Recensioni, Romanzi

Less – Andrew Sean Greer

Finalmente, dopo una pausa fin troppo lunga, torno con una nuova recensione! Oggi voglio parlarvi della mia ultima lettura: Less di Andrew Sean Greer, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2018.

La trama del romanzo in breve (dalla scheda del libro): Problema: sei uno scrittore fallito sulla soglia dei cinquant’anni. Il tuo ex fidanzato, cui sei stato legato per nove anni, sta per sposare un altro. Non puoi andare al suo matrimonio, sarebbe troppo strano, e non puoi rifiutare, sembrerebbe una sconfitta. Sulla tua scrivania intanto languono una serie di improbabili inviti da festival ed editori di tutto il mondo. Domanda: come puoi risolvere entrambi i problemi? Soluzione: accetti tutti gli inviti, se sei Arthur Less. Inizia così una specie di folle e fantasioso giro del mondo in 80 giorni che porterà Less in Messico, Francia, Germania, Italia, Marocco, India e Giappone, riuscendo a frapporre migliaia di chilometri tra lui e i problemi che si rifiuta di affrontare. Cosa potrebbe andare storto? Tanto per cominciare, Arthur rischierà di innamorarsi a Parigi e di morire a Berlino, sfuggirà per un pelo a una tempesta di sabbia in Marocco e arriverà in Giappone troppo tardi per la fioritura dei ciliegi. In un giorno e in un luogo imprecisati, Less compirà i fatidici cinquant’anni: questa seconda fase della vita gli arriverà addosso come un missile, trascinando con sé il suo primo amore e anche l’ultimo.

“Less” di Andrew Sean Greer, edito La nave di Teseo.

Aspettative su questo romanzo? Altissime. Delusione? Parecchia. Attenzione, non posso dire che non mi sia piaciuto, perché si è comunque rivelato una lettura gradevole e leggera, ma di certo non mi ha lasciato granché e non diventerà mai uno dei miei libri del cuore. Perché? Innanzitutto ho avuto enormi difficoltà a empatizzare col protagonista, la cui storia viene raccontata dalla voce di un narratore la cui identità sarà svelata solo nelle ultime pagine e che mi è sembrato tremendamente anonimo e amorfo. So che in parte questo è voluto, e che Less è un personaggio che fin dal cognome non pretende di essere niente di eccezionale, che è sempre “da meno” degli altri e che vive una vita ordinaria, però…probabilmente sarebbe bastato poco per conferirgli quel minimo di personalità in più che non avrebbe certo guastato.

Le sue peregrinazioni lo portano a incontrare culture e persone diversissime da lui, eppure non sembra trarne nessun insegnamento, concentrato com’è sui ricordi e sulle mille paranoie che affollano la sua mente. Il viaggio diventa più una scusa per una serie di siparietti comici (la preparazione della valigia con un vestito per ogni paese, le difficoltà con le lingue e così via) che mi hanno strappato un sorriso, sì, ma non mi rimarranno certamente impressi. Più interessanti sono alcune riflessioni dal sapore agrodolce sui temi dell’amore e della vecchiaia, che però a parer mio sono rese un po’ meno credibili dal contesto entro il quale sono state inserite. Se infatti è plausibile che un personaggio si interroghi su queste tematiche o che magari ne parli con un amico nel corso di un confronto piuttosto “intimo”, è meno realistico pensare che un conoscente, incontrato per caso durante una festa nel corso di un viaggio, prenda da parte il personaggio per fargli lunghi discorsi sulla vita, sui sentimenti e sulla difficoltà di accettare l’avanzare dell’età.

“Ma sappiamo benissimo che il grande amore della vita non esiste. L’amore non è una cosa estrema come quella (il colpo di fulmine). E’ portare fuori il cazzo di cane così l’altro può continuare a dormire, è fare la dichiarazione dei redditi, è pulire il bagno senza prendersela. E’ avere un alleato nella vita. Non è fuoco né fiamme né fulmini.”

La cosa forse più interessante e apprezzabile del romanzo è la “normalizzazione” dell’omosessualità. Arthur vive le sue storie e le racconta senza alcun vittimismo, senza concentrarsi su problematiche come la discriminazione o il bullismo, con la stessa naturalezza con cui, di solito, vengono raccontate le storie eterosessuali, e trovo che questo dia un messaggio molto forte e molto positivo ai lettori. Altro elemento vincente è sicuramente lo stile dell’autore, capace di spaziare tra più registri (serietà, comicità, lirismo) e più linguaggi senza mai perdere di efficacia. Leggere Less mi ha permesso, se non altro, di vivere un primo approccio con uno scrittore di cui intuisco il grande talento, per cui sicuramente leggerò altro di Greer.

Giudizio complessivo? Direi 3/5 stelline.

Senza categoria

Cat person – Kristen Roupenian

I successi editoriali, i libri chiacchieratissimi e instagrammatissimi, mi fanno sempre molta paura. Quando mi avvicino a un testo con queste caratteristiche temo che il mio giudizio sia condizionato, nel bene o nel male, dalle decine di pareri letti in rete e dal clamore mediatico che lo accompagna. Per questo, di solito, nei confronti di questi libri adotto due possibili atteggiamenti:

– li leggo quando ormai non se ne parla più da tempo

– li leggo quando non se ne parla ancora perché sono freschi di stampa.

Cat person di Kristen Roupenian rientra nella seconda casistica, dato che ho iniziato a leggerlo il giorno della sua pubblicazione in Italia, quando ancora di recensioni in giro non se ne vedevano. Sapevo solo che l’hype per questa nuova uscita era tantissimo e che il racconto che dà il titolo alla raccolta aveva sollevato un polverone e fatto molto discutere nel 2017, anno della sua pubblicazione sul The New Yorker, diventando in breve tempo virale e raggiungendo lo status di “racconto con il maggior numero di condivisioni nella storia”, grazie anche alla sua attinenza con le tematiche contemporaneamente portate alla ribalta dal #metoo. Ci si chiedeva quindi se la raccolta, prima fatica letteraria della trentottenne Roupenian, sarebbe stata all’altezza delle aspettative, e se le altre undici storie qui raccontate sarebbero state incisive quanto quel primo glorioso racconto. Qual è la mia risposta a questa domanda? Decisamente sì.

“Cat person” di Kristen Roupenian, Einaudi.

