo di genere” che le ha fatto terra bruciata intorno impedendole di abbandonare una vita che la rende infelice?

Il romanzo di Giallini ha sollevato questi e tanti altri interrogativi. Durante la presentazione infatti si è parlato di letteratura, di donne, di uomini, di grandi autori, del bisogno di cercare se stessi dentro i libri e dell’inevitabile tentativo, compiuto da ogni aspirante scrittore, di portare un po’ dei libri che ha amato nei propri scritti. Al giorno d’oggi non è facile trovare un libro, per di più scritto da un “quasi esordiente”, che sia capace di far discutere, riflettere e che stimoli il confronto su temi così importanti. Biografia, fiction, noir (Alice Ticknor, chi era costei? Tenete bene a mente questo nome), “Il secondo ritorno” riesce a essere tutto questo, grazie a un sistema di scatole cinesi ben congegnato dall’autore. Per di più, la storia è estremamente godibile e piacevole, per cui ve ne consiglio vivamente la lettura.

Se vi va, fatemi sapere qual è la vostra opinione riguardo alle domande che ho posto sopra. Per voi provare a fuggire per poi tornare indietro è un atto di forza o è semplice codardia?

Non fiction, Recensioni

Lasciami andare, madre

Se qualcuno oggi mi chiedesse “Quale libro letto di recente farai fatica a dimenticare?”, la mia risposta sarebbe senza dubbio “Lasciami andare, madre” di Helga Schneider, edito da Adelphi nel 2001.

Racconto autobiografico, confessione, testimonianza. Lasciami andare, madre è tutto questo e molto di più. La Schneider, che ha dedicato la sua vita e la sua intera opera a ripercorrere gli eventi salienti della Seconda guerra mondiale e della Shoah, da lei vissute e osservate con lo sguardo della bambina che era all’epoca, affronta qui il più grande e il più temibile dei suoi fantasmi: sua madre. Una madre che ormai da mezzo secolo Helga non sente più come tale, una madre che non riesce a chiamare “mutti” (mamma) perché mamma non è mai stata, una madre che l’ha abbandonata senza rimorsi né rimpianti quando aveva solo quattro anni, nel 1941.

Cover di
“Lasciami andare, madre”, edito da Adelphi.

Più ancora dell’abbandono, a far male è la motivazione che ha spinto questa donna a lasciare i suoi due bambini per non fare mai più ritorno: il suo führer aveva bisogno di lei, più di quanto ne avessero i suoi figli. Nessuna debolezza era concessa alle donne che si mettevano al servizio di Himmler e decidevano di diventare guardie carcerarie ad Auschwitz-Birkenau. Solo le più rigide, le più dure, le più coriacee riuscivano a far carriera, e la madre di Helga era determinata a brillare. Tanta fierezza, nessuna pietà, nessun ripensamento.

Helga aveva già rivisto sua madre una volta, nel 1971, a trent’anni dal loro ultimo incontro, e aveva sperato di trovarsi davanti una donna diversa, forse pentita, sicuramente felice di conoscere il suo nipotino. La realtà, però, aveva fatto a pezzi le sue fantasie, ponendole di fronte una statua di ghiaccio, che aveva provato a riempirle le mani di oggetti in oro, certamente strappati ai deportati di Auschwitz prima di mandarli alle camere a gas, e aveva esibito con orgoglio la vecchia e consunta divisa delle SS, prezioso cimelio di un tempo ormai perduto. Sconvolta da tanta freddezza, Helga aveva deciso di non rivederla mai più. Eppure quando, nel 1998, un’amica di sua madre le telefona per dirle che la donna è ormai più che novantenne e preda di una demenza senile galoppante, Helga, che ormai vive in Italia da tempo e che in italiano scrive i suoi libri, prende un aereo per Vienna e parte verso la casa di riposo dove è ricoverata quella che per lei è un’estranea e che, al contempo, sente come sangue del suo sangue.

Oggi ti rivedo madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?                                     Rispetto? Solo per la tua veneranda età – ma per nient’altro. E poi?                         Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.”

