Non fiction, Recensioni

Lasciami andare, madre

Se qualcuno oggi mi chiedesse “Quale libro letto di recente farai fatica a dimenticare?”, la mia risposta sarebbe senza dubbio “Lasciami andare, madre” di Helga Schneider, edito da Adelphi nel 2001.

Racconto autobiografico, confessione, testimonianza. Lasciami andare, madre è tutto questo e molto di più. La Schneider, che ha dedicato la sua vita e la sua intera opera a ripercorrere gli eventi salienti della Seconda guerra mondiale e della Shoah, da lei vissute e osservate con lo sguardo della bambina che era all’epoca, affronta qui il più grande e il più temibile dei suoi fantasmi: sua madre. Una madre che ormai da mezzo secolo Helga non sente più come tale, una madre che non riesce a chiamare “mutti” (mamma) perché mamma non è mai stata, una madre che l’ha abbandonata senza rimorsi né rimpianti quando aveva solo quattro anni, nel 1941.

Cover di
“Lasciami andare, madre”, edito da Adelphi.

Più ancora dell’abbandono, a far male è la motivazione che ha spinto questa donna a lasciare i suoi due bambini per non fare mai più ritorno: il suo führer aveva bisogno di lei, più di quanto ne avessero i suoi figli. Nessuna debolezza era concessa alle donne che si mettevano al servizio di Himmler e decidevano di diventare guardie carcerarie ad Auschwitz-Birkenau. Solo le più rigide, le più dure, le più coriacee riuscivano a far carriera, e la madre di Helga era determinata a brillare. Tanta fierezza, nessuna pietà, nessun ripensamento.

Helga aveva già rivisto sua madre una volta, nel 1971, a trent’anni dal loro ultimo incontro, e aveva sperato di trovarsi davanti una donna diversa, forse pentita, sicuramente felice di conoscere il suo nipotino. La realtà, però, aveva fatto a pezzi le sue fantasie, ponendole di fronte una statua di ghiaccio, che aveva provato a riempirle le mani di oggetti in oro, certamente strappati ai deportati di Auschwitz prima di mandarli alle camere a gas, e aveva esibito con orgoglio la vecchia e consunta divisa delle SS, prezioso cimelio di un tempo ormai perduto. Sconvolta da tanta freddezza, Helga aveva deciso di non rivederla mai più. Eppure quando, nel 1998, un’amica di sua madre le telefona per dirle che la donna è ormai più che novantenne e preda di una demenza senile galoppante, Helga, che ormai vive in Italia da tempo e che in italiano scrive i suoi libri, prende un aereo per Vienna e parte verso la casa di riposo dove è ricoverata quella che per lei è un’estranea e che, al contempo, sente come sangue del suo sangue.

Oggi ti rivedo madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?                                     Rispetto? Solo per la tua veneranda età – ma per nient’altro. E poi?                         Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.”

Helga intraprende così un difficilissimo percorso di conoscenza, spinta da un’incontrollabile voglia di sapere, di capire, di domandare. A una madre che alterna momenti di lucidità a momenti di senile confusione la Schneider pone interrogativi che sempre di più scavano dentro di lei una voragine e la obbligano a chiedersi se sia possibile perdonare una madre che, senza mai dare il minimo segno di cedimento o tentennamento, ha contribuito in modo così massiccio allo sterminio di milioni di ebrei innocenti. Quali sentimenti è legittimo provare nei confronti di chi ha rifiutato il suo ruolo di genitore e i suoi stessi bambini in nome di ideali biechi e scellerati? Come approcciarsi a una donna che ha compiuto azioni quasi innominabili e che, a distanza di più di cinquant’anni, continua a difenderne la legittimità?

Volevo giurare! Volevo essere accettata come membro delle SS, lo volevo più di ogni altra cosa”.                                                                                                                       “Era più importante della tua famiglia?”.    

Annuisce. “Sì, ma tu non puoi capire. Nessuno può capire oggi…”

E se anche fosse possibile perdonare le colpe personali di un singolo individuo che ha agito mosso da folli e crudeli ideologie di massa, sarebbe possibile dimenticare le colpe storiche e umane di cui si è macchiato?

Quel pensiero mi insinuò un dubbio: non avevo mancato anch’io nel mio ruolo di figlia? Non sarebbe stato mio dovere comprendere, perdonare? Repressi uno strano impulso a coricarmi nel letto di mia madre. Le avevo forse perdonato?                               Con mia grande meraviglia, la risposta fu: sì. Le avevo perdonato il male che aveva fatto a noi, a suo marito, ai suoi figli… Ma quanto alle altre colpe dei cui si era macchiata, il diritto alla condanna o al perdono apparteneva esclusivamente alle sue vittime.

Un confronto, durato un paio d’ore, tra una madre e una figlia divise dalla storia ma ancora unite da un atavico legame “animale”, diviene lo spunto da cui partire per porci domande che investono le sfere della memoria storica e dell’etica personale.

Questo libro è un pugno nello stomaco, un doloroso promemoria dei tanti orrori perpetrati dai soldati e dalle guardie di Himmler ai danni di uomini, donne e bambini colpevoli solo di appartenere alla “razza” sbagliata. Questi orrori la Schneider ce li fa rivivere attraverso le parole di sua madre, che li racconta come vittorie suscitando in noi quello che sentiamo essere solo il pallido spettro di quello sdegno, del disgusto e della sofferenza che la stessa Helga deve aver provato nell’ascoltarla. Paradossalmente, immaginare la voce di una gracile vecchietta che racconta, senza colpo ferire, di aver torturato, derubato e ucciso delle persone, ci fa percepire in modo ancora più atroce l’assurdità di ciò che è stato. Ancora una volta, la “banalità del male” si manifesta in tutta la sua violenza.