Non è facile raccontare questo libro, ma la prima cosa che mi sento di dire è che mi ha messo addosso la stessa urgenza, la stessa fame, la stessa voglia di proseguire nella lettura che solitamente scatena in me un romanzo ben scritto. Le storie raccontate dalla Roupenian sono apparentemente respingenti, sicuramente spiazzanti e a tratti volutamente disturbanti, eppure catturano il lettore e lo avvincono. L’autrice ci trascina nel vortice vischioso delle relazioni umane, concentrandosi in particolare sui rapporti sentimentali e di potere tra i due sessi, e le sottopone alla lente impietosa di un microscopio che ne ingigantisce difetti e incoerenze. Tra favole dark (il notevolissimo “Il secchio, lo specchio e il vecchio femore”), storie che sfiorano il grottesco e altre che quasi sconfinano nell’orrorifico, l’autrice sovverte gli schemi e abbatte i tabù, liberandosi e liberandoci dal peso di qualsiasi morale. La Roupenian non vuole fornirci delle soluzioni, delle chiavi di interpretazione della realtà, ma condurci per mano negli abissi più torbidi delle relazioni interpersonali, fatte di giochi perversi, sfrenato erotismo e implacabile crudeltà.

Ho amato allo stesso modo tutti i racconti? No. Come spesso accade, alcune delle storie risultano meno efficaci di altre, eppure non per questo fuori posto. Tra i racconti più riusciti, oltre al già citato “Lo specchio, il secchio e il vecchio femore”, che racconta la storia di una principessa decisamente atipica, innamorata di un fantoccio che altro non è se non la rappresentazione esteriore della sua stessa indipendenza, annovero lo stesso “Cat person”, “Sardine” e “Look at your game girl”. Non vi racconterò nel dettaglio di cosa parlano perché, trattandosi di storie brevi, vi guasterei il piacere della lettura, per cui lascerò che siate voi a scoprire cosa si nasconde dietro questi titoli e mi limiterò ad aggiungere che il racconto che più di tutti mi ha lasciata indifferente è “Il corridore notturno”.

Pur avendo amato la raccolta e ritenendo che si tratti di un opera di alto livello, se proprio devo muovere una critica all’autrice le “rimprovero” il fatto di aver talvolta calcato la mano sui dettagli più scabrosi o impressionanti in un modo che sembra costruito a tavolino per scioccare il lettore. Voglio però pensare che questo “peccato” di scrittura, tutto sommato veniale, sia legato al fatto che si tratta di un’opera prima, e aspetterò di poter leggere qualcos’altro di suo prima di pronunciare un giudizio definitivo sulla sua penna. Credo che questa raccolta sia comunque destinata a dividere gli animi, e che questo sia uno di quei libri che suscitano nei lettori immediato amore o infinito odio senza mezze misure, spazzate via dalla durezza e dallo stile diretto dei racconti, che non fa sconti a nessuno e che può solo affascinare o repellere. Complessivamente, il mio voto è un 4/5, e vi consiglio vivamente di recuperare questa raccolta al più presto. Se invece l’avete già letta, sarei molto curiosa di sapere come vi è sembrata e se rientrate nel gruppo degli estimatori o in quello dei detrattori!

Recensioni

L’educazione – Tara Westover

Se mi seguite su Instagram, la scorsa settimana avrete visto un numero esorbitante di stories riguardanti un libro che mi ha coinvolta e travolta in un modo che non mi sarei mai aspettata. Sto parlando di L’educazione di Tara Westover, un memoir che mi ha tenuta col fiato sospeso e incollata alle pagine per giorni interi, talmente avvincente e ben scritto da sembrare un romanzo. Non è dunque un caso se l’opera prima della trentaduenne Westover è riuscita a scalare agilmente tutte le classifiche di vendita americane e inglesi del 2017, trasformandosi in uno straordinario caso editoriale.
Ma cos’ha di così speciale L’educazione? Se dovessi definire questo libro con una sola parola, lo definirei sconvolgente. Non tanto e non solo perché racconta una realtà, quella delle famiglie mormone radicali, di cui in Italia si sente parlare molto poco e che si rivela dura e violenta più di quanto potremmo immaginare, ma anche perché, a partire dal racconto del tutto personale del suo ingresso nel mondo accademico, l’autrice riesce a scavare così in profondità nell’animo umano e a porre domande così complesse sul significato dell’esistenza da scuotere il lettore e costringerlo a interrogarsi sulla sua stessa vita.

Cover L'educazione Tara Westover
“L’educazione” di Tara Westover, Feltrinelli.

Tara è l’ultima dei sette figli di Gene e Faye Westover e trascorre la sua infanzia e la prima adolescenza in Idaho, ai piedi di una montagna che lei e i suoi familiari chiamano La Principessa. Il padre di Tara è quello che potremmo definire un “fondamentalista” della religione mormona, che in America è estremamente diffusa e che conta più di otto milioni di seguaci in tutto il mondo. Gene è convinto che lo Stato sia il male, che il sistema sanitario e quello scolastico siano controllati dagli Illuminati e che la fine del mondo (identificata con quello che tutti noi conosciamo col nome, assai meno minaccioso, di “millennium bug”) sia alle porte. Per questo motivo, Tara e i suoi fratelli non vanno a scuola, non sono mai stati visitati da un medico e non sono stati registrati all’anagrafe, per cui non conoscono neppure il giorno esatto della loro nascita. Gene si comporta come un padre-padrone e come un predicatore al tempo stesso, ergendosi sul pulpito che crede debba essere riservato al capofamiglia e dettando legge: tutti i suoi figli devono aiutarlo ad accumulare cibo, benzina, armi e munizioni in previsione dei “giorni dell’abominio”, e tutti devono contribuire al sostentamento della famiglia lavorando con lui nella discarica dove raccoglie lamiere da rivendere o nei cantieri in cui si occupa della costruzione di capannoni e fienili. Quanto alla moglie, Gene ha deciso che Faye, abile erborista nota in tutta la valle per il suo lavoro, debba apprendere il mestiere della levatrice, per liberare tutte le donne della comunità, nonché le sue stesse figlie, dalla necessità di ricorrere a un ginecologo o di affidarsi allo staff medico di un ospedale.

