Romanzi

Il curioso caso di Benjamin Button 

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“Il curioso caso di Benjamin Button”, edito da Donzelli.

Il libro di cui voglio parlarvi oggi è Il curioso caso di Benjamin Button (Donzelli, 2009), opera del grande Francis Scott Fitzgerald che, dopo aver scritto questo brevissimo racconto nel 1921 per la rivista Collier’s, decise in un secondo momento di inserirlo nella raccolta Racconti dell’età del jazz del 1922.

Ispirato da un’osservazione di Mark Twain, che riteneva un peccato il fatto che la parte migliore della vita venisse all’inizio e la peggiore alla fine, Fitzgerald provò ad immaginare quale avrebbe potuto essere il destino di un uomo che, nel mondo che tutti noi conosciamo, avesse avuto in sorte di nascere già vecchio, per poi ringiovanire sempre di più col passare del tempo, contravvenendo così ad ognuna delle millenarie e sconosciute leggi che regolano il naturale scorrere del tempo.

Benjamin, primogenito di un’altolocata famiglia della Baltimora di fine ‘800, viene al mondo nell’estate del 1860. Il padre, Roger  Button, aspetta con ansia il momento in cui potrà finalmente vedere suo figlio (naturalmente, si augura che sia un maschio) ed immagina già di crescerlo e di iscriverlo all’università di Yale, da lui frequentata in gioventù. Quello che il signor Button certamente non immagina, mentre si dirige verso la Clinica privata Maryland per Gentiluomini e Signore, è che l’arrivo di Benjamin abbia destato nell’ordine stupore, disgusto e rabbia nelle infermiere e nel medico che da quarant’anni assiste la sua famiglia, che quasi lo aggredisce accusandolo di aver disonorato la clinica ed averne rovinato la reputazione. Di fronte all’insistenza dell’uomo nel voler sapere cosa sia accaduto e nel voler vedere il suo “bambino”, il personale cede e gli mostra la bizzarra creatura fuoriuscita dal grembo di sua moglie, miracolosamente incolume. Di fronte agli occhi increduli del signor Button non c’è un neonato, avvolto nelle sue candide fasce, ma un vecchietto dell’età apparente di circa ottant’anni, che parla, si lamenta per aver ricevuto solo del misero latte e rifiuta ostinatamente di indossare la copertina con cui è stato maldestramente coperto. Confuso, preoccupato e sconvolto, il neo-papà non ha altra scelta se non quella di portare il figlio con sé, non prima di aver comprato per lui dei vestiti e, dietro sua specifica richiesta, un bastone che lo aiuti a reggersi in piedi. In casa Button, il ‘piccolo’ Benjamin viene trattato esattamente come se fosse un bambino di pochi mesi, per cui il padre si ostina a comprargli vestiti da neonato fatti su misura, a tingergli i capelli di nero, a rasargli accuratamente la barba e a regalargli giocattoli e sonaglini. Naturalmente, l’effetto è grottesco, dal momento che Benjamin è già alto un metro e sessantacinque, esige del cibo solido e gustoso, ama fumare i sigari del signor Button e, a quella dei bambini del vicinato, che i genitori continuano ad invitare nella speranza di spingerlo a socializzare, preferisce la compagnia del vecchio nonno.
Solo all’età di dodici anni, guardandosi allo specchio, il ‘ragazzino’ comincia finalmente a notare qualcosa di diverso nella propria figura:

“I suoi occhi lo stavano ingannando o i suoi capelli, in quella dozzina d’anni di vita, erano diventati da bianchi a grigio-ferro sotto la maschera della tinta? Il reticolo di rughe sulla sua faccia non era forse meno pronunciato? La pelle non era più sana e soda, con addirittura un tocco di rossastro colorito invernale?”

Da questo momento in poi Benjamin inizia a prendere coscienza dello straordinario fenomeno che lo porta, per un bizzarro scherzo del fato, a diventare sempre più giovane e forte con il passare del tempo.

“Quando Benjamin compì diciott’anni era dritto come un uomo di cinquanta, aveva più capelli di color grigio scuro, il passo era fermo, la sua voce aveva smesso di essere rotta e tremula ed era scesa ad un bel tono baritono” 

La vita di Benjamin Button è certamente inconsueta e segue un percorso contrario rispetto a quello che ognuno di noi è costretto ad intraprendere dalla natura, ma non per questo è infelice. Dotato di un innato fiuto per gli affari, Benjamin prende senza alcuna difficoltà le redini dell’azienda di famiglia, la Roger Button & co. ferramenta all’ingrosso, riuscendo addirittura a triplicarne le entrate tra il 1880 e il 1895, anno del pensionamento del padre. Il successo arride a Benjamin anche quando, allo scoppio della guerra Spagnolo-Americana del 1898, decide di arruolarsi nell’esercito, riuscendo addirittura a raggiungere il grado di tenente-colonnello e ad ottenere una medaglia al valore. Persino il suo desiderio di sposare Hildegarde Moncrief, una ragazza giovane e bella conosciuta durante un ballo, viene esaudito quando la donna manifesta la sua volontà di legarsi ad un uomo maturo (Benjamin dimostra allora una cinquantina d’anni), che abbia ormai abbandonato le frivolezze cui si dedicano i trentenni, così superficiali e tediosi.
Naturalmente, anche per Benjamin la vita non è tutta rose e fiori, e spesso il nostro protagonista si ritrova ad affrontare l’incredulità e l’emarginazione da parte di una società che non capisce (e non intende sforzarsi di capire) il senso della sua esistenza fuori dal comune, oltre alle critiche rivoltegli da sua moglie e dal suo stesso figlio Roscoe, che vedono nel suo ringiovanire una sorta di capriccio, una bizzarria, una manifestazione di anticonformismo legata al suo egocentrismo.
Ciononostante, Benjamin riesce sempre a cadere in piedi e a prendersi le sue, seppur tardive, soddisfazioni, ad esempio quando, ormai anziano, ma in apparenza giovanissimo, riesce ad entrare ad Harvard, distinguendosi nello sport, in particolare per la rabbia e la determinazione con cui affronta una partita contro Yale, che molti decenni prima lo aveva scacciato perché, in apparenza, troppo anziano per frequentare un’università.