Helga intraprende così un difficilissimo percorso di conoscenza, spinta da un’incontrollabile voglia di sapere, di capire, di domandare. A una madre che alterna momenti di lucidità a momenti di senile confusione la Schneider pone interrogativi che sempre di più scavano dentro di lei una voragine e la obbligano a chiedersi se sia possibile perdonare una madre che, senza mai dare il minimo segno di cedimento o tentennamento, ha contribuito in modo così massiccio allo sterminio di milioni di ebrei innocenti. Quali sentimenti è legittimo provare nei confronti di chi ha rifiutato il suo ruolo di genitore e i suoi stessi bambini in nome di ideali biechi e scellerati? Come approcciarsi a una donna che ha compiuto azioni quasi innominabili e che, a distanza di più di cinquant’anni, continua a difenderne la legittimità?

Volevo giurare! Volevo essere accettata come membro delle SS, lo volevo più di ogni altra cosa”.                                                                                                                       “Era più importante della tua famiglia?”.    

Annuisce. “Sì, ma tu non puoi capire. Nessuno può capire oggi…”

E se anche fosse possibile perdonare le colpe personali di un singolo individuo che ha agito mosso da folli e crudeli ideologie di massa, sarebbe possibile dimenticare le colpe storiche e umane di cui si è macchiato?

Quel pensiero mi insinuò un dubbio: non avevo mancato anch’io nel mio ruolo di figlia? Non sarebbe stato mio dovere comprendere, perdonare? Repressi uno strano impulso a coricarmi nel letto di mia madre. Le avevo forse perdonato?                               Con mia grande meraviglia, la risposta fu: sì. Le avevo perdonato il male che aveva fatto a noi, a suo marito, ai suoi figli… Ma quanto alle altre colpe dei cui si era macchiata, il diritto alla condanna o al perdono apparteneva esclusivamente alle sue vittime.

Un confronto, durato un paio d’ore, tra una madre e una figlia divise dalla storia ma ancora unite da un atavico legame “animale”, diviene lo spunto da cui partire per porci domande che investono le sfere della memoria storica e dell’etica personale.

Questo libro è un pugno nello stomaco, un doloroso promemoria dei tanti orrori perpetrati dai soldati e dalle guardie di Himmler ai danni di uomini, donne e bambini colpevoli solo di appartenere alla “razza” sbagliata. Questi orrori la Schneider ce li fa rivivere attraverso le parole di sua madre, che li racconta come vittorie suscitando in noi quello che sentiamo essere solo il pallido spettro di quello sdegno, del disgusto e della sofferenza che la stessa Helga deve aver provato nell’ascoltarla. Paradossalmente, immaginare la voce di una gracile vecchietta che racconta, senza colpo ferire, di aver torturato, derubato e ucciso delle persone, ci fa percepire in modo ancora più atroce l’assurdità di ciò che è stato. Ancora una volta, la “banalità del male” si manifesta in tutta la sua violenza.

Recensioni, Romanzi

Il prodigio

Vi ricordate la mia recensione di “Room” e lo smodato entusiasmo che avevo dimostrato per la storia raccontata da Emma Donoghue e per il suo stile? Beh, ovviamente quando ho scoperto che aveva scritto un altro libro e che, per di più, si trattava di un romanzo storico ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, non ho davvero saputo resistere. Mi sono fiondata ad acquistare Il prodigio, pubblicato da Neri Pozza, e la mia si è rivelata un’ottima decisione dal momento che ho adorato ogni singola pagina.

Cover di “Il prodigio” di Emma Donoghue, edito da Neri Pozza

Lib Wright, una ragazza britannica di circa trent’anni, è rimasta vedova dopo solo un anno di matrimonio e, da quel momento, ha deciso di rifarsi una vita e di dedicarla agli altri, frequentando la prestigiosissima scuola di infermeria fondata da Florence Nightingale e dandosi da fare per aiutare i feriti durante la guerra di Crimea. Dopo aver servito la patria e aver visto con i propri occhi gli orrori dell’ospedale militare allestito nella caserma “Selimiye” di Scutari, Lib vive quasi come un affronto personale la richiesta, fattale dalle sue superiori, di recarsi in un minuscolo paesino dell’arretrata e bigotta Irlanda di fine Ottocento, Athlone.