Questo è dunque il contesto socio-culturale in cui Tara Westover nasce e vive i primi anni della sua vita che, sebbene possa sembrarci quasi assurdo, trascorrono piuttosto serenamente. I problemi veri arrivano quando Tara si avvicina all’adolescenza e il fratello più grande, Tyler, quasi senza volerlo instilla in lei il seme della curiosità che, noi lettori lo sappiamo bene, è il primo passo verso il desiderio di costruirsi una cultura. Nonostante il difficile clima familiare e le rimostranze paterne, Tyler ama i libri e trascorre tutto il suo esiguo tempo libero leggendo e studiando, con l’obiettivo di iscriversi al college e cambiare vita. Arrivato a diciassette anni, il ragazzo riesce effettivamente a entrare al college, mentendo e affermando di aver sempre ricevuto un’eccellente educazione casalinga, e la sua partenza è il motore che mette in moto i desideri di Tara, che con il tempo si rende conto di voler seguire le sue orme.
Quello che a noi sembra del tutto naturale, studiare, informarsi, ambire a costruirsi una prospettiva di vita che vada oltre l’idea di lavorare in una discarica, per Tara si trasforma in una continua lotta con la sua famiglia e con se stessa. Da un lato, infatti, il padre la ostacola in ogni modo possibile e le difficoltà economiche da superare sembrano spesso insormontabili. Dall’altro, però, la peggior nemica di Tara è la sua coscienza, quella vocina che le sussurra che lei non sarà mai abbastanza, che non può tradire i precetti paterni in base ai quali è stata cresciuta anche se sente di cominciare a non condividerli, che se farsi una cultura significa perdere tutti coloro che ama forse allora non ne vale la pena.
A complicare le cose si aggiunge il fatto che, al suo arrivo al college, Tara si rende conto di aver vissuto tutta la sua vita dentro una bolla fatta di ignoranza e oscurantismo, e di non sapere niente del mondo o della storia occidentale al di fuori di quelle menzogne che il padre le ha raccontato o di quei pochi eventi che la fervida fantasia paranoica di Gene ha letto e reinterpretato per lei e i suoi fratelli. Emblematico è il caso della sua prima lezione di Storia dell’Europa occidentale, durante la quale alza la mano per chiedere cosa sia l’Olocausto e il professore la ignora sdegnato, credendo che la sua sia solo una battuta di cattivo gusto.
A far da contorno al racconto dei suoi anni universitari e delle innumerevoli difficoltà affrontate per riuscire a raggiungere i tanti agognati risultati accademici, c’è il ricordo delle violenze, fisiche e psicologiche, subite dall’irrequieto e scostante fratello Shawn, mai punito e sempre protetto dal silenzio del padre e dall’accondiscendenza della madre. E proprio la madre di Tara è uno dei “personaggi”, se di personaggi si può parlare trattandosi di un memoir, più controversi del libro: se infatti a tratti sembra che Faye sia una donna forte e che voglia prendere in mano le redini della sua vita, un attimo dopo la si ritrova totalmente succube del marito, incapace di opporsi alle sue idee folli e alle sue scelte avventate anche quando queste rischiano di fare del male ai figli. Nel corso dei suoi studi, Tara scoprirà che Gene ha verosimilmente un disturbo bipolare mai diagnosticato, eppure le sue parole e le sue strampalate teorie del complotto sono penetrate così a fondo nella mente di tutti i suoi familiari da condizionarli anche a distanza di anni, quando le loro vite hanno ormai preso un corso del tutto diverso.

“Tutti i miei sforzi, tutti i miei anni di studio mi erano serviti ad avere quest’unico privilegio: poter vedere e sperimentare più verità di quelle che mi dava mio padre, e usare queste verità per imparare a pensare con la mia testa. Avevo capito che la capacità di abbracciare più idee, più storie, più punti di vista era un presupposto fondamentale per crescere come persona.”

L’educazione è la storia di una ragazza che combatte per conquistare un’indipendenza, innanzitutto di pensiero, che per troppo tempo le è stata negata, ma è anche una storia universale che ci spinge a riflettere sul modo in cui i nostri desideri più profondi possono spingerci a scelte estremamente difficili e radicali. Arriverà un momento in cui Tara sarà costretta a scegliere tra la propria famiglia, alla quale si sente comunque legata nonostante riesca finalmente a percepirne gli enormi limiti, e la possibilità di diventare una persona del tutto nuova, forse migliore, forse felice.
Ma è davvero possibile emanciparsi del tutto dalla propria famiglia di origine? Quanta forza è necessario possedere per abbandonare tutto ciò che conosciamo e scegliere l’ignoto? E quale prezzo saremmo disposti a pagare per realizzare i nostri sogni e avvicinarci all’immagine della persona che vorremmo diventare?

“Cosa deve fare una persona, mi chiedevo, quando i suoi doveri verso la famiglia si scontrano con altri doveri – verso gli amici, la società, verso se stessi?”

Senza categoria

Un matrimonio americano – Tayari Jones

Ammetto di aver scelto di prendere in prestito Un matrimonio americano di Tayari Jones soprattutto perché attratta dalla meravigliosa copertina del romanzo. Chi mi segue da un po’ ormai lo sa, le belle copertine esercitano su di me un fascino praticamente irresistibile, e quella di questo volume edito Neri Pozza è particolarmente suggestiva. Quello che non immaginavo, mentre portavo a casa dalla biblioteca il mio “bottino”, è che avrei passato tre giorni attaccata alle pagine, che la storia di Roy e Celestial avrebbe occupato tutti i miei pensieri e che non sarei riuscita a impegnare in modo diverso il mio tempo libero finché non fossi giunta alla sua conclusione.