Recensioni, Romanzi

Il prodigio

Vi ricordate la mia recensione di “Room” e lo smodato entusiasmo che avevo dimostrato per la storia raccontata da Emma Donoghue e per il suo stile? Beh, ovviamente quando ho scoperto che aveva scritto un altro libro e che, per di più, si trattava di un romanzo storico ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, non ho davvero saputo resistere. Mi sono fiondata ad acquistare Il prodigio, pubblicato da Neri Pozza, e la mia si è rivelata un’ottima decisione dal momento che ho adorato ogni singola pagina.

Cover di “Il prodigio” di Emma Donoghue, edito da Neri Pozza

Lib Wright, una ragazza britannica di circa trent’anni, è rimasta vedova dopo solo un anno di matrimonio e, da quel momento, ha deciso di rifarsi una vita e di dedicarla agli altri, frequentando la prestigiosissima scuola di infermeria fondata da Florence Nightingale e dandosi da fare per aiutare i feriti durante la guerra di Crimea. Dopo aver servito la patria e aver visto con i propri occhi gli orrori dell’ospedale militare allestito nella caserma “Selimiye” di Scutari, Lib vive quasi come un affronto personale la richiesta, fattale dalle sue superiori, di recarsi in un minuscolo paesino dell’arretrata e bigotta Irlanda di fine Ottocento, Athlone.

La sua presenza, unitamente a quella di una monaca di nome Suor Michael, è stata espressamente richiesta dal dottor McBrearty, medico degli O’Donnell, la famiglia presso la quale l’infermiera e la suora saranno impegnate a sorvegliare a turni, per due settimane, la piccola Anna, una bambina di appena undici anni che afferma di non toccare cibo dalla data del suo ultimo pasto, avvenuto quattro mesi prima. Intorno al caso della bimba “capace di vivere d’aria” sono nate leggende, teorie, culti e, naturalmente, perplessità e dubbi, per sfatare i quali un comitato, composto dallo stesso McBrearty, dal prete e dai notabili della comunità, ha deciso di sottoporre Anna a un controllo costante, volto a dimostrare la veridicità delle sue affermazioni e a confermare l’aura di santità che da mesi la avvolge.

Lib è una persona estremamente razionale, ben poco incline a credere a santi e miracoli, ed è determinata a smascherare Anna nel giro di pochi giorni, dimostrando che quei paesanotti creduloni, che continua a guardare dall’alto verso il basso, non hanno fatto altro che reggere il gioco dei genitori di Anna. È chiaro che una bambina non può restare in vita per quattro mesi senza alimentarsi! E altrettanto evidente è il piacere che Rosaleen e Malachy O’Donnell traggono dalle visite di persone giunte da tutta l’Europa per rendere omaggio alla piccola “santa”, visite cui nella maggior parte dei casi segue un lascito di denaro che, a suo dire, la coppia metterà da parte per i poveri. Deve trattarsi di una truffa, i genitori di Anna avranno trovato il modo per sfamarla senza essere osservati.

Al suo arrivo, Lib è sconvolta dalle condizioni di indigenza e degrado assoluti nelle quali vivono gli O’Donnell,  ma soprattutto dalla compostezza, dolcezza e calma di Anna, una bimba adorabile  che dimostra meno dalla sua età e sul cui corpo sono già evidenti alcuni dei sintomi della denutrizione (una leggera peluria sul volto, qualche chiazza sul corpo), ma che nel complesso sembra essere sana, coscienziosa e molto, molto sveglia.

Se l’austera Suor Michael si limita, almeno all’inizio, a svolgere silenziosamente il proprio compito, Lib si impone fin da subito di non affezionarsi alla bambina e di mantenere il più gelido distacco nei suoi confronti, esaminandola, appuntando minuziosamente ogni singolo cambiamento nel suo aspetto fisico, studiando i suoi modi di fare e non staccandole mai gli occhi di dosso onde evitare che possa mangiare qualcosa di nascosto. Nonostante i suoi sforzi per apparire algida e altera, tuttavia, Lib comincia a provare una sorta di ammirazione mista a tenerezza nei confronti della bambina, che non sembra minimamente interessata al cibo, soffre terribilmente per la morte dell’amatissimo fratello e trascorre le sue giornate passeggiando insieme a lei, collezionando immagini di santi e pregando in maniera sentita e devota.

Nonostante la sua ferrea determinazione, Lib non riesce mai a cogliere la bambina in fallo, né a farle inghiottire qualcosa di più di un paio di cucchiaiate d’acqua al giorno. Eppure il fisico di Anna sembra non aver risentito del prolungato digiuno. Sì, certo, il suo ventre è gonfio e cominciano ad esserlo anche le sue mani e i piedi… ma quattro mesi senza cibo avrebbero dovuto ucciderla, o almeno debilitarla al punto da non permetterle più di condurre una vita normale. Di fronte alla stoica resistenza di Anna, restìa a rispondere alle domande che le vengono poste e costantemente osservata dalla madre, che Lib considera la principale indiziata, l’infermiera inizia a dubitare persino di se stessa e delle sue convinzioni.

“Aiutala. Lib si scoprì a pregare un Dio in cui non credeva.