La sua presenza, unitamente a quella di una monaca di nome Suor Michael, è stata espressamente richiesta dal dottor McBrearty, medico degli O’Donnell, la famiglia presso la quale l’infermiera e la suora saranno impegnate a sorvegliare a turni, per due settimane, la piccola Anna, una bambina di appena undici anni che afferma di non toccare cibo dalla data del suo ultimo pasto, avvenuto quattro mesi prima. Intorno al caso della bimba “capace di vivere d’aria” sono nate leggende, teorie, culti e, naturalmente, perplessità e dubbi, per sfatare i quali un comitato, composto dallo stesso McBrearty, dal prete e dai notabili della comunità, ha deciso di sottoporre Anna a un controllo costante, volto a dimostrare la veridicità delle sue affermazioni e a confermare l’aura di santità che da mesi la avvolge.

Lib è una persona estremamente razionale, ben poco incline a credere a santi e miracoli, ed è determinata a smascherare Anna nel giro di pochi giorni, dimostrando che quei paesanotti creduloni, che continua a guardare dall’alto verso il basso, non hanno fatto altro che reggere il gioco dei genitori di Anna. È chiaro che una bambina non può restare in vita per quattro mesi senza alimentarsi! E altrettanto evidente è il piacere che Rosaleen e Malachy O’Donnell traggono dalle visite di persone giunte da tutta l’Europa per rendere omaggio alla piccola “santa”, visite cui nella maggior parte dei casi segue un lascito di denaro che, a suo dire, la coppia metterà da parte per i poveri. Deve trattarsi di una truffa, i genitori di Anna avranno trovato il modo per sfamarla senza essere osservati.

Al suo arrivo, Lib è sconvolta dalle condizioni di indigenza e degrado assoluti nelle quali vivono gli O’Donnell,  ma soprattutto dalla compostezza, dolcezza e calma di Anna, una bimba adorabile  che dimostra meno dalla sua età e sul cui corpo sono già evidenti alcuni dei sintomi della denutrizione (una leggera peluria sul volto, qualche chiazza sul corpo), ma che nel complesso sembra essere sana, coscienziosa e molto, molto sveglia.

Se l’austera Suor Michael si limita, almeno all’inizio, a svolgere silenziosamente il proprio compito, Lib si impone fin da subito di non affezionarsi alla bambina e di mantenere il più gelido distacco nei suoi confronti, esaminandola, appuntando minuziosamente ogni singolo cambiamento nel suo aspetto fisico, studiando i suoi modi di fare e non staccandole mai gli occhi di dosso onde evitare che possa mangiare qualcosa di nascosto. Nonostante i suoi sforzi per apparire algida e altera, tuttavia, Lib comincia a provare una sorta di ammirazione mista a tenerezza nei confronti della bambina, che non sembra minimamente interessata al cibo, soffre terribilmente per la morte dell’amatissimo fratello e trascorre le sue giornate passeggiando insieme a lei, collezionando immagini di santi e pregando in maniera sentita e devota.

Nonostante la sua ferrea determinazione, Lib non riesce mai a cogliere la bambina in fallo, né a farle inghiottire qualcosa di più di un paio di cucchiaiate d’acqua al giorno. Eppure il fisico di Anna sembra non aver risentito del prolungato digiuno. Sì, certo, il suo ventre è gonfio e cominciano ad esserlo anche le sue mani e i piedi… ma quattro mesi senza cibo avrebbero dovuto ucciderla, o almeno debilitarla al punto da non permetterle più di condurre una vita normale. Di fronte alla stoica resistenza di Anna, restìa a rispondere alle domande che le vengono poste e costantemente osservata dalla madre, che Lib considera la principale indiziata, l’infermiera inizia a dubitare persino di se stessa e delle sue convinzioni.

“Aiutala. Lib si scoprì a pregare un Dio in cui non credeva.