“Un matrimonio americano” di Tayari Jones, Neri Pozza

Roy e Celestial sono due sposini (stanno insieme da circa un anno e mezzo) afroamericani di Atlanta. La loro vita sembra procedere nella giusta direzione: Roy ha un ottimo impiego e si concede il lusso di sperare in una nuova casa e in una famiglia numerosa, mentre Celestial è finalmente riuscita a coronare il suo sogno di diventare un’artista, realizzando e vendendo a facoltosi committenti delle meravigliose bambole da collezione rifinite nei minimi dettagli. La placida esistenza dei due giovani, tuttavia, è destinata a essere irreparabilmente sconvolta da un evento del tutto imprevedibile. Dopo una visita ai genitori di Roy, che abitano fuori città, lui e Celestial declinano la loro offerta di fermarsi a dormire e scelgono di trascorrere la notte in un hotel. Arrivati a destinazione, Roy decide di fare alla moglie un’enorme rivelazione inaspettata, scatenando un litigio. Nel tentativo di calmare le acque, l’uomo lascia la stanza con la scusa di andare a riempire il cestello del ghiaccio, e per puro caso incontra un’altra delle ospiti dell’albergo, una donna di mezza età con un braccio legato al collo, palesemente bisognosa di aiuto. Roy la accompagna in camera, la aiuta a sistemare una finestra che non vuole aprirsi e le fa notare che la porta della stanza non si chiude bene. Tornato in camera, viene accolto da Celestial, che sembra aver superato il momento di rabbia, e trascorre con lei quella che sarà la sua ultima notte di serenità. La mattina dopo, infatti, i due coniugi vengono svegliati dalla polizia, che fa irruzione nella stanza e arresta Roy, colpito da un’accusa pesantissima e infamante. Proprio la donna che la sera prima aveva aiutato, ha creduto di riconoscere in lui il responsabile dello stupro che ha subito nel corso della notte. A nulla valgono le parole di Celestial, che si affanna a giurare che il marito è sempre rimasto accanto a lei, di fronte alla forza di un pregiudizio radicato che associa uno specifico colore della pelle alla capacità di commettere un crimine. Per di più, Roy sapeva che la porta di quella stanza non si chiudeva bene, e questo fa sì che diventi il principale sospettato. Nonostante gli encomiabili sforzi del suo avvocato, l’uomo viene condannato a scontare dodici anni per un reato che non ha commesso.

Tramite l’alternanza di capitoli in cui i fatti vengono raccontati in prima persona rispettivamente da Roy e Celestial, l’autrice lascia la parola ai suoi personaggi e fa dello “show, don’t tell” il suo tratto distintivo. Tayari Jones ci mostra senza filtri in che modo un rapporto in apparenza solido possa cambiare e trasformarsi sotto i colpi inclementi di un fato avverso. Da un lato troviamo un uomo che si attacca con tutte le sue forze al ricordo del tempo felice trascorso insieme alla moglie e alla prospettiva degli anni che lo attendono con lei quando l’incubo avrà fine e potrà finalmente lasciare la prigione. Dall’altro vediamo una giovane donna in crisi, consapevole di amare il marito ma conscia del fatto che, in un anno e mezzo, avevano appena imparato a conoscersi e a capire cosa volesse dire vivere insieme e fare progetti. Osservando i suoi genitori e quelli di Roy, la ragazza non può fare a meno di pensare che lei e suo marito non hanno alle spalle un lungo percorso di vita condiviso, e che senza di esso sarà difficile trovare la forza per aspettarlo così a lungo.

“Se avessimo messo una moneta in un vasetto per ogni giorno in cui siamo stati sposati, e ne avessimo tolta una per ogni giorno che siamo stati separati, il vasetto si sarebbe svuotato molto tempo fa.”

Se prima della condanna di Roy era possibile pensare di porre rimedio a qualsiasi problema sorgesse tra loro e superare con facilità i momenti di debolezza, adesso la distanza e la solitudine rischiano di prendere il sopravvento, rendendo insormontabili anche i più piccoli ostacoli.

“Ero convinta che il nostro matrimonio fosse come un arazzo finissimo, fragile ma che si poteva riparare. Spesso lo strappavamo e lo rammendavamo, sempre con un filo di seta, bellissimo ma molto cedevole.

Uno dei momenti più intensi e toccanti del romanzo è rappresentato dallo scambio di lettere tra Roy e Celestial durante i primi anni di prigionia. La speranza, l’angoscia, l’amore e il tormento dei due protagonisti emergono con una chiarezza e una potenza che investono il lettore, che si ritrova ora a provare compassione e solidarietà per un uomo distrutto, ingiustamente costretto a rinunciare a tutto ciò che possedeva, ora a simpatizzare per una donna la cui lealtà viene messa a dura prova e che sente di non avere possibilità di scelta o vie di fuga.

Sebbene la tematica della discriminazione razziale venga sfiorata e sia alla base dell’arresto di Roy, “Un matrimonio americano” non è un romanzo di denuncia. Nonostante la presenza di un tribunale e di un avvocato, questo romanzo non è un thriller. Il focus della vicenda sono, e restano, i sentimenti dei suoi protagonisti. Attraverso i dubbi di Celestial e le paure di Roy, il romanzo ci pone degli interrogativi fondamentali sui rapporti umani e sui loro limiti. Fino a dove siamo disposti a spingerci per amore? Cosa siamo disposti a sopportare? Quanto siamo in grado di aspettare prima di pretendere di avere l’occasione di realizzare i nostri desideri? E a quanto siamo pronti a rinunciare per qualcuno che amiamo? Sullo sfondo, ad arricchire e complicare un quadro emotivo già complesso e stratificato, emergono pesantissimi segreti e inaspettate rivelazioni familiari, macigni con cui Roy e Celestial dovranno fare i conti proprio mentre lottano per rimettere insieme i pezzi di un puzzle scompaginato dalla violenza di una tempesta.

Sto volutamente omettendo un’enorme parte della trama, sorvolando anche su cose che probabilmente potrei raccontarvi senza cadere nel rischio di spoiler, perché se è vero che il libro si fonda sul concetto di amore e sulle sue possibili declinazioni, è altrettanto vero che questo romanzo vive di colpi di scena, per cui non voglio assolutamente guastarvi il piacere della lettura. Vi basti sapere che ho adorato il modo in cui l’autrice è riuscita a costruire dei personaggi talmente realistici da risultare quasi reali e a padroneggiare una materia umana ed emotiva tanto complessa utilizzando uno stile semplice e lineare e senza mai inciampare nel patetismo o lasciarsi andare a dialoghi melensi. In particolare, trovo che la Jones sia stata molto abile nel raccontare l’amore nella sua accezione più concreta e nel trasmettere al lettore la sofferenza e il calvario che si accompagnano alla sua perdita.

“A dormire sola non sono mica morta, allora, e non ne morirò adesso. Ma la perdita mi ha insegnato questo dell’amore. La nostra casa non è semplicemente vuota, la nostra casa è stata svuotata. L’amore si ricava uno spazio nella tua vita, si ricava uno spazio nel tuo letto. Inavvertitamente, si ricava uno spazio nel tuo corpo, reindirizza tutti vasi sanguigni e si mette a pulsare proprio accanto al tuo cuore. Quando se ne va, niente ha più la pienezza di prima.”

