Recensioni, Romanzi

Il prodigio

Vi ricordate la mia recensione di “Room” e lo smodato entusiasmo che avevo dimostrato per la storia raccontata da Emma Donoghue e per il suo stile? Beh, ovviamente quando ho scoperto che aveva scritto un altro libro e che, per di più, si trattava di un romanzo storico ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, non ho davvero saputo resistere. Mi sono fiondata ad acquistare Il prodigio, pubblicato da Neri Pozza, e la mia si è rivelata un’ottima decisione dal momento che ho adorato ogni singola pagina.

Cover di “Il prodigio” di Emma Donoghue, edito da Neri Pozza

Lib Wright, una ragazza britannica di circa trent’anni, è rimasta vedova dopo solo un anno di matrimonio e, da quel momento, ha deciso di rifarsi una vita e di dedicarla agli altri, frequentando la prestigiosissima scuola di infermeria fondata da Florence Nightingale e dandosi da fare per aiutare i feriti durante la guerra di Crimea. Dopo aver servito la patria e aver visto con i propri occhi gli orrori dell’ospedale militare allestito nella caserma “Selimiye” di Scutari, Lib vive quasi come un affronto personale la richiesta, fattale dalle sue superiori, di recarsi in un minuscolo paesino dell’arretrata e bigotta Irlanda di fine Ottocento, Athlone.

La sua presenza, unitamente a quella di una monaca di nome Suor Michael, è stata espressamente richiesta dal dottor McBrearty, medico degli O’Donnell, la famiglia presso la quale l’infermiera e la suora saranno impegnate a sorvegliare a turni, per due settimane, la piccola Anna, una bambina di appena undici anni che afferma di non toccare cibo dalla data del suo ultimo pasto, avvenuto quattro mesi prima. Intorno al caso della bimba “capace di vivere d’aria” sono nate leggende, teorie, culti e, naturalmente, perplessità e dubbi, per sfatare i quali un comitato, composto dallo stesso McBrearty, dal prete e dai notabili della comunità, ha deciso di sottoporre Anna a un controllo costante, volto a dimostrare la veridicità delle sue affermazioni e a confermare l’aura di santità che da mesi la avvolge.

Lib è una persona estremamente razionale, ben poco incline a credere a santi e miracoli, ed è determinata a smascherare Anna nel giro di pochi giorni, dimostrando che quei paesanotti creduloni, che continua a guardare dall’alto verso il basso, non hanno fatto altro che reggere il gioco dei genitori di Anna. È chiaro che una bambina non può restare in vita per quattro mesi senza alimentarsi! E altrettanto evidente è il piacere che Rosaleen e Malachy O’Donnell traggono dalle visite di persone giunte da tutta l’Europa per rendere omaggio alla piccola “santa”, visite cui nella maggior parte dei casi segue un lascito di denaro che, a suo dire, la coppia metterà da parte per i poveri. Deve trattarsi di una truffa, i genitori di Anna avranno trovato il modo per sfamarla senza essere osservati.

Al suo arrivo, Lib è sconvolta dalle condizioni di indigenza e degrado assoluti nelle quali vivono gli O’Donnell,  ma soprattutto dalla compostezza, dolcezza e calma di Anna, una bimba adorabile  che dimostra meno dalla sua età e sul cui corpo sono già evidenti alcuni dei sintomi della denutrizione (una leggera peluria sul volto, qualche chiazza sul corpo), ma che nel complesso sembra essere sana, coscienziosa e molto, molto sveglia.

Se l’austera Suor Michael si limita, almeno all’inizio, a svolgere silenziosamente il proprio compito, Lib si impone fin da subito di non affezionarsi alla bambina e di mantenere il più gelido distacco nei suoi confronti, esaminandola, appuntando minuziosamente ogni singolo cambiamento nel suo aspetto fisico, studiando i suoi modi di fare e non staccandole mai gli occhi di dosso onde evitare che possa mangiare qualcosa di nascosto. Nonostante i suoi sforzi per apparire algida e altera, tuttavia, Lib comincia a provare una sorta di ammirazione mista a tenerezza nei confronti della bambina, che non sembra minimamente interessata al cibo, soffre terribilmente per la morte dell’amatissimo fratello e trascorre le sue giornate passeggiando insieme a lei, collezionando immagini di santi e pregando in maniera sentita e devota.

Nonostante la sua ferrea determinazione, Lib non riesce mai a cogliere la bambina in fallo, né a farle inghiottire qualcosa di più di un paio di cucchiaiate d’acqua al giorno. Eppure il fisico di Anna sembra non aver risentito del prolungato digiuno. Sì, certo, il suo ventre è gonfio e cominciano ad esserlo anche le sue mani e i piedi… ma quattro mesi senza cibo avrebbero dovuto ucciderla, o almeno debilitarla al punto da non permetterle più di condurre una vita normale. Di fronte alla stoica resistenza di Anna, restìa a rispondere alle domande che le vengono poste e costantemente osservata dalla madre, che Lib considera la principale indiziata, l’infermiera inizia a dubitare persino di se stessa e delle sue convinzioni.