 Aiutami. Aiutaci tutti. Silenzio”

Sarà l’incontro inaspettato con un simpatico e irriverente giornalista a riportarla alla realtà e ad aprirle gli occhi sulle reali condizioni di salute di Anna e sul loro costante peggioramento, dandole la spinta necessaria per arrivare fino in fondo e portare a termine la sua missione. E proprio la sua perseveranza permetterà a Lib di svelare l’inaspettata, sconvolgente verità, che si cela dietro il digiuno di Anna O’Donnell.  Aiutata da Suor Michael, che nel frattempo ha preso a cuore la piccola e si è convinta della necessità di aiutarla, l’infermiera proverà a svelare quanto ha scoperto sotto giuramento, davanti al comitato riunito,  alla fine delle due settimane di osservazione, sperando che le credano e le diano una mano a salvare la bambina.

Emma Donoghue ci racconta l’Irlanda all’indomani della grande carestia che la colpì nel 1845-46, e lo fa attraverso gli occhi di Lib che, da protagonista estranea all’ambiente in cui si trova, scopre insieme a noi un paese ridotto in miseria, nel quale i contadini si spaccano la schiena nei campi per rimettere in sesto i raccolti e la superstizione la fa da padrone. Capita così che gli abitanti di Athlone, pur essendo ferventi cattolici, credano all’esistenza dei folletti o si abbandonino a rituali al limite del paganesimo nella speranza di scacciare il malocchio o il dolore. Sulla copertina del libro, ad esempio, vediamo un albero che reca tra le fronde numerosi panni stesi a ondeggiare nel vento: ognuno di quei panni rappresenta un evento luttuoso, una malattia o una disgrazia che ha colpito qualcuno, e che questo qualcuno cerca di esorcizzare affidandola ad uno straccio che col tempo, disintegrandosi, la porterà via con sé cancellandola per sempre.

Lib incarna però anche una figura storicamente molto importante, quella dell’infermiera professionale. Non è certo un caso che la Donoghue abbia scelto di far sì che la sua protagonista provenisse dalla scuola di Florence Nightingale, conosciuta come “la signora con la lanterna” e fondatrice della moderna pratica infermieristica, basata sul metodo scientifico e sulla scrupolosa osservazione del paziente. Da brillante ex allieva modello, Lib guarda ad Anna come a un oggetto da studiare con la massima cura e verso il quale usare tutte quelle cautele che, a parere della sua maestra, servirebbero ad agevolare il paziente nel processo verso la guarigione, tenendo sotto controllo la qualità dell’aria e la pulizia dell’ambiente, e mantenendo costante il calore corporeo della bambina.

L’incontro tra l’agnostica Lib, che nasconde una profonda umanità sotto la divisa da infermiera, e la piccola, amabile Anna, dà vita a una storia difficile da dimenticare, ricca di colpi di scena e di misteri. Naturalmente, non vi svelerò altro, perché non voglio rovinarvi il piacere della lettura, ma sappiate che difficilmente riuscirete a intuire il segreto di Anna fino alla fine del romanzo, e che Emma Donoghue è riuscita, ancora una volta, a incatenarmi alle pagine di un suo libro e a commuovermi attraverso una figura infantile. Anna è molto diversa da Jack, certo, e il fatto che la storia sia narrata in terza persona allontana ulteriormente questo romanzo dal precedente. Eppure, anche in questo caso, l’autrice  ha posto l’infanzia al centro della sua storia,  la storia di una bambina lasciata sola, martoriata, trasformata in oggetto di culto da parte di un popolo che fa di un becero folklore ammantato di religiosità la sua ragione di vita. A nessuno importa come stia Anna, a nessuno importa come si senta o come stia affrontando la sua personale Via Crucis mentre deperisce sotto i loro occhi distratti. Ciò che conta è che Anna non mangia e che respira ancora, e questo è scientificamente impossibile, per cui deve trattarsi di un miracolo. Anche in questo caso, quindi, esattamente come in “Room”, ci troviamo di fronte a un’infanzia umiliata e calpestata, ma anche alla formazione di un legame tra una donna e un bambino (una bambina, in questo caso) che, pur non conoscendosi ancora bene, cercheranno di salvarsi a vicenda, stravolgendo le loro vite e le loro convinzioni.

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Il salto, elegia per un amico

Il dolore che porto con me ora, è che a volte si attenua senza preavviso, non è il suo.
Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno

Il salto di Sarah Manguso, pubblicato da NNEditore, mi ha attratta per lungo tempo dagli scaffali delle librerie, ma mi sono decisa a leggerlo solo pochi giorni fa. La tematica che il libro affronta, infatti, è particolarmente difficile e dolorosa, e per me che ancora tento, giorno dopo giorno, di sopravvivere a un lutto che mi ha devastata, la lettura di questo romanzo è stata come fare un salto dentro l’abisso.

Cattura
“Il salto” di Sarah Manguso, edito NN Editore.

Pagina dopo pagina, mentre la Manguso sviluppava la sua “Elegia per un amico”, mi sono sentita come se stessi riaffrontando insieme a lei tutte le fasi che si accompagnano alla perdita di una persona amata: negazione, rabbia, sofferenza, rimpianto, rimorso, nostalgia, egoismo. Sì, egoismo, perché l’autrice arriva a provare il desiderio, perfettamente umano eppure terribilmente disumano, che al posto del suo Harris ci fosse qualcun altro, che fosse possibile sacrificare la vita di un’altra persona pur di riaverlo accanto.

A volte vorrei che fosse morto qualcun altro – tipo quelli che si piazzano davanti alle porte della metro quando si aprono o che buttano a terra i gusci di noccioline. Il pensiero arriva come un lampo – posso riportarlo in vita!