Consiglio caldamente la lettura di questo romanzo a chiunque sia in cerca di una storia da cui farsi conquistare, ma vi avverto: “Un matrimonio americano” vi rapirà e avvertirete il bisogno impellente di continuare a leggere, quindi prendetelo in mano solo se avete parecchio tempo a disposizione!

Senza categoria

Le assaggiatrici – Rosella Postorino

Ieri, come tutti saprete, era la Giornata della Memoria. Personalmente tengo molto a questa ricorrenza; credo sia fondamentale mantenere vivo il ricordo di uno dei periodi più bui della storia dell’umanità, perché  tutti sappiano, perché non succeda mai più. Purtroppo, il 27 gennaio si riduce spesso alla festa della condivisione social di citazioni avulse dal contesto e foto costruite ad arte su Photoshop. Eppure, io continuo a sperare che tutto questo serva a qualcosa, se non altro a stimolare delle riflessioni o a provocare delle domande, specialmente in un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui razzismo e discriminazioni sono drammaticamente all’ordine del giorno. Ogni anno cerco di scrivere un articolo su uno dei tantissimi libri che raccontano l’orrore della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Quest’anno ho scelto “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino.

Le assaggiatrici
“Le assaggiatrici” di Rosella Postorino, Feltrinelli.

Le assaggiatrici racconta la storia di Rosa Sauer, una giovane tedesca che, all’indomani dello scoppio della guerra, si trova suo malgrado costretta a svolgere un lavoro alquanto atipico, quello di ‘assaggiatrice’. Insieme ad altre nove donne, Rosa si nutrirà dello stesso cibo del fürher, sarà la cavia umana sulla quale testare i gustosi pasti preparati per Hitler per accertarsi che non contengano sostanze velenose. La vita di Rosa e delle sue compagne è sacrificabile, ognuna di loro è una pedina facilmente sostituibile su una scacchiera manovrata da giocatori senza scrupoli. Eppure, la loro condizione di “schiave” rigidamente controllate dalle SS è al contempo una condanna e una straordinaria fortuna: se è vero che ogni loro pasto potrebbe essere l’ultimo, è anche vero che non patiranno mai la fame, fredda e spietata compagna di tutte le guerre. Rosa, chiamata dalle sue compagne “la berlinese”, ha dovuto lasciare la sua città di origine per trasferirsi in campagna dai suoceri. Era sposata da un anno appena quando Gregor, l’amatissimo marito che aveva conosciuto sul lavoro e che si era pazzamente innamorato di lei, era stato richiamato alle armi insieme a milioni di altri tedeschi. La sua partenza aveva interrotto un idillio che sembrava aver finalmente dato un senso alla vita, prematuramente segnata da lutti e sofferenze, di Rosa, che già si immaginava madre e moglie felice e che improvvisamente si era ritrovata sola. Quello che avrebbe dovuto essere il periodo più bello della sua ancor breve esistenza, si era trasformato in incubo: l’incubo dell’attesa. Ed ecco che le lunghe giornate trascorse in caserma, le ore passate a inghiottire cibi deliziosi e ad aspettare il presentarsi di uno dei possibili sintomi letali e le amicizie improvvisate e forzate, nate dalla condivisione di un destino tanto singolare e ingrato, diventano quasi un diversivo, un modo per non pensare e scacciare un’angoscia con un’altra. Nel frattempo, però, il clima nella caserma dove le assaggiatrici si ritrovano tre volte al giorno per scongiurare la dipartita del furher si fa sempre più teso, con l’arrivo del glaciale tenente Ziegler e dei suoi sottoposti, pronti a rinchiudere le ragazze in una stanza al primo segnale di avvelenamento e a lasciarle agonizzare, perché in fondo il loro compito è proprio questo: morire al posto di qualcun altro e permettere che i loro corpi deturpati raccontino alle SS che cosa le ha uccise e in che modo.

“All’inizio prendiamo bocconi misurati, come se non fossimo obbligate a ingoiare tutto, come se potessimo rifiutarlo questo cibo, questo pranzo che non è destinato a noi, che ci spetta per caso, per caso siamo degne di partecipare alla sua mensa.”

Le assaggiatrici è un romanzo originale, che racconta una storia arcinota da una prospettiva del tutto nuova. Innanzitutto, non è facile trovare romanzi che parlino della seconda guerra mondiale o della shoa dal punto di vista di un protagonista tedesco. In secondo luogo, l’autrice ha portato a galla un fatto di cui molti di noi non erano a conoscenza: l’esistenza stessa delle assaggiatrici. Se ci penso adesso, mi sento stupida per non averci mai pensato, per aver creduto che davvero Hitler ingurgitasse tutto quello che gli capitava sotto il naso, per aver creduto che un uomo così paranoico non fosse ossessionato dalla possibilità che qualcuno cercasse di ucciderlo somministrandogli del veleno. Il mondo, agli occhi di una persona così potente e così gretta, doveva sembrare al contempo un’immensa giostra e un immenso covo di vipere.

Rosella Postorino ha preso spunto da un storia letta per puro caso nel 2014. A 96 anni, la tedesca Margot Wolk aveva deciso di rivelare il più grande segreto della sua vita: era stata un’assaggiatrice di Hitler e non lo aveva mai raccontato a nessuno. Il desiderio della scrittrice sarebbe stato quello di incontrare Margot, ma quando finalmente riuscì a trovarla scoprì che era deceduta pochi mesi prima. Così, non avendo la possibilità di interrogare direttamente la sua principale testimone, la Postorino ha provato a porsi delle domande e ad immaginarsi delle risposte; ed è da qui che ha preso avvio la stesura del libro.

A mio parere, la questione più importante che il libro solleva è quella della colpa. Margot-Rosa non era mai stata un membro attivo del partito Nazionalsocialista, e dalle sue parole traspare tutto il disgusto che prova verso le ignobili azioni compiute dalle SS, i campi di concentramento e lo stesso Hitler. La protagonista è quindi una vittima innocente? Credo che la risposta, sebbene controversa, sia no. No, perché non essere parte attiva di un sistema malato non ci rende meno colpevoli rispetto a chi lo ha ideato, se tolleriamo quel sistema, ci adattiamo ad esso e ignoriamo la sua criminale crescita. Rosa sopravvive perché riesce a trasformarsi nell’ingranaggio vivente di un meccanismo che la protegge e al contempo la stritola. Ciononostante, non è forse qualcosa di profondamente umano il cercare di salvarsi adattandosi alle situazioni? Non è forse vero che chiunque cercherebbe di far buon viso a cattivo gioco pur di salvaguardare la propria vita e quella delle persone che ama?

