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Mio fratello rincorre i dinosauri

Questa non sarà una vera e propria recensione, perché credo che alcuni libri non possano essere recensiti. Quando un romanzo riesce a farti sorridere, a commuoverti e a farti riflettere al tempo stesso, tutto ciò che puoi fare è cercare di metabolizzare le emozioni che ti ha lasciato e provare a raccontarle.

Il libro di cui sto parlando è “Mio fratello rincorre i dinosauri” (Einaudi, 2016) di Giacomo Mazzariol. Ammetto che, all’inizio, mi sono approcciata a questo romanzo con un po’ di scetticismo, temendo che il giovanissimo autore (appena diciannovenne) stesse tentando di lucrare sulla propria storia personale e, al contempo, che il suo stile ricalcasse quello di certa pessima letteratura contemporanea. Mi è bastato leggere qualche capitolo, però, per ricredermi del tutto.

Mio fratello rincorre i dinosauri “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol

La trama ruota attorno alla famiglia di Mazzariol, una famiglia composta dai suoi genitori, le sue due sorelle e da Giò, suo fratello, un fratello molto speciale.

Giacomo aveva cinque anni quando i suoi genitori gli annunciarono di aspettare un altro bambino, e la sua reazione era stata a dir poco entusiastica. Finalmente il numero di uomini in famiglia avrebbe pareggiato quello delle donne, finalmente lui avrebbe avuto un fratellino a cui insegnare ad andare in bicicletta, ad arrampicarsi sugli alberi e, perché no, a corteggiare le ragazze.

Quando, qualche settimana più tardi, i suoi genitori gli dissero che il bambino sarebbe stato “speciale”, la sua fervida immaginazione lo portò a fantasticare sull’arrivo di un supereroe, veloce e agile come un ghepardo. Un bimbo con i super poteri meritava un nome altisonante, un nome importante, un nome come “Giovanni”. E fu proprio Giacomo a scegliere il nome per il nascituro, e a comprare per lui un peluche a forma di ghepardo prima ancora che nascesse.

Alla nascita di Giò, però, il bambino che Giacomo si trovò davanti non era esattamente quello che aveva immaginato: aveva grandi occhi dal taglio orientale, una bocca larga larga, la testa piatta e degli strani piedini.

Col passare del tempo, a Giacomo divenne subito chiaro che suo fratello era “speciale”, ma non nel senso che lui aveva creduto di poter dare a questo termine. Giò era molto lento, aveva difficoltà a camminare e parlare, non si poteva certo dire che avesse un in’intelligenza fuori del comune e, questo era poco ma sicuro, non avrebbe mai potuto scalare un albero o salire su una bicicletta, né tantomeno pensare alle ragazze.

Ben presto, Giacomo scoprì che suo fratello non era l’unico ad avere quei problemi, e che l’insieme delle sue stranezze aveva un nome, un nome che conteneva una parola straniera: sindrome di Down.

Insomma mi capitava spesso di prendere in mano uno dei libri che mamma lasciava in giro, giusto per balbettarne il titolo, passare un dito sulla carta, o a volte annusarne l’odore. Per questo motivo mi accorsi di quello (…) Lessi l’autore, uno straniero, e il titolo, che conteneva anch’esso una parola straniera, e che quella parola era straniera lo sapevo perché c’era la lettera w (…) La parola era Down (…) Prima di quella c’era la parola sindrome. Non sapevo cosa volesse dire sindrome, non sapevo cosa volesse dire Down. Lo aprii e, come accade quando ci sono delle pagine più spesse, il libro si spalancò su una fotografia. Sgranai gli occhi. E’ Giovanni, pensai.  

Se durante l’infanzia la malattia di Giò era stata una continua scoperta e una fonte di preoccupazione, durante l’adolescenza Giacomo aveva cominciato a vergognarsi di quel fratellino così anomalo, aveva iniziato a parlare della sua famiglia omettendo il nome di Giò e a comportarsi come se, oltre a lui, i suoi genitori avessero avuto soltanto altre due bambine.