Sarah ha perso il suo migliore amico, la persona che per dieci anni le era stata accanto in tutti i momenti più importanti della sua vita, quella con cui aveva vissuto un rapporto intenso come l’amore, ma del tutto platonico. Era con lui quando, da ragazza, passava da una casa all’altra e cercava la sua strada nel mondo dell’editoria e del giornalismo, era con lui il giorno in cui, con incredulità mista a sgomento, aveva osservato le Torri Gemelle mentre crollavano come fossero fragili castelli di sabbia, era con lui che condivideva la passione per la musica.
Eppure, non era con lui quando aveva deciso di farla finita, gettandosi sotto la metropolitana di New York. Alcuni anni prima, Harris aveva cominciato a manifestare delle gravi crisi psicotiche e ad assumere farmaci carichi di effetti collaterali, tra i quali il peggiore era l’incapacità di star fermo, di controllare il proprio corpo, di rimanere “dentro la propria pelle”. La stessa autrice non si vergogna di dichiarare di aver sofferto di queste crisi in prima persona, e di aver sperimentato le stesse, devastanti, sensazioni che a suo parere hanno spinto Harris al suicidio. Le sue crisi erano state “solo” tre, eppure erano bastate perché l’uomo prendesse coscienza del suo problema e, dopo essersi recato di sua spontanea volontà in ospedale, decidesse di andare incontro al proprio destino: negli occhi soltanto le luci di un treno, nel cuore soltanto la voglia di liberarsi dal male che lo possedeva.
Al momento della morte di Harris, Sarah si trovava in Italia con il futuro marito, e non aveva contatti con lui da circa un anno. Il senso di colpa per questa prolungata assenza, la consapevolezza di essersi persa un anno intero in compagnia di Harris, l’idea che qualcun altro abbia potuto godere di quell’intimità da loro condivisa così a lungo e a cui lei si era sentita in diritto di rinunciare per ben dodici mesi, tutti questi sentimenti la perseguitano e la tormentano.

Com’è possibile minacciare l’intimità? Non è una sostanza tangibile, come il carbone o l’oro, mi rimprovera un amico. Invece sì, lo è, e me la sono persa per tutto l’anno scorso, e ora non ce n’è più

La tortura più grande, però, rimane quella di non sapere in che modo Harris abbia trascorso le dieci ore intercorse tra la fuga dall’ospedale e la scelta di compiere il suo ultimo “salto”. Il romanzo nasce proprio dall’idea di ricostruire quelle misteriose dieci ore, di interrogarsi su ciò che potrebbe essere accaduto, ma Sarah ha gradualmente visto quella che avrebbe rischiato di trasformarsi in una trama artificiale costruita su fantasiose ipotesi trasformarsi in uno sfogo a cuore aperto, nel tentativo disperato di esorcizzare un dolore che il tempo non riesce a lenire.
Il salto è un libro che mi è entrato dentro, mi ha fatta sentire svuotata, mi ha fatto provare la piacevole sensazione di non essere sola nel mio dolore, di sapere che al mondo c’è chi, come me, dopo anni sta ancora male come il primo giorno e non riesce a venirne fuori. Al tempo stesso, le parole di Sarah hanno portato alla luce pensieri e considerazioni che non avevo avuto il coraggio di confessare nemmeno a me stessa. Il salto, però, ha anche fatto riaffiorare i pensieri che mi attraversavano la mente quando, per fortuna ormai qualche anno fa, io e il mio migliore amico abbiamo smesso di parlarci per un anno, esattamente come Sarah ed Harris, e io non facevo che ripetermi “se dovesse succedergli qualcosa, e io avessi perso la possibilità di passare un anno insieme a lui, non potrei mai perdonarmelo”.
Queste sono le motivazioni per cui questo romanzo mi ha scossa nel profondo e per le quali, probabilmente, non sono poi così obiettiva nel giudicarlo. Posso solo dirvi che io l’ho amato moltissimo e che non vi ritroverete a leggere una storia lacrimevole, il lamento di una donna che si piange addosso, ma un sofferto viaggio a ritroso tra i ricordi condotto da una voce narrante secca, matura, che si interroga sul senso della vita e sfida l’irrazionalità della morte.
La narrazione unisce il passato al presente. Flashback isolati, frammentari, leggibili come fotografie inserite in un album, istantanee di un’amicizia la cui forza noi lettori riusciamo a comprendere solo in parte, si alternano a momenti in cui il focus si sposta sul presente dell’autrice. La sua vita attuale è fatta di lavoro, scrittura e matrimonio, eppure, nonostante siano passati quasi dieci anni dalla morte di Harris, lei sente il bisogno di mettere per iscritto la loro storia, come se questo potesse aiutarla a liberarsi da un fantasma che la ossessiona e, nello stesso tempo, a tenere in vita una parte di lui.

Quello che non riesco ad accettare non è la morte di Harris, ma che non sia più vivo

Recensioni, Romanzi

La cena 

Oggi vi racconto La cena di Herman Koch, edito da Beat Edizioni. Questo romanzo, inquietante e drammaticamente attuale (o forse inquietante PERCHÉ drammaticamente attuale) nasconde dietro l’apparenza di una trama semplice, e neanche troppo originale, la profondità di una riflessione a 360° sulla società di oggi. 