“La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.”

Per questo motivo è difficile giudicare Rosa, perché se è vero che non ribellarsi e restare a guardare è un comportamento vile che priva l’uomo della sua dignità, è altrettanto vero che l’essere umano è caratterizzato dalla sua fragilità, dalla sua debolezza di fronte alla consapevolezza di essere mortale.

La mente, che dovrebbe essere la sede del giudizio e dello spirito critico, è debole di fronte ai bisogni del corpo, di fronte a quell’elementare istinto di sopravvivenza che ci accomuna agli animali e si accompagna ad altri bisogni specificamente umani cancellati e calpestati dalla guerra. Per quanto tempo una persona può sopravvivere da sola? Per quanto tempo può vivere senza percepire il calore di un abbraccio? E quanto tempo passerà prima che si macchi di un’altra colpa, non politica ma non per questo meno grave, chiedendo quel calore a delle braccia sconosciute, ma presenti?

“Del resto, l’amore accade proprio tra sconosciuti, fra estranei impazienti di forzare il confine. Accade fra persone che si fanno paura.”

Le assaggiatrici è un romanzo intenso, una lettura non semplice per le molte questioni morali e storiche sollevate dall’autrice che, con uno stile incisivo e ricercato che nulla ha da invidiare ai grandi narratori stranieri, scardina ogni nostra certezza costringendoci a riflettere, che è esattamente lo scopo che dovrebbe prefiggersi ogni libro che si proponga di affrontare un argomento tanto complesso. Consigliatissimo, non lasciatevelo sfuggire.

Non fiction, Recensioni, Romanzi

L’avversario – Emmanuel Carrère

Fino a poche settimane fa, conoscevo Emmanuel Carrère solo di fama, ma non avevo mai letto niente di suo. Per questo motivo, quando il mio club di lettura ha scelto come libro del mese di marzo L’avversario, non avevo idea di cosa aspettarmi. Sapevo soltanto che si trattava di un libro che poco aveva a che fare con la fiction e che l’idea di Carrère era quella di scrivere un romanzo-verità, sulla falsa riga di A sangue freddo di Truman Capote.

La curiosità era tanta, ed ero abbastanza certa che si trattasse di un bel libro, vista la fiducia praticamente sconfinata che ripongo nel catalogo Adelphi. Le mie aspettative, ancora una volta, non sono state disattese.

“L’avversario” di Emmanuel Carrère, Adelphi.

Il libro ruota attorno alla controversa figura di Jean-Claude Romand, che nel gennaio 1993 uccise, apparentemente senza motivo, i figlioletti di 5 e 7 anni, la moglie, i genitori e l’amatissimo cagnolino. Dopo aver sterminato la sua famiglia, Romand ingurgitò un’elevata dose di barbiturici e appiccò il fuoco alla casa, deciso a togliersi la vita. Il tentato suicidio, tuttavia, non andò a buon fine, dato che l’uomo fu prontamente tratto in salvo dai vigili del fuoco. Dopo aver lasciato l’ospedale, il reo confesso Jean-Claude Romand divenne il protagonista di un vero e proprio caso mediatico e il processo a suo carico, iniziato nel giugno del ’96, attirò l’attenzione di giornalisti, psichiatri e… Scrittori. Tra questi, vi era proprio Emmanuel Carrère che, spinto dalla voglia di raccontare l’uomo dietro il mostro, di scandagliare le profondità dell’animo umano alla ricerca delle ragioni che possono portare un rispettabile padre di famiglia a trasformarsi in un folle pluriomicida, decise di scrivergli una lettera per chiedergli il “permesso” di raccontare la sua storia.

“Non credo che esistano tanti modi per rivolgersi a un uomo che ha ucciso moglie, figli e genitori, ed è ancora in vita. A posteriori, però, mi rendo conto di averlo preso subito per il verso giusto scegliendo quella gravità compassata e compassionevole, vedendo in lui non un uomo che ha fatto qualcosa di agghiacciante, ma un uomo al quale è accaduto qualcosa di agghiacciante, vittima sventurata di forze demoniache.”

La missiva, recapitata nell’agosto del ’93, non riceverà una risposta fino al settembre del ’95 quando l’autore aveva ormai messo da parte l’attrazione che quella vicenda aveva esercitato su di lui (per la quale provava una certa vergogna), scegliendo di tornare alla fiction con La settimana bianca. E sarà proprio l’amore provato per questo romanzo a spingere Romand a fidarsi di lui e ad avviare un’intensa conversazione epistolare che accompagnerà lo svolgimento del processo, cui Carrère sceglierà di assistere.

Trattandosi di un fatto realmente accaduto, non temo di fare spoiler raccontandovi ciò che emerse dalle indagini e dalle dichiarazioni di Romand. Fin da ragazzo, il giovane Jean-Claude era stato piuttosto chiuso, taciturno e fortemente incline alla depressione. Se l’era sempre cavata bene con lo studio, il che lo portò a iscriversi alla facoltà di medicina dell’università di Lione. Qui avrebbe studiato anche Florence, lontana cugina di cui Jean-Claude era da tempo invaghito e che pochi anni dopo avrebbe finalmente conquistato e sposato. Dalla loro unione sarebbero nati i piccoli Antoine e Caroline. La vita dei coniugi Romand sembrava procedere per il meglio. Jean-Claude adesso aveva una bella moglie, due bei bambini, tanti amici, un mucchio di denaro e un prestigioso lavoro come ricercatore per l’OMS. Cosa chiedere di più? Beh, che tutto ciò fosse vero. Sì, perché in realtà Jean-Claude Romand, per un banale imprevisto, non aveva mai sostenuto l’esame di ammissione al secondo anno di medicina. Da quel momento in poi, la sua intera esistenza si era trasformata in una menzogna. Non avendo avuto il coraggio di confessare ai genitori il suo fallimento, Romand aveva finto di laurearsi, specializzarsi e ottenere un impiego di cui loro sarebbero stati fieri mentre, millantando influenti contatti all’estero, convinceva familiari e amici ad affidargli i risparmi di una vita, che sarebbero stati depositati su conti svizzeri e saggiamente amministrati sotto la sua supervisione. Quello che nessuno poteva immaginare è che Romand impiegasse quel denaro per mantenere il suo elevato tenore di vita, e che ne dilapidare una parte sostanziosa in cene, viaggi e costosi regali per la sua amante. Corinne, questo il nome della donna, ebbe una lunga relazione con Romand, e rischiò di trasformarsi nell’ennesima vittima della sua follia. L’uomo, infatti, la assalì e tentò di strangolarla subito dopo aver sterminato la sua intera famiglia.