 Aiutami. Aiutaci tutti. Silenzio”

Sarà l’incontro inaspettato con un simpatico e irriverente giornalista a riportarla alla realtà e ad aprirle gli occhi sulle reali condizioni di salute di Anna e sul loro costante peggioramento, dandole la spinta necessaria per arrivare fino in fondo e portare a termine la sua missione. E proprio la sua perseveranza permetterà a Lib di svelare l’inaspettata, sconvolgente verità, che si cela dietro il digiuno di Anna O’Donnell.  Aiutata da Suor Michael, che nel frattempo ha preso a cuore la piccola e si è convinta della necessità di aiutarla, l’infermiera proverà a svelare quanto ha scoperto sotto giuramento, davanti al comitato riunito,  alla fine delle due settimane di osservazione, sperando che le credano e le diano una mano a salvare la bambina.

Emma Donoghue ci racconta l’Irlanda all’indomani della grande carestia che la colpì nel 1845-46, e lo fa attraverso gli occhi di Lib che, da protagonista estranea all’ambiente in cui si trova, scopre insieme a noi un paese ridotto in miseria, nel quale i contadini si spaccano la schiena nei campi per rimettere in sesto i raccolti e la superstizione la fa da padrone. Capita così che gli abitanti di Athlone, pur essendo ferventi cattolici, credano all’esistenza dei folletti o si abbandonino a rituali al limite del paganesimo nella speranza di scacciare il malocchio o il dolore. Sulla copertina del libro, ad esempio, vediamo un albero che reca tra le fronde numerosi panni stesi a ondeggiare nel vento: ognuno di quei panni rappresenta un evento luttuoso, una malattia o una disgrazia che ha colpito qualcuno, e che questo qualcuno cerca di esorcizzare affidandola ad uno straccio che col tempo, disintegrandosi, la porterà via con sé cancellandola per sempre.

Lib incarna però anche una figura storicamente molto importante, quella dell’infermiera professionale. Non è certo un caso che la Donoghue abbia scelto di far sì che la sua protagonista provenisse dalla scuola di Florence Nightingale, conosciuta come “la signora con la lanterna” e fondatrice della moderna pratica infermieristica, basata sul metodo scientifico e sulla scrupolosa osservazione del paziente. Da brillante ex allieva modello, Lib guarda ad Anna come a un oggetto da studiare con la massima cura e verso il quale usare tutte quelle cautele che, a parere della sua maestra, servirebbero ad agevolare il paziente nel processo verso la guarigione, tenendo sotto controllo la qualità dell’aria e la pulizia dell’ambiente, e mantenendo costante il calore corporeo della bambina.

L’incontro tra l’agnostica Lib, che nasconde una profonda umanità sotto la divisa da infermiera, e la piccola, amabile Anna, dà vita a una storia difficile da dimenticare, ricca di colpi di scena e di misteri. Naturalmente, non vi svelerò altro, perché non voglio rovinarvi il piacere della lettura, ma sappiate che difficilmente riuscirete a intuire il segreto di Anna fino alla fine del romanzo, e che Emma Donoghue è riuscita, ancora una volta, a incatenarmi alle pagine di un suo libro e a commuovermi attraverso una figura infantile. Anna è molto diversa da Jack, certo, e il fatto che la storia sia narrata in terza persona allontana ulteriormente questo romanzo dal precedente. Eppure, anche in questo caso, l’autrice  ha posto l’infanzia al centro della sua storia,  la storia di una bambina lasciata sola, martoriata, trasformata in oggetto di culto da parte di un popolo che fa di un becero folklore ammantato di religiosità la sua ragione di vita. A nessuno importa come stia Anna, a nessuno importa come si senta o come stia affrontando la sua personale Via Crucis mentre deperisce sotto i loro occhi distratti. Ciò che conta è che Anna non mangia e che respira ancora, e questo è scientificamente impossibile, per cui deve trattarsi di un miracolo. Anche in questo caso, quindi, esattamente come in “Room”, ci troviamo di fronte a un’infanzia umiliata e calpestata, ma anche alla formazione di un legame tra una donna e un bambino (una bambina, in questo caso) che, pur non conoscendosi ancora bene, cercheranno di salvarsi a vicenda, stravolgendo le loro vite e le loro convinzioni.