Copertina de
“La cena” di Herman Koch, edito da Beat Edizioni

Paul e Serge Lohman sono fratelli, ma non potrebbero essere più diversi. Serge è un uomo pieno di sé, interamente concentrato sulla propria promettente carriera politica, appagato dalle piccole cortesie che la gente gli riserva in virtù della sua posizione. Il tavolo migliore del locale, il vino più pregiato, sorrisi e timide richieste da parte di chi vorrebbe una foto con lui, ma teme di infastidirlo. Babette, la sua bella moglie, ha tacitamente accettato di tramutarsi nell’ombra di quel marito invadente, sempre pronto ad appropriarsi dei riflettori. 

Eppure certe volte mi veniva da pensare […] che Babette avesse accettato a tavolino di vivere accanto a un politico di successo […] Come con un brutto libro, quando si è ormai superata la metà si arriva alla fine, anche controvoglia. Nello stesso modo Babette era rimasta accanto a Serge: magari si salvava nel finale. 

Paul, al contrario del fratello, è un uomo insicuro, che cova un fortissimo risentimento nei confronti del brillante Serge, e ambisce a distinguersi da lui nel costruire una “famiglia felice” (non a caso, una delle sue prime riflessioni include la citazione del celeberrimo incipit di Anna Karenina) insieme alla sua Claire e al figlio Michel, di sedici anni. Claire è la luce dei suoi occhi: una compagna che sa essere paziente, comprensiva, furba e brillante, senza che alcuna di queste qualità la spinga mai a far mostra di ritenersi superiore a qualcuno, men che mai al marito. 

La cena organizzata da Serge in un raffinato ristorante, cui Paul e consorte partecipano controvoglia, sognando una serata casalinga e tranquilla, procede tra chiacchiere superficiali sull’ultimo film di Woody Allen, commenti ironici sulle qualità di Serge come sommelier e progetti per le vacanze. In sottofondo, però, regna una tensione che i quattro commensali non riescono a nascondere e che li accompagna dall’antipasto al dolce. Qual è la ragione di tanta angoscia? I due figli coetanei di Serge e Paul, quei figli che erano il loro orgoglio e la loro speranza per il futuro, hanno commesso un atto di cieca violenza uccidendo una barbona, colpevole di aver impedito loro l’accesso alla cabina di un Bancomat con il suo misero sacco a pelo. Il tutto è stato registrato con un cellulare, e l’agghiacciante ripresa adesso circola su internet e sulle principali reti televisive. I volti dei ragazzi non si vedono, ma non è improbabile che presto qualcuno capisca che si tratta di loro. 

Ciò che ci si aspetterebbe, di fronte a una situazione del genere, è di ritrovarsi a leggere le strazianti riflessioni di quattro genitori alle prese con un difficile dilemma morale: denunciare l’accaduto, farsi odiare dai propri figli pur di salvarne la vita, o coprirli per sempre, rischiando che non riescano mai a cogliere davvero la gravità della cosa. Al contrario, quella a cui assistiamo è una scena che sembra tratta dal teatro dell’assurdo. La cena prosegue tra i silenzi, i non detti e gli scoppi di pianto di Babette. A tenere insieme le fila della narrazione sono i pensieri di Paul, che alterna considerazioni sul presente a flashback perfettamente inseriti tra un discorso e l’altro, tra una portata e l’altra, a mostrare luci ed ombre di quelle che sembrano due perfette famiglie olandesi. 

Incredibilmente, attraverso la voce di Paul, ci rendiamo gradualmente conto del fatto che proprio Serge, il politico senza scrupoli pronto a tutto per ottenere la sua prestigiosa poltrona, è l’unico che rinuncerebbe a tutti i suoi sacrifici per salvaguardare l’integrità morale del figlio, l’unico a preoccuparsi delle ripercussioni psicologiche che un atto del genere potrebbe avere sul giovane Rick. Attorno a lui, una moglie che non riesce a prendere posizione, un fratello debole e insicuro che si colpevolizza per il cattivo esempio dato al figlio, una cognata decisa a difendere a spada tratta il suo Michel, a costo di mistificare completamente la realtà. 

A raccontare tutto questo, un autore totalmente super partes, che non lascia trasparire la sua voce né la sua opinione in merito all’accaduto. Sembra quasi che Koch non voglia esporsi, suggerire che un approccio sia migliore dell’altro, far credere di avere delle risposte. Il libro costringe il lettore a fare i conti unicamente con la propria coscienza, ad “ascoltare” i pensieri di Paul e costruirne di nuovi, a crearsi un punto di vista sulla vicenda. Nel mio caso, l’angoscia e il fastidio non hanno fatto che crescere capitolo dopo capitolo, insieme al desiderio di scuotere i protagonisti, di urlare loro “Avanti! Fate qualcosa!”. 

Questo romanzo mi ha catturata dall’inizio alla fine ed è riuscito a suscitare tutte le sfumature della mia emotività, dalla tristezza alla rabbia, dall’incredulità all’indignazione, dalla disapprovazione alla rassegnazione. Un libro che riesce a fare tutto questo, è senza alcun dubbio un grande libro, per cui non posso far altro che consigliarvelo e invitarvi a farmi sapere cosa ne pensate. 

Recensioni, Romanzi

Diario di un killer sentimentale

Oggi vi parlerò di Diario di un killer sentimentale, breve racconto di Luis Sepulveda edito da Guanda. In appena 73 pagine, mescolando cinismo, ironia e suspense come fossero gli ingredienti di un buon dolce, il grande scrittore cileno ci regala una storia al limite del paradossale, dal ritmo incalzante e dalle tinte noir.

Copertina "Diario di un killer sentimentale"
“Diario di un killer sentimentale” di Luis Sepulveda, edito da Guanda

Il protagonista del romanzo svolge un lavoro quantomeno insolito: si tratta, infatti, di un killer professionista. L’uomo riceve i suoi numerosi e remunerativi incarichi da un misterioso committente, che lo chiama al telefono, ma che non ha mai incontrato.

