Recensioni, Romanzi

Io so perché canta l’uccello in gabbia

Negli ultimi mesi ho preso l’abitudine di andare in biblioteca senza avere in mente un titolo preciso da prendere in prestito. Mi piace camminare tra gli scaffali, osservare le copertine e lasciare che mi chiamino, che i titoli evochino qualcosa e facciano scattare in me la scintilla della curiosità.

Prima di Natale, vagabondando tra i corridoi della biblioteca Venezia di Milano, mi sono imbattuta in un titolo affascinante: Io so perché canta l’uccello in gabbia di Maya Angelou. 

“Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou

In tutta sincerità, non avevo mai sentito nominare né il testo né la scrittrice, eppure è stato quasi un colpo di fulmine, sapevo di dover portare a quel libro a casa con me. Quello che non sapevo ancora era che avrei passato quasi quarantotto ore incollata alle pagine, senza rendermi conto dello scorrere del tempo, completamente rapita dal racconto dell’autrice.

Io so perché canta l’uccello in gabbia è il primo libro di memorie di una donna straordinaria, Maya Angelou, morta nel 2014 a 86 anni e ricordata non solo come poetessa e scrittrice, ma anche e soprattutto come simbolo vivente e baluardo della cultura afroamericana e della lotta contro la discriminazione e la segregazione razziale. Non a caso, nel 2011 la Angelou ricevette dall’allora presidente in carica Barack Obama la Medaglia della Libertà 2010, la più alta onorificenza civile americana. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1969 ed è tutt’ora unanimemente considerato dalla critica e dalle riviste letterarie come uno dei romanzi fondamentali del Novecento, nonché uno dei migliori mille libri di sempre. 

Il romanzo ci proietta immediatamente nell’America degli anni ’30, e si apre con l’arrivo di Maya, che allora aveva soltanto tre anni, e del suo fratellino Bailey, che ne aveva quattro, nella cittadina di Stamps. I loro genitori, emigrati nel Nord America in cerca di fortuna, hanno divorziato e hanno bisogno di riprendere le redini delle loro vite, per cui decidono di alleggerirsi del peso dei bambini affidandoli alla nonna paterna, Annie, affettuosamente chiamata Momma. Per dei bambini piccoli sentirsi rifiutati dalla propria famiglia è doloroso, certo, ma la fantasia e la creatività infantili permettono a Maya e Bailey, legati tra loro come fossero un’unica entità, di guardare al mondo che li circonda con entusiasmo; il retro dell’emporio gestito da Momma e dallo zio Willie diventa la loro casa, e il negozio, pieno di leccornie e dei più svariati oggetti, si trasforma in una sorta di parco giochi personale. Nonostante tutto, però, non è facile avere la pelle scura e crescere nel profondo sud di un’America estremamente razzista e retrograda, e se gli eroi di Maya sono gli uomini e le donne che a testa alta lavorano nei campi durante il giorno e si radunano all’emporio di sera, i suoi incubi sono popolati da mostri che assumono la forma di quelle ragazzine bianche che si arrogano il diritto di deridere la sua gente e soprattutto sua nonna, un esempio di profonda tenacia e dignità, e di quegli uomini che, nascosti sotto i cappucci del Ku Klux Klan, fanno irruzione nei possedimenti dei neri, costringendo uomini come suo zio a fuggire e a nascondersi in mezzo al letame per evitarli. Il mondo, a Stamps, si divide in bianco e nero, e la differenza è così netta che la protagonista dovrà percorrere ottanta chilometri per trovare un dentista di colore disposto a curarla, perché il medico bianco della cittadina, che pure deve delle grosse somme di denaro a Momma, preferirebbe curare un cane piuttosto che essere costretto a infilare le mani nella bocca di un nero. 