La vera domanda, a questo punto, è: cosa scatenò la follia omicida di Romand? La risposta è la paura. Quando l’uomo si rese conto che il fragile castello di carte che aveva costruito sulle menzogne e che aveva retto per ben diciotto anni stava cominciando a cedere e che alcune persone, tra cui i suoceri e l’amante, cominciavano a nutrire dei sospetti e a chiedere la restituzione di quel denaro che lui aveva già sperperato, il terrore di essere scoperto lo spinse ad agire nel più brutale dei modi. Satana, l’Avversario, sembrò impadronirsi di lui, di un uomo qualunque che, incapace di sopportare il peso del giudizio altrui, preferì macchiarsi di crimini atroci.

L’avversario è un libro che mette i brividi. Non tanto, e non solo, per l’efferatezza degli omicidi (la descrizione della morte dei bambini è la cosa meno cruenta e più impressionante che io abbia mai letto), ma soprattutto per il modo in cui Carrère scava nella mente dell’assassino. Romand è un uomo chiaramente disturbato, eppure durante il processo mantiene una lucidità e una freddezza che, ancor più di tutto il resto, lo rendono terrificante. Siamo di fronte a un mostro che ha commesso un crimine orribile, dal quale prende quasi le distanze parlando di ‘tragedia’ e di ‘lutto’, quasi che lui non ne fosse responsabile. Un mostro, sì, che appare insensibile di fronte alla morte dei suoi bambini, ma crolla a terra in lacrime se solo si osa nominare uno dei suoi defunti cani, devastato dai ricordi. Ciò che spaventa, nella figura di Jean-Claude Romand, è la sua ambivalenza, la sua capacità di essere “l’uomo della porta accanto” e, al contempo, di gestire una seconda vita del tutto privata, fatta di truffe, inganni e tradimenti. Ciò che fa riflettere, è l’idea che da una piccola bugia detta quasi a fin di bene da un ragazzo qualunque, possa scaturire una catena inarrestabile di eventi nefasti, culminati in un efferato delitto. Chiudendo L’avversario, a lettura finita, il lettore si ritrova con un grosso groppo alla gola e mille domande per la testa. Come ha fatto? Com’è possibile che nessuno gli abbia mai telefonato in ufficio o negli alberghi in cui diceva di trovarsi e non abbia scoperto che invece girovagava da solo per la città o nei boschi? Com’è possibile che la moglie non abbia mai guardato il loro estratto conto? Com’è possibile che nessuno tra gli amici di Romand, nemmeno il suo collega e vicino Luc, che lo conosceva meglio di chiunque altro, abbia mai capito nulla?

Sembra incredibile, forse lo è, eppure è accaduto. E questo ci spinge a chiederci: le persone che ci circondano sono davvero ciò che dicono di essere? Il libro, però, non ci mostra un solo uomo tormentato, ma ne mette in scena almeno due. Se da un lato abbiamo un assassino alle prese con le proprie colpe, infatti, dall’altro abbiamo uno scrittore che affronta una duplice difficoltà: quella pratica e quella morale. Sul versante pratico, Carrère non sa come raccontare questa storia, che punto di vista assumere, cosa dire. Nel dubbio, sceglierà di essere semplicemente se stesso e di raccontare ciò che avvenne dalla sua prospettiva privilegiata di osservatore diretto. Sul versante morale, la difficoltà dello scrittore nasce dall’ambivalenza del suo rapporto con l’imputato. Carrère infatti prova quasi pietà per lui, per la sua paura, per il suo errare senza meta fingendo di essere al lavoro, per il suo vivere nell’ansia e nell’angoscia di essere scoperto. Una pietà, la sua, che si accompagna a quella che sembra una punta di ammirazione per la sua capacità di mimetizzarsi e scomparire dentro la sua stessa vita. Questi sentimenti fanno chiaramente a pugni con la consapevolezza di avere di fronte un assassino e con il senso di colpa verso le vittime. Non a caso, quando in tribunale si troverà faccia a faccia con la madre di Florence, lo scrittore avvertirà con chiarezza il peso della posizione che ha scelto di assumere.

Io non avevo scritto a lei o ai suoi, ma all’uomo che aveva distrutto le loro vite. Era a lui che riservavo le mie attenzioni, perché volevo raccontare quella storia e per me era la sua storia. Andavo a pranzo con il suo avvocato. Stavo dall’altra parte della barricata.

Vi ho già raccontato tanto, eppure leggendo L’avversario vi renderete conto di avere ancora moltissime cose da scoprire e moltissimi interrogativi da porvi. Questo libro non è il mero racconto di un terribile fatto di cronaca nera, non è un resoconto giornalistico e non vuole, né può, darci risposte o facili giudizi sull’accaduto. Carrère non è un investigatore né un avvocato, ma solo un essere umano che, con tutte le sue difficoltà e debolezze, osserva e studia un altro essere umano, chiedendosi quale possa essere l’origine del male e dove si collochi il labile confine che lo separa dal bene.

Recensioni, Romanzi

Un ragazzo d’oro

Questo romanzo è rimasto sul mio ebook reader per mesi prima che mi decidessi a leggerlo. Per quanto mi attraesse, infatti, sembrava che ci fosse sempre qualche altra lettura più urgente da fare, qualche altro libro più meritevole di attenzione. Ironia della sorte, alla fine mi sono ritrovata a divorare le sue 270 pagine nel giro di 24 ore proprio lo scorso 2 aprile, la Giornata Mondiale della sensibilizzazione verso l’autismo.

