Non fiction, Recensioni, Romanzi

L’avversario – Emmanuel Carrère

Fino a poche settimane fa, conoscevo Emmanuel Carrère solo di fama, ma non avevo mai letto niente di suo. Per questo motivo, quando il mio club di lettura ha scelto come libro del mese di marzo L’avversario, non avevo idea di cosa aspettarmi. Sapevo soltanto che si trattava di un libro che poco aveva a che fare con la fiction e che l’idea di Carrère era quella di scrivere un romanzo-verità, sulla falsa riga di A sangue freddo di Truman Capote.

La curiosità era tanta, ed ero abbastanza certa che si trattasse di un bel libro, vista la fiducia praticamente sconfinata che ripongo nel catalogo Adelphi. Le mie aspettative, ancora una volta, non sono state disattese.

“L’avversario” di Emmanuel Carrère, Adelphi.

Il libro ruota attorno alla controversa figura di Jean-Claude Romand, che nel gennaio 1993 uccise, apparentemente senza motivo, i figlioletti di 5 e 7 anni, la moglie, i genitori e l’amatissimo cagnolino. Dopo aver sterminato la sua famiglia, Romand ingurgitò un’elevata dose di barbiturici e appiccò il fuoco alla casa, deciso a togliersi la vita. Il tentato suicidio, tuttavia, non andò a buon fine, dato che l’uomo fu prontamente tratto in salvo dai vigili del fuoco. Dopo aver lasciato l’ospedale, il reo confesso Jean-Claude Romand divenne il protagonista di un vero e proprio caso mediatico e il processo a suo carico, iniziato nel giugno del ’96, attirò l’attenzione di giornalisti, psichiatri e… Scrittori. Tra questi, vi era proprio Emmanuel Carrère che, spinto dalla voglia di raccontare l’uomo dietro il mostro, di scandagliare le profondità dell’animo umano alla ricerca delle ragioni che possono portare un rispettabile padre di famiglia a trasformarsi in un folle pluriomicida, decise di scrivergli una lettera per chiedergli il “permesso” di raccontare la sua storia.

“Non credo che esistano tanti modi per rivolgersi a un uomo che ha ucciso moglie, figli e genitori, ed è ancora in vita. A posteriori, però, mi rendo conto di averlo preso subito per il verso giusto scegliendo quella gravità compassata e compassionevole, vedendo in lui non un uomo che ha fatto qualcosa di agghiacciante, ma un uomo al quale è accaduto qualcosa di agghiacciante, vittima sventurata di forze demoniache.”

La missiva, recapitata nell’agosto del ’93, non riceverà una risposta fino al settembre del ’95 quando l’autore aveva ormai messo da parte l’attrazione che quella vicenda aveva esercitato su di lui (per la quale provava una certa vergogna), scegliendo di tornare alla fiction con La settimana bianca. E sarà proprio l’amore provato per questo romanzo a spingere Romand a fidarsi di lui e ad avviare un’intensa conversazione epistolare che accompagnerà lo svolgimento del processo, cui Carrère sceglierà di assistere.

Trattandosi di un fatto realmente accaduto, non temo di fare spoiler raccontandovi ciò che emerse dalle indagini e dalle dichiarazioni di Romand. Fin da ragazzo, il giovane Jean-Claude era stato piuttosto chiuso, taciturno e fortemente incline alla depressione. Se l’era sempre cavata bene con lo studio, il che lo portò a iscriversi alla facoltà di medicina dell’università di Lione. Qui avrebbe studiato anche Florence, lontana cugina di cui Jean-Claude era da tempo invaghito e che pochi anni dopo avrebbe finalmente conquistato e sposato. Dalla loro unione sarebbero nati i piccoli Antoine e Caroline. La vita dei coniugi Romand sembrava procedere per il meglio. Jean-Claude adesso aveva una bella moglie, due bei bambini, tanti amici, un mucchio di denaro e un prestigioso lavoro come ricercatore per l’OMS. Cosa chiedere di più? Beh, che tutto ciò fosse vero. Sì, perché in realtà Jean-Claude Romand, per un banale imprevisto, non aveva mai sostenuto l’esame di ammissione al secondo anno di medicina. Da quel momento in poi, la sua intera esistenza si era trasformata in una menzogna. Non avendo avuto il coraggio di confessare ai genitori il suo fallimento, Romand aveva finto di laurearsi, specializzarsi e ottenere un impiego di cui loro sarebbero stati fieri mentre, millantando influenti contatti all’estero, convinceva familiari e amici ad affidargli i risparmi di una vita, che sarebbero stati depositati su conti svizzeri e saggiamente amministrati sotto la sua supervisione. Quello che nessuno poteva immaginare è che Romand impiegasse quel denaro per mantenere il suo elevato tenore di vita, e che ne dilapidare una parte sostanziosa in cene, viaggi e costosi regali per la sua amante. Corinne, questo il nome della donna, ebbe una lunga relazione con Romand, e rischiò di trasformarsi nell’ennesima vittima della sua follia. L’uomo, infatti, la assalì e tentò di strangolarla subito dopo aver sterminato la sua intera famiglia.