Nonostante i sensi di colpa che lo attanagliavano, Giacomo non riusciva a parlare ai suoi amici di Giò per timore di perderli, per paura di diventare un emarginato. Le parole di sua madre, che lo esortava a vivere l’amore come una scelta, a scegliere ogni giorno di amare Giò con tutti i suoi problemi, continuavano a risuonargli nella testa, ma l’adolescenza è un’età difficile e sarebbero passati anni prima che Giacomo riuscisse non solo ad accettare Giò, ma anche a capire quale straordinaria ricchezza rappresentasse l’avere accanto un fratello come lui.

Il romanzo nasce proprio dalla maturazione di Mazzariol, dalla voglia o forse dall’esigenza di raccontare al mondo che il suo iniziale rifiuto verso il fratellino è stato umano, ma stupido, perché non c’è niente di più bello che condividere le giornate con un tornado di spontaneità, amore, ingenuità e tenerezza, con un tornado di nome Giò, che a volte complica le cose, ma che ha un sorriso irresistibile, un sorriso che va da un orecchio all’altro.

Giacomo sa che i ragazzi affetti dalla sindrome di Down, purtroppo, presentano spesso altre patologie soprattutto cardiache, sa che non è detto che la loro vita sia lunga, sa che sicuramente non sarà normale e ha l’assoluta certezza di non volersi perdere nemmeno un istante degli anni che gli restano insieme a Giò.

Intanto c’era un sacco di vita davanti. Mia, sua, insieme. Soprattutto insieme. Andare in giro con Giovanni era la cosa che più mi rendeva felice, era come camminare con una giornata di sole in tasca. Non avevevo più paura del giudizio di nessuno e stavo imparando a non giudicare troppo in fretta

“Mio fratello rincorre i dinosauri” è in primis un romanzo d’amore. Non si parla di amore nel senso più comune del termine, certo, ma dal mio punto di vista il libro non è altro che una lunga e commovente dichiarazione d’amore che l’autore ha voluto dedicare alla sua famiglia e, naturalmente, al piccolo Giò, che oggi ha 13 anni.

Alla fine del romanzo (ve ne parlo perché è cosa risaputa e quindi non temo lo spoiler) è possibile leggere alcune delle pagine più toccanti dell’intero romanzo: si tratta dei capitoli in cui Mazzariol racconta la genesi di “The simple interview”, un corto da lui caricato su youtube nel 2015 per far felice Giò, e che inaspettatamente aveva raggiunto milioni di visualizzazioni nel giro di poche settimane, facendo sì che il “caso” Mazzariol facesse notizia e che a Giacomo venisse in mente l’idea di scrivere un libro. Bene, io ho commesso il fatale errore di guardare “The simple interview”in metropolitana, un attimo dopo aver finito di leggere il romanzo. Parlo di errore perché il video è semplicemente meraviglioso, e a stento sono riuscita a trattenere le lacrime; eppure, a un certo punto, mi sono resa conto che le emozioni che provavo erano in contrasto tra loro, perché avrei voluto piangere, ma continuavo a sorridere. Sorridevo perché Giacomo è riuscito a esaudire uno dei desideri del fratellino, montando un breve video in cui inscena un colloquio di lavoro (una delle tante esperienze che, forse, Giò non vivrà mai per davvero) e pone al fratello una serie di domande, alle quali danno risposta dei brevi spezzoni della vita quotidiana di Giò, dai quali si evincono immediatamente la genuinità della famiglia Mazzariol e, al contempo, la dolcezza di questo piccolo “ghepardo”, la sua allegria contagiosa, la sua energia, il suo essere “un sole in tasca”.

“Mio fratello rincorre i dinosauri” è una piccola perla, e non immaginate che si tratti di un libro triste, pesante, pervaso dal vittimismo e dall’autocommiserazione. Al contrario, passerete delle ore piacevolissime in compagnia di una stupenda famiglia tenuta insieme dall’amore e dall’accettazione, e scoprirete che gli argomenti affrontati sono tanti e che l’autore riesce a trattarli tutti con una schiettezza, un’ironia e una leggerezza che vi conquisteranno. Un plauso, infine, va al Mazzariol scrittore, perché il suo lessico, le sue scelte stilistiche e la sua consapevolezza narrativa mi hanno piacevolmente stupita e mi fanno pensare che abbia un grande futuro davanti a sé.

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