Riconobbi la voce dell’uomo degli incarichi, un tizio che non ho mai visto né voglio vedere, perché così funzionano le cose tra professionisti, ma che, dopo averne sentito la voce, potrei riconoscere tra mille. 

L'”uomo degli incarichi” fa in modo che il suo sicario riceva periodicamente delle buste, all’interno delle quali troverà le foto che ritraggono la sua vittima designata, immortalata in uno scatto affinché lui possa memorizzare ogni singolo dettaglio di quel volto. Al killer non devono servire altre informazioni, non deve farsi domande e non deve conoscere le motivazioni che spingono il suo “datore di lavoro” a voler eliminare la persona ritratta in foto. Il suo coinvolgimento dev’essere minimo, perché un professionista serio non mischia mai il lavoro con le emozioni.
Eppure, da quando una donna è entrata nella vita del nostro protagonista, qualcosa in lui ha cominciato a cambiare. Perché adesso, mentre osserva i lineamenti del suo prossimo bersaglio, si ritrova a chiedersi chi sia quell’uomo? Cos’è quella nuova e malsana curiosità che lo porta a provare fastidio per il modo del tutto impersonale in cui la faccenda dell’omicidio viene gestita dal suo boss invisibile?
Forse l’amore, che per la prima volta fa affiorare in lui il sogno di una casa in Bretagna, di una spiaggia e di giornate trascorse in compagnia della sua “gran figa francese”, che gli avrebbe recitato poesie per lui incomprensibili, ma rese perfette dal fatto di essere pronunciate dalla sua bocca, lo ha cambiato più di quanto pensi.
I sogni, però, non sempre si avverano, e quando la sua donna lo abbandona annunciandogli, con un telegrafico messaggio via fax, di aver trovato l’amore in Messico durante un viaggio che lui stesso le aveva regalato per tenerla lontana dai guai, il killer sentimentale cerca di rimanere a galla sulle onde della sua atipica vita fluttuando sulle zattere offerte dal cinismo e dalla disillusione. Ma la lontananza della sua donna lo condurrà verso una serie di imperdonabili errori lavorativi, dalle conseguenze decisamente inaspettate…

A un lettore superficiale, questo breve racconto potrebbe apparire come un’apologia del distacco e della freddezza, un invito a separare la sfera professionale da quella amorosa e a non farsi mai coinvolgere troppo dalle persone che ci circondano, pena la dolorosa perdita di tutto ciò che si è faticosamente costruito fino a quel momento.

Un professionista vive solo, e per dar sollievo al corpo il mondo offre un’ampia scelta di puttane.

Queste sono le parole che il protagonista usa per raccontarsi durante il lungo dialogo che intrattiene con sé stesso e con i lettori attraverso le pagine di un diario che ripercorre le tappe dei suoi ultimi sette giorni da killer professionista. Sono parole apparentemente. prive di calore, le parole di un uomo che vive solo per eseguire degli ordini, incapace di provare sentimenti. Dietro le parole, però, si cela la sofferenza per un amore perduto, per una vita a malapena immaginata e già spazzata via da un laconico messaggio.
Dietro la definizione di “gran figa francese”, dietro il termine “incarico” che usa per indicare gli uomini contro i quali un giorno punterà una pistola, dietro il suo continuo rivolgersi alla propria immagine riflessa nello specchio, quasi gli fosse talmente estranea da costituire una personalità a sé stante, possiamo intravedere tutta la difficoltà di un uomo che non riesce più a concedersi una debolezza e che, per esorcizzarla, si costruisce attorno una fragile corazza.
Non a caso, solo dopo un’anonima notte di sesso trascorsa con una giovane Lolita parigina il protagonista troverà il coraggio di esprimere quei sentimenti che lo stanno consumando, sapendo che nessuno potrà ascoltare ciò che ha da dire.

Si addormentò abbracciata al mio petto, e allora le parlai chiamandola col nome della mia donna. Le dissi che la perdonavo, che dopo aver portato a termine il mio ultimo incarico l’avrei cercata in Messico e saremmo tornati insieme per vivere vicino al mare e lontano dalla morte.

Diario di un killer sentimentale è un libro che si legge tutto d’un fiato e che, anche se forse non brilla per imprevedibilità e colpi di scena, regala al lettore la piacevole sensazione di accompagnare il bizzarro protagonista in un viaggio lungo le strade di un amore illuso, deluso, arrabbiato, pronto a perdonare, certo, ma anche a chiedere vendetta. Leggetelo, non ve ne pentirete.

 

 

 

 

Graphic-novel, Recensioni

La mia prima graphic-novel… un polpo alla gola 

Pubblicato dalla casa editrice Bao Publishing, Un polpo alla gola è il secondo lavoro del celeberrimo fumettista Zerocalcare, pubblicato nel 2012. Mi sono ritrovata a leggere questa graphic-novel  (genere al quale non mi ero ancora mai avvicinata) per curiosità, trovandola tra quelle incluse nell’abbonamento a Kindle Unlimited, e devo dire di aver trascorso un’oretta veramente piacevole in sua compagnia.