La vera domanda, a questo punto, è: cosa scatenò la follia omicida di Romand? La risposta è la paura. Quando l’uomo si rese conto che il fragile castello di carte che aveva costruito sulle menzogne e che aveva retto per ben diciotto anni stava cominciando a cedere e che alcune persone, tra cui i suoceri e l’amante, cominciavano a nutrire dei sospetti e a chiedere la restituzione di quel denaro che lui aveva già sperperato, il terrore di essere scoperto lo spinse ad agire nel più brutale dei modi. Satana, l’Avversario, sembrò impadronirsi di lui, di un uomo qualunque che, incapace di sopportare il peso del giudizio altrui, preferì macchiarsi di crimini atroci.

L’avversario è un libro che mette i brividi. Non tanto, e non solo, per l’efferatezza degli omicidi (la descrizione della morte dei bambini è la cosa meno cruenta e più impressionante che io abbia mai letto), ma soprattutto per il modo in cui Carrère scava nella mente dell’assassino. Romand è un uomo chiaramente disturbato, eppure durante il processo mantiene una lucidità e una freddezza che, ancor più di tutto il resto, lo rendono terrificante. Siamo di fronte a un mostro che ha commesso un crimine orribile, dal quale prende quasi le distanze parlando di ‘tragedia’ e di ‘lutto’, quasi che lui non ne fosse responsabile. Un mostro, sì, che appare insensibile di fronte alla morte dei suoi bambini, ma crolla a terra in lacrime se solo si osa nominare uno dei suoi defunti cani, devastato dai ricordi. Ciò che spaventa, nella figura di Jean-Claude Romand, è la sua ambivalenza, la sua capacità di essere “l’uomo della porta accanto” e, al contempo, di gestire una seconda vita del tutto privata, fatta di truffe, inganni e tradimenti. Ciò che fa riflettere, è l’idea che da una piccola bugia detta quasi a fin di bene da un ragazzo qualunque, possa scaturire una catena inarrestabile di eventi nefasti, culminati in un efferato delitto. Chiudendo L’avversario, a lettura finita, il lettore si ritrova con un grosso groppo alla gola e mille domande per la testa. Come ha fatto? Com’è possibile che nessuno gli abbia mai telefonato in ufficio o negli alberghi in cui diceva di trovarsi e non abbia scoperto che invece girovagava da solo per la città o nei boschi? Com’è possibile che la moglie non abbia mai guardato il loro estratto conto? Com’è possibile che nessuno tra gli amici di Romand, nemmeno il suo collega e vicino Luc, che lo conosceva meglio di chiunque altro, abbia mai capito nulla?

Sembra incredibile, forse lo è, eppure è accaduto. E questo ci spinge a chiederci: le persone che ci circondano sono davvero ciò che dicono di essere? Il libro, però, non ci mostra un solo uomo tormentato, ma ne mette in scena almeno due. Se da un lato abbiamo un assassino alle prese con le proprie colpe, infatti, dall’altro abbiamo uno scrittore che affronta una duplice difficoltà: quella pratica e quella morale. Sul versante pratico, Carrère non sa come raccontare questa storia, che punto di vista assumere, cosa dire. Nel dubbio, sceglierà di essere semplicemente se stesso e di raccontare ciò che avvenne dalla sua prospettiva privilegiata di osservatore diretto. Sul versante morale, la difficoltà dello scrittore nasce dall’ambivalenza del suo rapporto con l’imputato. Carrère infatti prova quasi pietà per lui, per la sua paura, per il suo errare senza meta fingendo di essere al lavoro, per il suo vivere nell’ansia e nell’angoscia di essere scoperto. Una pietà, la sua, che si accompagna a quella che sembra una punta di ammirazione per la sua capacità di mimetizzarsi e scomparire dentro la sua stessa vita. Questi sentimenti fanno chiaramente a pugni con la consapevolezza di avere di fronte un assassino e con il senso di colpa verso le vittime. Non a caso, quando in tribunale si troverà faccia a faccia con la madre di Florence, lo scrittore avvertirà con chiarezza il peso della posizione che ha scelto di assumere.

Io non avevo scritto a lei o ai suoi, ma all’uomo che aveva distrutto le loro vite. Era a lui che riservavo le mie attenzioni, perché volevo raccontare quella storia e per me era la sua storia. Andavo a pranzo con il suo avvocato. Stavo dall’altra parte della barricata.

Vi ho già raccontato tanto, eppure leggendo L’avversario vi renderete conto di avere ancora moltissime cose da scoprire e moltissimi interrogativi da porvi. Questo libro non è il mero racconto di un terribile fatto di cronaca nera, non è un resoconto giornalistico e non vuole, né può, darci risposte o facili giudizi sull’accaduto. Carrère non è un investigatore né un avvocato, ma solo un essere umano che, con tutte le sue difficoltà e debolezze, osserva e studia un altro essere umano, chiedendosi quale possa essere l’origine del male e dove si collochi il labile confine che lo separa dal bene.

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