Ho letto tantissimi pareri negativi su questo breve libro, in larga parte legati al fatto che molti lettori si aspettavano di ritrovare, tra le pagine del racconto, le stesse emozioni e la stessa romantica e sognante atmosfera che caratterizzano il film che ne è stato tratto nel 2008 da David Fincher. Personalmente, credo che il racconto ed il film siano due cose completamente diverse e che il regista abbia scelto di leggere la storia di Benjamin Button in una chiave drammatica ed introspettiva che non appartiene affatto al testo scritto da Fitzgerald. Il curioso caso di Benjamin Button, infatti, non è altro che un divertissement letterario, una favola dai toni surreali e spesso comici, che non si propone di avere una precisa morale, di suscitare profonde riflessioni sul senso della vita o di scandagliare la psicologia del personaggio. Nel racconto di Fitzgerald non ci sono madri morte di parto (sebbene, a rigor di logica, nessuna donna sia in grado di partorire un bambino alto un metro e sessantacinque), non ci sono neonati abbandonati frettolosamente sulle scale e raccolti da caritatevoli donne di colore, non ci sono decennali tormenti amorosi, né orologi progettati da geniali inventori per tentare di riportare indietro il tempo e riabbracciare un figlio perduto. E io credo che vada benissimo così. Leggendo Il curioso caso di Benjamin Button mi sono divertita, ho trovato che la storia fosse trattata con un’incredibile ironia e leggerezza, con l’intento evidente di suscitare nel lettore un sorriso e, perché no, una risata. Gli spunti per impegnative considerazioni sul crudele scorrere del tempo e sull’incomprensione reciproca tra i personaggi sono numerosi, eppure credo che Fitzgerald abbia intenzionalmente scelto di non approfondirli, conscio del fatto che un’analisi intima e dettagliata dei sentimenti del protagonista non sarebbe stata in linea con la scelta di limitarsi a un racconto breve che non ambisce certo a tramutarsi in un romanzo di formazionePersino i turbamenti sperimentati da Benjamin nel constatare che la moglie, ormai invecchiata e stanca, non lo attrae più come un tempo, o la sua rabbia nel venire rifiutato dall’esercito quando, desideroso di arruolarsi per la seconda volta, verrà scambiato per un bambino e, in quanto tale, rispedito a casa in lacrime, si integrano perfettamente nella trama senza appesantirla e vengono immediatamente stemperati da una scena o da un dialogo che riportano il testo alla sua originaria essenza comico-fantastica.

Probabilmente, decidendo di sviluppare la geniale intuizione che dà l’avvio al racconto, l’autore intendeva semplicemente suggerire che la vita, anche se vissuta al contrario, avrebbe dei pro e dei contro e che, se da un lato ci si troverebbe comunque a essere dipendenti e controllati da qualcun altro sia all’inizio che alla fine del percorso, dall’altro sarebbe molto consolatorio immaginare di vivere gli acciacchi e le sofferenze della vecchiaia subito dopo la nascita, per poi affrontare il lavoro, il matrimonio e la gestione della famiglia pieni di tutta l’energia della maturità, finendo per trascorrere la senilità tra le rassicuranti braccia di una balia, totalmente dimentichi di ogni sofferenza e unicamente concentrati sull’urgenza dei bisogni primari. Il fatto che questa particolare condizione riguardi, nel caso specifico, un solo uomo e possa, perciò, rivelarsi frustrante, avvilente e degradante, sembra non interessarlo o non preoccuparlo: il suo compito non è quello di indagare le sfaccettature e le implicazioni psicologiche che questa anomala situazione può nascondere, ma costruire un racconto dalle tinte fiabesche e paradossali che serva ad intrattenere il lettore che sceglie di acquistare la copia di una rivista.

In conclusione, posso dire di non essere rimasta affatto delusa da questo libro e di aver trascorso due piacevolissime ore di lettura in compagnia di un personaggio incredibile, accompagnato da una serie di ‘comparse’ non meno stravaganti. Consiglio la lettura a tutti coloro che non hanno visto il film e a coloro che, pur avendolo già visto, riusciranno a rimanere imparziali e ad accettare di lasciar andare le atmosfere malinconiche per abbandonarsi ad un sorriso.

 

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