Copertina
“Un polpo alla gola” di Zerocalcare, edito da Bao Publishing

Un polpo alla gola, che è valso al suo autore il premio Gran Guinigi a Lucca per la migliore storia breve, è un racconto essenzialmente diviso in tre capitoli, ognuno dei quali si concentra su una fase della vita del protagonista che, come nel precedente La profezia dell’armadillo, non è altri che lo stesso Zerocalcare. Abbiamo, quindi, un primo blocco dedicato alla sua infanzia, un secondo blocco dedicato all’adolescenza e un terzo incentrato sulla vita di un Calcare ormai divenuto adulto, che si ritrova a fare i conti con i fantasmi del passato. Il nucleo fondamentale attorno al quale si sviluppa questa la breve storia nera raccontata da Zerocalcare è comunque l’infanzia, dalla quale a suo dire “non si guarisce” e che influenza in modo irreparabile tutto ciò che saremo ‘da grandi’ determinando il nostro carattere, le nostre debolezze e tutte quelle caratteristiche che faranno di noi degli individui unici e diversi gli uni dagli altri. Proprio per questo motivo, al protagonista bambino e ai suoi amichetti d’infanzia, Secco e Sarah, viene dedicata un’attenzione particolare. Alle prese con un’età durante la quale una mezza parola sussurrata si tramuta in un inconfessabile segreto, un Gameboy sequestrato dalla maestra può sembrare la fine del mondo e una minuscola rivelazione rischia di trasformarsi in un marchio che vi segnerà a vita, Zero e i suoi amici si ritrovano coinvolti in un mistero più grande di loro. Una mezz’ora di ricreazione, una scommessa e una bugia innocente sono sufficienti a scatenare una catena di eventi che avrà pesanti ripercussioni anche sugli anni a venire. È così che il piccolo Calcare scopre il senso di colpa, da lui metaforicamente rappresentato come un polpo che attociglia i tentacoli attorno al suo collo ogni volta che si trova in presenza della persona cui ha mentito o di quella che ha fatto le spese della sua bugia. 

Il fil rouge che alleggerisce i toni della narrazione è sicuramente rappresentato dell’ironia di Zerocalcare, che ho trovato irresistibile. Avendo 30 anni (ma shhhh, non ditelo in giro!), poi, non ho potuto fare a meno di sfoggiare un sorriso nostalgico durante tutta la lettura, ripensando agli anni del Gameboy e di David Gnomo, che qui svolge il ruolo di “grillo parlante” nei confronti del piccolo protagonista, e cogliendo le numerose citazioni provenienti dal mondo del cinema, della musica e delle serie TV di quel periodo. 

Un polpo alla gola è di certo una lettura leggera, che vi terrà impegnati per pochissimo tempo, ma vi farà ridere e riflettere su quanto, a posteriori, tutte le cose che da bambini ci sembravano enormi e terrificanti possano essere guardate con distacco e considerate per ciò che realmente erano, eliminando i polpi alla gola e lasciandosi andare a un tardivo sorriso. 

Recensioni, Romanzi

Il caso Diana

Oggi vi parlerò di un romanzo che mi è capitato tra le mani per puro caso, ma che mi ha colpita e scossa moltissimo. Sto parlando de Il caso Diana di Alexandre SeuratCodice Edizioni. Avevo preso l’ebook di questo libro mesi fa, approfittando di una promozione e senza avere la minima idea della trama e dei contenuti, attratta come spesso mi succede dalla bellezza della copertina. Ecco perché non mi aspettavo assolutamente che le novanta pagine de Il caso Diana potessero segnarmi così profondamente e lasciarmi così tanta amarezza in fondo al cuore.

Copertina de
“Il caso Diana” di Alexandre Seraut, Codice Edizioni

Diana è una bambina di soli otto anni, che porta il nome di una principessa tanto bella quanto sfortunata. La piccola è il frutto di una gravidanza indesiderata, di un pancione vissuto come “un’escrescenza insopportabile” da una donna che decide di abbandonarla subito dopo la nascita, nonostante le proteste della nonna, disposta a prendersi cura del nascituro come fosse suo. Solo quando il tempo (un mese) che la madre ha a disposizione per cambiare idea sta per scadere, la donna sceglie di riprendere la piccola con sé. Quando anche il padre di Diana fa la sua ricomparsa, i tre sembrano destinati a formare una nuova piccola famiglia felice, tanto più che la madre della piccola è riuscita persino a ottenere l’affidamento del primo figlio, Arthur, nato pochi anni prima e fino ad allora vissuto con il suo ex compagno. Inizialmente, la coppia mantiene sporadici rapporti con la nonna e la zia materne, almeno fino al giorno in cui entrambe cominciano a esprimere qualche perplessità sul leggero ritardo mentale e fisico che sembra affliggere la piccola, nonché sulla severità delle punizioni riservate alla bambina da parte di entrambi i genitori. Sempre più evasivi e sfuggenti, i due decideranno a quel punto di effettuare il primo di una serie di traslochi che servirà loro a sviare l’attenzione della gente dal comportamento di Diana e da quegli strani segni che fin troppo  spesso riporta sul corpo. “Sono caduta”, si giustifica la piccola di fronte alle domande della sua prima maestra, e frasi come “Sono così goffa”o “Ho litigato con mio fratello” diventano per lei una sorta di litania da ripetere sempre sorridendo, memorizzando con esattezza la scusa utilizzata per ogni singolo livido, ferita o escoriazione. In questo modo, la sua versione coinciderà sempre con quella data dai genitori, che nel frattempo hanno avuto altri due bambini e mettono in scena la perfetta imitazione di una famiglia impeccabile e serena.
La piccola Diana, intanto, continua a sorridere, a cercare affetto negli adulti, a difendere quei genitori cui, nonostante tutto, vuole bene e che vede come punti di riferimento. Ma una bambina non voluta, accolta controvoglia all’interno di un nucleo familiare di cui fa geneticamente parte, ma che non fa che escluderla, può in effetti dire di avere dei genitori? E il suo leggero handicap, la forma del viso più gonfia del normale, gli occhi stretti simili a quelli di chi è affetto dalla Sindrome di Down, sono in effetti dovuti a un problema di salute congenito o sono forse il risultato di anni di abusi e di maltrattamenti?