“Aiutala. Lib si scoprì a pregare un Dio in cui non credeva.

 Aiutami. Aiutaci tutti. Silenzio”

Sarà l’incontro inaspettato con un simpatico e irriverente giornalista a riportarla alla realtà e ad aprirle gli occhi sulle reali condizioni di salute di Anna e sul loro costante peggioramento, dandole la spinta necessaria per arrivare fino in fondo e portare a termine la sua missione. E proprio la sua perseveranza permetterà a Lib di svelare l’inaspettata, sconvolgente verità, che si cela dietro il digiuno di Anna O’Donnell.  Aiutata da Suor Michael, che nel frattempo ha preso a cuore la piccola e si è convinta della necessità di aiutarla, l’infermiera proverà a svelare quanto ha scoperto sotto giuramento, davanti al comitato riunito,  alla fine delle due settimane di osservazione, sperando che le credano e le diano una mano a salvare la bambina.

Emma Donoghue ci racconta l’Irlanda all’indomani della grande carestia che la colpì nel 1845-46, e lo fa attraverso gli occhi di Lib che, da protagonista estranea all’ambiente in cui si trova, scopre insieme a noi un paese ridotto in miseria, nel quale i contadini si spaccano la schiena nei campi per rimettere in sesto i raccolti e la superstizione la fa da padrone. Capita così che gli abitanti di Athlone, pur essendo ferventi cattolici, credano all’esistenza dei folletti o si abbandonino a rituali al limite del paganesimo nella speranza di scacciare il malocchio o il dolore. Sulla copertina del libro, ad esempio, vediamo un albero che reca tra le fronde numerosi panni stesi a ondeggiare nel vento: ognuno di quei panni rappresenta un evento luttuoso, una malattia o una disgrazia che ha colpito qualcuno, e che questo qualcuno cerca di esorcizzare affidandola ad uno straccio che col tempo, disintegrandosi, la porterà via con sé cancellandola per sempre.

Lib incarna però anche una figura storicamente molto importante, quella dell’infermiera professionale. Non è certo un caso che la Donoghue abbia scelto di far sì che la sua protagonista provenisse dalla scuola di Florence Nightingale, conosciuta come “la signora con la lanterna” e fondatrice della moderna pratica infermieristica, basata sul metodo scientifico e sulla scrupolosa osservazione del paziente. Da brillante ex allieva modello, Lib guarda ad Anna come a un oggetto da studiare con la massima cura e verso il quale usare tutte quelle cautele che, a parere della sua maestra, servirebbero ad agevolare il paziente nel processo verso la guarigione, tenendo sotto controllo la qualità dell’aria e la pulizia dell’ambiente, e mantenendo costante il calore corporeo della bambina.

L’incontro tra l’agnostica Lib, che nasconde una profonda umanità sotto la divisa da infermiera, e la piccola, amabile Anna, dà vita a una storia difficile da dimenticare, ricca di colpi di scena e di misteri. Naturalmente, non vi svelerò altro, perché non voglio rovinarvi il piacere della lettura, ma sappiate che difficilmente riuscirete a intuire il segreto di Anna fino alla fine del romanzo, e che Emma Donoghue è riuscita, ancora una volta, a incatenarmi alle pagine di un suo libro e a commuovermi attraverso una figura infantile. Anna è molto diversa da Jack, certo, e il fatto che la storia sia narrata in terza persona allontana ulteriormente questo romanzo dal precedente. Eppure, anche in questo caso, l’autrice  ha posto l’infanzia al centro della sua storia,  la storia di una bambina lasciata sola, martoriata, trasformata in oggetto di culto da parte di un popolo che fa di un becero folklore ammantato di religiosità la sua ragione di vita. A nessuno importa come stia Anna, a nessuno importa come si senta o come stia affrontando la sua personale Via Crucis mentre deperisce sotto i loro occhi distratti. Ciò che conta è che Anna non mangia e che respira ancora, e questo è scientificamente impossibile, per cui deve trattarsi di un miracolo. Anche in questo caso, quindi, esattamente come in “Room”, ci troviamo di fronte a un’infanzia umiliata e calpestata, ma anche alla formazione di un legame tra una donna e un bambino (una bambina, in questo caso) che, pur non conoscendosi ancora bene, cercheranno di salvarsi a vicenda, stravolgendo le loro vite e le loro convinzioni.

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