“Un ragazzo d’oro” di Eli Gottlieb

L’autismo, “lo spettro”, è il perno attorno al quale ruota l’intero romanzo. Il ragazzo d’oro del titolo è Todd Aaron, tranquillo e rispettoso lungodegente di Payton, la comunità di cura per pazienti affetti da disturbi mentali in cui vive ormai da quarantuno anni.

“Il Payton LivingCenter era il sesto posto in cui mi portava mia mamma, ma né io né lei sapevamo che ci sarei rimasto per sempre e per tutta la vita.”

La storia ci viene raccontata attraverso il punto di vista straniato e straniante dello stesso Todd, che osserva il mondo che lo circonda con lo sguardo insieme acuto e smarrito tipico di chi guarda alla realtà da una prospettiva solo apparentemente svantaggiata. Se è vero, infatti, che gli occhi di Todd non sono capaci di cogliere le tante sfumature del reale che sfuggono alla sua mente cristallizzata in un’eterna infanzia, è anche vero che il suo candore e la sua innocenza lo portano a vedere, e a raccontare, molto più di quanto riescano a vedere le persone “normali” che lo circondano.

Todd è diligente, prende sempre le sue medicine, ha un ottimo rapporto con Rayneke, l’operatrice che si prende cura di lui e che sa prevedere persino le sue scariche di volt, ed è molto curioso. Tra i suoi amici annovera il Signor B. e il Signor C., rispettivamente l’Enciclopedia Britannica e il computer, ai quali pone domande e dai quali riceve tante risposte. Un’altra passione di Todd sono le mappe sulle quali traccia, con precisione e costanza, un “fiume grigio di matita” che collega Payton alla sua città natale.

“Ho cominciato a fare la stessa cosa ogni giorno quando tornavo a casa dal lavoro e presto ho creato un fiume grigio di matita talmente scivoloso che la mano cominciava dalla villetta di Payton e poi automaticamente slittava di traverso sopra l’America e tornava a casa.”

“Casa” è il luogo in cui viveva con il padre, un uomo violento del tutto incapace di accettare le sue condizioni, il fratello, che per tutta l’infanzia lo ha bullizzato e deriso, e la madre, il suo punto di riferimento e il suo più grande amore. Della sua famiglia di origine, ormai, a Todd è rimasto solo suo fratello, un uomo impegnato e sfuggente che si limita a sostenere i costi del Payton (cosa che costantemente gli rinfaccia) e a telefonargli un paio di volte al mese, ignorando le sue insistenti richieste di poter andare a vivere con lui.

Nonostante la sua disabilità, Todd è un uomo sereno, che ha saputo adattarsi all’ambiente in cui vive e costruirsi una confortevole routine. La sua tranquillità, però, sarà ben presto turbata dall’arrivo di due persone nuove: Mike Hilton e Martine. Mike è un nuovo operatore del Payton che, come tutti gli uomini adulti, incute a Todd un certo timore, legato al ricordo del padre e delle percosse ricevute durante l’infanzia. Martine, invece, è una nuova paziente del centro, una paziente “ad alto funzionamento”, molto sveglia ed estremamente ribelle, verso la quale Todd proverà un’attrazione così forte da lasciarsi convincere ad abbandonare la retta via e smettere di prendere le sue medicine.

“Nel 1177 Lancillotto pensava che su Ginevra splendesse sempre il sole. Pensava che lei fosse pura come la neve. Pensava che fosse una persona perfetta. Pensava che forse non era mai esistito nessuno più perfetto di lei in tutta la storia del mondo. Lancillotto ne era davvero convinto. Quello era amore.”

L’incontro con questi due personaggi innescherà una catena di eventi che condurranno Todd verso lo struggente finale; per ovvi motivi, però, non voglio dirvi di più.

Un ragazzo d’oro è un romanzo di una dolcezza e di una profondità disarmanti. Todd è un protagonista di cui è impossibile non innamorarsi, per l’ingenuità e la genuinità con cui racconta al lettore il suo piccolo mondo e per la forza dei ricordi che continua a custodire e coltivare nonostante i quarant’anni passati in una comunità, in un luogo-non luogo che non somiglia alla casa in cui è cresciuto e dove sogna di poter tornare, ma che è ormai l’unica casa che conosce. Insieme ai ricordi, Todd si porta dentro l’amore, imperituro e struggente, per quella madre che non è più accanto a lui, e che suo malgrado è stata costretta a rassegnarsi all’idea di “abbandonarlo” tanti anni prima.

Eli Gottlieb ci racconta l’autismo riuscendo nel difficile intento di sensibilizzare e commuovere il lettore senza mai cedere alle lusinghe del pietismo. Un plauso va alla sua scelta di cimentarsi con una prima persona particolarmente difficile da sostenere, dal momento che riuscire a calarsi nei panni di una persona “affetta” da autismo richiede di compiere un continuo sforzo di immaginazione per riuscire a ipotizzare quali possano essere i suoi pensieri di fronte a situazioni, oggetti e persone che, a chi non rientra nello “spettro”, appaiono del tutto ordinari.

“Io non guardo mai la televisione perché va troppo veloce e sembra che dentro si conoscano già tutti tra di loro.”

Il messaggio che Gottlieb intende trasmettere è un messaggio di accettazione e di inclusione che passa proprio attraverso le parole dello stesso Todd, pronto a ricordarci delle verità alle quali forse troppo spesso, per paura, non osiamo pensare. 

“Lo spettro è talmente ampio che dentro può starci praticamente chiunque. Una persona schizzinosa nel mangiare o amante della solitudine potrebbe essere all’interno dello spettro […] Queste persone nello spettro non devono prendere medicine o essere accompagnate con il pulmino a lavorare in una mensa scolastica […] Prendono l’ascensore insieme a voi e preparano il cibo che mangiate. Magari li avete addirittura sposati.

La “normalità” è dunque un concetto relativo, e questo esclude, o dovrebbe escludere, qualsiasi forma di intolleranza verso il prossimo. Intolleranza che, insieme alla tendenza a raggirare chi è almeno in apparenza più debole di noi, è comunque ben rappresentata dai modelli negativi del romanzo, il padre di Todd e Mike Hilton.

Lasciatevi rapire da una storia che non dimenticherete facilmente, e vi troverete a vivere la vostra giornata insieme a Todd, a tifare per lui, a sperare che il ragazzo d’oro ritrovi la pace e l’amore che merita.