Alexandre Seurat ricostruisce la storia della piccola Diana fin dal giorno della sua nascita, lasciando che a parlare siano i protagonisti della vicenda: la nonna, la zia, il fratello, la maestra, il medico. Ognuno di loro viene definito solo in relazione al ruolo che ha assunto, seppur per un breve periodo, nei confronti della piccola vittima. Ognuno di loro, quasi come fosse chiamato a deporre di fronte a un’ipotetica giuria, cerca di definire il suo grado di responsabilità, si colpevolizza pensando che avrebbe potuto fare di più o si auto-assolve raccontando a se stesso di aver fatto il possibile per la bambina.
Fin dall’inizio, il lettore viene catapultato al centro di un vortice di voci, sospetti, indagini e false piste all’interno del quale ciò che appare evidente a tutti, ciò che ormai tutti sanno, rimane comunque indimostrato e indimostrabile grazie all’abilità dei genitori e della stessa Diana che, senza esserne consapevole, non fa che sostenere i propri aguzzini confermandone le bugie. Ogni volta che uno dei protagonisti (una maestra, un medico, un assistente sociale) rischia di avvicinarsi troppo alla realtà dei fatti e convoca i genitori della bambina per un confronto, l’intera famiglia trasloca adducendo a motivazione le necessità lavorative del padre, in un continuo vagabondare che confonde le tracce e complica le indagini.
Tutto prosegue immutato, fino al giorno in cui a scuola il banco di Diana resta vuoto: della piccola si sono perse le tracce e i manifesti che la ritraggono tappezzano i muri della città.

Non c’è pietismo, non c’è la ricerca di una lacrima facile nel libro di Seurat. I fatti sono raccontati in modo più o meno asciutto, a secondo del tono e dello stile che lo scrittore sceglie di adottare per ciascuno dei personaggi coinvolti.
Ricostruendo le vicende a posteriori, come se ognuno dei dettagli rivelati dalle persone coinvolte andasse a incastrarsi insieme agli altri tra le tessere di un ideale puzzle, alla mente del lettore non possono non affacciarsi le domande che tutti, almeno una volta, ci siamo posti di fronte alla notizia della scomparsa di un bambino maltrattato. Com’è possibile che nessuno si sia accorto di niente? Eppure i segni erano lì, lampanti, davanti agli occhi di tutti! Lampanti, certo, ma la giustizia spesso si arena sui cavilli legali, i medici procedono molto, troppo, cautamente e gli assistenti sociali esitano nel giudicare colpevoli i genitori, ancor più se la famiglia sembra così a modo… Una famiglia a modo che nasconde l’orrore, la violenza e la sopraffazione sotto il velo di una studiata cortesia e di sorrisi aperti e gentili. I mostri non sempre hanno l’aspetto di pervertiti non integrati nella società, che aspettano i bambini fuori dalla scuola offrendo loro un dolcetto o un giocattolo. No, a volte i mostri si mimetizzano benissimo in mezzo a noi, agiscono alla luce del sole e risultano comunque insospettabili.

Quando ho girato l’ultima pagina del romanzo ero emotivamente molto provata, perché so che cose come queste accadono davvero e che nel mondo ci sono state tante piccole Diana, scomparse o uccise per mano di un membro della loro stessa famiglia. Facendo qualche ricerca su Internet, però, ho scoperto che Diana non è un personaggio d’invenzione. Seurat, infatti, si è ispirato, neanche troppo liberamente, alla storia della piccola Marina Sabatier, una bimba di otto anni ritrovata morta nel 2009 in un container, dentro un deposito cui avevano accesso solo i dipendenti dell’azienda di trasporti per la quale lavorava il padre, subito posto in stato di fermo e che ne aveva denunciato la scomparsa poche ore prima. La vicenda di Marina è agghiacciante. Picchiata, maltrattata, rinchiusa, punita in modi atroci per colpe inesistenti, la sua brevissima vita è stata un susseguirsi di sofferenze che ha avuto fine solo con la morte, giunta per mano di chi le aveva dato la vita. Nonostante tutto, però, Marina sorrideva, amava i suoi genitori, li difendeva persino davanti all’indifendibile. Pare che le sue ultime parole, pronunciate prima di essere rinchiusa nello stanzino dove sarebbe morta a causa delle percosse appena ricevute, siano state “Bonne nuit, maman, a demain” (“Buonanotte, mammina, a domani”).

Di fronte a storie come queste è letteralmente impossibile restare impassibili, così come è impossibile dare giudizi. Posso soltanto dire che Seurat è riuscito a comunicarmi tutta l’angoscia e la preoccupazione per le sorti della bambina in un crescendo di tensione amplificatore dalla pluralità delle voci parlanti. Il fatto che né Diana, né i suoi genitori prendano mai la parola direttamente, inoltre, mi è sembrata una scelta vincente, poiché pone il lettore nella stessa posizione di chi, maestra o medico che sia, si ritrova a essere impotente e non può far altro che constatare la situazione e cercare di trarne delle deduzioni. 

Lettura consigliata, dunque, ma a chi sia emotivamente pronto ad affrontarne le conseguenze.