All’improvviso, però, la vita di Maya e del suo fratellino sembra prendere una piega imprevista e sorprendente: il loro papà sta venendo a prenderli, li rivuole con sé e li porterà dalla madre. Increduli, dispiaciuti all’idea di abbandonare la nonna ma eccitati dalla prospettiva di incontrare una madre che ricordano a malapena, i bambini partono alla volta di St. Louis. Ad aspettarli troveranno una donna bellissima e solare, talmente diversa dalla taciturna, non particolarmente avvenente Maya da farle quasi dubitare che, sette anni prima, una simile creatura abbia potuto donarle la vita. I mostri, però, non sono stati confinati a Stamps e non sempre hanno la pelle bianca. Stavolta, infatti, il terrore assumerà  l’aspetto di Mr. Freeman, il compagno della madre, che ruberà l’innocenza e la voce a una Maya di appena otto anni, spingendola a un mutismo che si protrarrà per anni, motivato dal disperato bisogno di espiare la colpa di essersi macchiata del terribile torto di far gola a un uomo malato. Ancora una volta la madre di Maya stabilirà che il meglio per lei sia tornare a Stamps, accompagnata da Bailey, imbronciato e deluso per essere stato strappato all’abbagliante luce emanata dalla sua mamma e dal nord per essere rispedito verso la monotonia della vita di paese. 

Entrando a Stamps, ebbi l’impressione di oltrepassare le linee di confine della cartina per poi precipitare, senza paura, oltre l’orlo del mondo. Non poteva succedere altro, perché a Stamps non succedeva mai niente. Fu in questo bozzolo che mi rifugiai

Momma, che conosce ma finge di ignorare le ragioni dell’ostinato silenzio della nipote, la accompagnerà durante la sua crescita, e così farà anche il lettore, almeno fino a quando, giunta all’età di diciassette anni e pronta per affrontare una nuova sfida decisamente impegnativa, Maya non sceglierà di interrompere il suo racconto. 

Io so perché canta l’uccello in gabbia è la coraggiosa confessione di una donna che non ha paura di raccontare l’America delle luci spente e della discriminazione, e che per farlo sceglie un punto di vista totalmente personale, calandosi in prima persona nella vicenda. Come già tanti romanzieri prima di lei, inoltre, la scrittrice guarda alla realtà attraverso gli occhi di una bambina, che non ha filtri e descrive esattamente ciò che vede. E quello che la Maya bambina vede è un mondo in cui ciò non conta ciò che sei, in cui non importa quanto tu ti sia impegnato per raggiungere un obiettivo, perché se la tua pelle ha il colore sbagliato, se stai dal lato sbagliato dell’invisibile linea di demarcazione che qualcun altro ha tracciato per te, il tuo destino è segnato. Per fare emergere questa desolante consapevolezza non è necessario che gli scontri tra bianchi e neri vengano messi in scena tra le pagine del romanzo, e non è neanche necessario che i bianchi siano evocati o ricordati troppo spesso; è sufficiente sottolineare il fatto che i bianchi non chiamino Momma “Signora”, o il fatto che le ricche donne bianche del paese si sentano in diritto di cambiare il nome delle loro domestiche nere perché  non riescono a ricordarlo, per rendere immediatamente chiaro il quadro della situazione.

I bianchi, gente che detiene un potere che non ha fatto nulla per meritare, sono bravissimi a colpire la gente di colore nell’orgoglio, a ferirla con le parole, e Maya lo scoprirà a sue spese durante una delle scene più importanti e significative del libro: la scena del diploma. Maya è la migliore studentessa del suo anno, si è impegnata, ha studiato duramente ed è raggiante all’idea di aver raggiunto il traguardo. Raggiante, sì, fino al momento in cui due bianchi salgono sul palco e con le loro parole fanno a pezzi la sua convinzione di poter cambiare vita. Nonostante lo sconforto, però, Maya scoprirà di non essere disposta ad arrendersi a un fato che sembra più forte di lei, e proprio questa sua determinazione la trasformerà nella donna che ha spinto intere generazioni di giovani a lottare per i propri diritti. Ci si potrebbe chiedere se un romanzo come questo, a quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, sia ancora attuale. La mia risposta è sì, perché se è vero che la situazione storica è cambiata, è altrettanto vero che non è poi mutata quanto si potrebbe pensare, e che nessuno ha il diritto di dimenticare ciò che è stato, permettendo che accada di nuovo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...